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Le confessioni del partigiano

La memoria felice del partigiano Giorgio Bocca

di Massimo Novelli 

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“Come Galimberti aveva la religione dell’antifascismo, io ho la religione della guerra partigiana. Quindi per come l’ho vissuta è stata un’esperienza fantastica e formidabile, quasi incredibile per un Paese come il nostro pieno di ‘tira a campare’ e di ladri”. Raccontava Giorgio Bocca, quasi novantenne, nella sua casa di Milano, e ricordava orgoglioso quando si batteva contro i nazifascisti in una divisione partigiana di Giustizia e Libertà.

Rievocava quei giorni al regista Teo De Luigi, che lo stava intervistando; era andato a parlare con lui in due occasioni, nel 2005 e nel 2009. E sempre, nelle parole di Bocca, era sgorgata una Resistenza in cui “il Paese ha rivelato il meglio di se stesso”. Una Resistenza non imbalsamata, non retorica, non mitizzata, ma vera, viva, allegra: “Io mi ricordo di allora un’assoluta allegria, non tristezza, allegria”. La memoria felice dei venti mesi di guerra antifascista del “partigiano Giorgio”, senza ripensamenti, senza revisionismi, senza concessioni alle operazioni di vilipendio costruite sfruttando il “sangue dei vinti”, percorre il libro che De Luigi, riminese, ha ricavato dalle due lunghe conversazioni (qui assemblate in una sola) che aveva avuto con il giornalista e storico cuneese morto a 91 anni, il 25 dicembre del 2011.

GIÀ COLLABORATORE di Sergio Zavoli e autore, tra l’altro, di un bel film sul martire antifascista Duccio Galimberti, il regista romagnolo ha giustamente scelto di dare al volume un titolo perfettamente “bocchiano”: Un’esperienza formidabile. La Resistenza di Giorgio Bocca in un’intervista. Appena pubblicato dalla casa editrice Araba Fenice di Boves, il paese in provincia di Cuneo che i nazisti bruciarono nel settembre del 1943, il libro è arricchito da interventi e testimonianze di Marco Revelli, Ezio Mauro, Giovanni De Luna, Silvia Giacomoni (la moglie di Bocca) e Nicoletta Bocca (la figlia), oltre che da alcune fotografie.

Per definire il tono di questo libro, di questa “esperienza formidabile”del partigiano Bocca, si può usare il secondo titolo che Claudio Pavone appose al suo Una guerra civile: un Saggio sulla moralità della Resistenza. Perché profondamente morale fu la scelta partigiana. Una scelta di “giustizia e libertà”, che, rammenta Bocca, ebbe come prima motivazione quella “di salvarsi dall'occupazione tedesca”, ma poi “la voglia di uscire dal fascismo”.

Ma fu anche una dimostrazione della capacità degli itaIiani di ribellarsi all’oppressione. Era già accaduto nel Risorgimento. E la Resistenza, non a caso, fu detta il “Secondo Risorgimento”. Visto che “in questo Paese c’è stato il Risorgimento”, dice Bocca, “quindi siamo stati capaci di formare una nazione dopo secoli di divisioni e di dominazioni straniere”. Per “cui c'è da sperare che questo momento”, l'Italia degli scandali e della corruzione del 2005-2009, “lasci un moto ascensionale e non di decadenza”.

R IV I VO N O i venti mesi di guerra partigiana, la solidarietà verso i ribelli della montagna da parte dei montanari e dei contadini poveri, ma anche i dissidi tra partigiani, le loro rivalità. Bocca non dimentica i suoi scontri con due importanti esponenti di Giustizia e Libertà, come Dante Livo Bianco e Giorgio Agosti. E ci sono, nell'intervista di Teo De Luigi, le uccisioni dei fascisti e dei tedeschi, i rastrellamenti, l'omaggio commosso a Duccio Galimberti, il proclama Alexander con cui si smobilitavano i partigiani.

Rievoca Bocca a questo proposito: “Per me l'episodio più terribile è stato quando il Generale Alexander, nel ’44 , ha fatto un discorso ai partigiani dicendo: ‘Bravi, avete fatto un buon lavoro, ma adesso tornate alle vostre case perché il lavoro sarà ancora lungo. Quando avremo bisogno vi chiameremo’. (…) Però lì si è visto il nostro orgoglio, avevamo già deciso di andare avanti lo stesso. Sapevamo che non avevamo scelta”. La gente, racconta a De Luigi, era con i partigiani: “Però io ho una sensazione generale che nei venti mesi di guerra partigiana la popolazione era tutta dalla nostra parte e ciò vuol dire che non eravamo tanto odiati o criticati, anzi la gente ci aiutava e rischiava”.

L'intervista al grande giornalista piemontese restituisce un ritratto limpido di Bocca: quel Giorgio Bocca, insomma, che non rinnega nulla. E che, oltre mezzo secolo dopo la liberazione, difende l'operato dei partigiani tra il settembre del 1943 e l'aprile del 1945.

NEMMENO l'uccisione di Mussolini viene messa in discussione: “Non solo io ma tutti noi pensavamo che una volta preso ci auguravamo che lo fucilassero subito, perché era un testimone della vergogna sua e dell’Italia. (…) Io trovo che tutti i discorsi che si fanno sulla fucilazione di Mussolini siano assolutamente ridicoli perché la verità è stabilita”. La Resistenza, dice ancora Bocca, “quello che abbiamo fatto è senz'altro positivo. Anche perché è stata la prova che gli italiani nel peggio danno il meglio”


 

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