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La scuola nelle mani dei barbari

La scuola nelle mani di barbari

di Alberto Asor Rosa

PARLA sempre più spesso ma sempre più superficialmente della scuola in Italia. Per esempio: l’allungamento dell’obbligo fino a diciott’anni. Come? Perché? In quale modo? Non una parola di spiegazione sulla riforma (si vedano gli articoli di Mariapia Veladiano e Alessandro Rosina, su Repubblica giovedì e ieri). Se però si entra nel merito, e si passa al già programmato, la situazione appare ancora peggiore.

È INFATTI ufficiale che con l’anno scolastico prossimo inizierà la sperimentazione per ridurre gli anni delle scuole medie superiori italiane da cinque a quattro. È la riprova che siamo nelle mani dei barbari. Anzi, più esattamente, di barbari incolti.

Siccome nessuno può persuadere qualcuno che sia possibile studiare meglio la stessa mole di contenuti ed esperienze scientifico- disciplinari in un tempo più breve, restano tre motivazioni, abbondantemente propagandate, e cioè: 1. La minore spesa d’investimento; 2. Il più rapido avvio dei giovani al mercato del lavoro; 3. Il cosiddetto “allineamento” all’Europa.

Vediamo. 1. La spesa d’investimento nella cultura e nella formazione è drammaticamente sempre più bassa in Italia. L’attacco portato in questo senso all’Università nel corso degli ultimi anni è impressionante. Direi dunque che la logica è sempre la stessa: si cerca di omogeneizzare la scuola media superiore all’Università: minore spesa, maggior profitto (profitto di che?). 2. Si legge da tutte le parti, con dati ben fondati, della drammatica situazione dei giovani nell’attuale mercato del lavoro italiano: spedire di anno in anno una leva anticipata di un anno servirebbe a migliorare la situazione? 3. In Europa ci sono situazioni diverse, e in ogni caso il puro “allineamento”, come dice la parola stessa, sarebbe destinato a rappresentare una pericolosa frattura con bisogni e tradizioni della cultura italiana, sia scientifica sia umanistica.

Il vero problema dunque è un altro. A cosa serve la scuola media superiore? In ciascuna delle sue branche — modi e finalità diversi, certo, ma che alla fine dovrebbero risultare il più possibile convergenti — serve a due cose: orientare con tutti gli strumenti disciplinari necessari all’esercizio di una professione e/o alla scelta consapevole di una facoltà universitaria; ed egualmente — o forse soprattutto — formare nei giovani una cultura sufficientemente approfondita e consapevole, sia scientifica che umanistica, ripeto, che consenta loro di affrontare in maniera (discretamente) matura i mille problemi della società contemporanea, politici, tecnologici, economici, culturali in senso lato e, soprattutto, umani, nel senso estensivo del termine. La domanda da porsi, dunque, è: che cosa si può fare per innalzare il cosiddetto trend di addestramento e formazione che la scuola media superiore italiana trasmette ai suoi studenti?

Una buona scuola è fatta d’insegnanti ben preparati e consapevoli del ruolo fondamentale che svolgono e di buoni programmi. Un programma scolastico, vuoi di matematica vuoi d’italiano, vuoi di scienze vuoi di filosofia, è la ricaduta operativa di un’alta informazione e al tempo stesso di un’attenta rispondenza ai bisogni della società in mutamento, oggi più rapidi e sostanziali che in altre stagioni. Fino a che punto questa ricaduta oggi si verifica?

È di questo che oggi bisogna parlare: con gli esperti, ma anche, anzi in primo luogo, con gli stessi professori della scuola media superiore. Propongo per farmi capire un solo esempio. Ho “fatto” la mia maturità nel 1951 (ahimè!). In quegli anni il programma di letteratura italiana si concludeva pressoché ovunque con i tre numi del tardo Ottocento primo Novecento: Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Già allora, dunque, molto in ritardo rispetto agli svolgimenti successivi. Ma non così tanto come accade oggi.

I centoventi anni che ormai ci separano dall’inizio del secolo che convenzionalmente definiamo Novecento non sono ancora entrati a pieno titolo — anzi spesso non sono entrati per niente! — nei programmi scolastici di cui stiamo parlando.

Dunque, il problema va rovesciato rispetto a come viene attualmente posto: invece di diminuire i corsi di un anno, si tratta di far entrare un secolo in più nei programmi.

Innovando, ma non distruggendo, si potrebbero riformulare i programmi dell’intero corso quinquennale, attribuendo all’ultimo anno il compito pressoché esclusivo d’investigare questi ultimi cento anni, decisivi per far capire ai giovani chi siamo e con cosa abbiamo a che fare. Portare la storia fino alla globalizzazione; consentire di leggere e approfondire, al pari di Cavalcanti e dei Promessi sposi, Primo Levi, Gadda, Pasolini, Calvino, de Céspedes e Ginzburg e — perché no? — Tabucchi e Del Giudice; accostarsi consapevolmente a filosofia, politologia, sociologia dell’ultimo secolo; avere una nozione precisa dello svolgimento storico delle scienze, di tutte le scienze, in questo periodo decisivo; conoscere per la prima volta (più o meno, suppongo) la storia dell’arte e della musica del Novecento (formidabili!).

Certo, i professori, per affrontare questo allargamento e questa “modernizzazione” dei programmi dovrebbero studiare un po’, ma ne varrebbe la pena. Non esistevano una volta i benemeriti corsi di aggiornamento? Sì, ma costavano troppo.

La Repubblica 26 agosto 2017


 

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