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La recrudescenza del fascismo oggi

La recrudescenza del fascismo oggi

di Christian Raimo 

fascismo

Una decina di giorni fa ho pubblicato un testo sul neofascismo tra i ragazzi di superiori e università. Nell'articolo avevo messo a fuoco una serie di elementi, che dopo la tentata strage fascista di Macerata e soprattutto le sue reazioni - un punto di non ritorno – mi sono apparsi ancora più cruciali.

Li provo a mettere in fila.

1. C'è un ritorno del fascismo. Del fascismo, e non di un quasi fascismo, di un cripto fascismo. Il millantato rischio dell'antipolitica e del populismo ha invece dato spazio al ritorno del fascismo. 
Il fascismo si distingue dal populismo per alcune caratteristiche fondamentali: l'organizzazione, l'apparato gerarchico, la violenza, la pedagogia totalitaria, il maschilismo, il militarismo, l'illiberalismo. Ci possono essere alcune di queste caratteristiche nel populismo - l'illiberalismo - ma altre sono in antitesi. Per esempio, l'apparato organizzativo. 
Il fascismo che spesso si è immaginato di contrastare negli ultimi anni non era fascismo, ma una forma di populismo o di autoritarismo che preludeva al fascismo. Peron può portare a Videla. 
L'altro fascismo che si è pensato di combattere è quello da macchietta, la chincaglieria di Predappio. 
Nel frattempo il fascismo cresceva, trovava consensi, si organizzava.

2. La maggiore ragione della crisi dell'antifascismo non nasce nemmeno dallo sdoganamento e dalla legittimazione dei fascisti, i ragazzi di Salò di Violante (una pagina putrida, intendiamoci), quanto nella responsabilità che quella generazione di sinistra ha avuto nel non sapere immaginare un'idea di società diversa. Pertini poteva permettersi di andare a visitare Paolo Di Nella in ospedale, perché aveva un'idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l'antifascismo avrebbe costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo. Vedi la parabola di Giulio Salierno, o di tanti come lui passati dal fascismo all'antifascismo militante, convintamente. Oggi questa idea di società a sinistra non esiste.

3. Il movimento Cinquestelle e il Pd non hanno lasciato nulla. Né un testo di riferimento, né un intellettuale, né un giornale, né praticamente un'organizzazione. Mentre l'Unità veniva distrutta, e il blog di Beppe Grillo ritornava a essere un blog personale su cui Grillo può scrivere le sue minchiate complottiste, in edicola andava Primato Nazionale, Renaud Camus scriveva la sua Grande Sostituzione, creando l'unica idea forte che oggi è entrata a far parte della politica di massa (pur nella sua allucinatorietà), Alain De Benoist ricominciava a essere letto. Qui sul New Yorker di dicembre si trova una sintesi di quest'ondata nera intellettuale (https://www.newyorker.com/…/the-french-origins-of-you-will-…). Dall'altra parte: Qual è un intellettuale a cui viene riconosciuto questo prestigio a sinistra? O dal movimento Cinquestelle? Domenico De Masi? Massimo Recalcati?

4. La destra italiana è forte, organizzata, ormai storicizzata. È di fatto l'unica ideologia che ha trent'anni di elaborazione nella seconda repubblica. Elia Rosati, importante studioso della destra radicale italiana, mi ha fatto riscoprire un testo di Guido Caldiron del 2001, Destra Plurale, in cui mostrava come l'unione delle tre destre (populismo mediatico, etnonazionalismo, neofascismo) fosse stata la ragione del successo della destra in Italia. Negli anni novanta Berlusconi, Bossi, Fini. Oggi Berlusconi, Salvini, Meloni. Non è cambiato nulla. Se non che questa destra plurale è diventata un modello per le destre europee ed extraeuropee, da Trump a Orban, da Farage a Le Pen.

5. Occorre rendere merito a chi ha cercato di studiare il neofascismo in questi anni. Da Alessandro Leogrande e Wu Ming, che per primi riconobbero nel movimento Cinquestelle gli elementi antidemocratici che si rifacevano al fascismo e che con il fascismo colludevano, a Giuliano SantoroMarco Rovelli, a Piero Ignazi ad Alessandro Portelli allo stesso citato Rosati. Ci sono stati degli importanti riferimenti intellettuali che vanno ripresi, ovviamente il Primo Levi la cui intervista che gli fece Giorgio Bocca in questi giorni gira di nuovo in rete: Levi parlava di fascismo capace di mascherarsi camaleonticamente. 
E ovviamente Furio Jesi, che in "Cultura di destra" riduceva la dimensione culturale, prepolitica del fascismo, a un minestrone di termini astratti senza nessuna capacità ermeneutica, una teoria di pseudoconcetti. Levi e Jesi sono i capostipiti di importanti prospettive di ricerche, che però vanno aggiornate.
In un'intervista del 1985 a Marco D'Eramo, Levi infatti non riusciva a intravedere come il campo di battaglia del fascismo sarebbe stata l'immigrazione. E rispondeva così: “Un milione di persone? Il fenomeno non lo conosco, e non saprei discuterlo. Non mi pare che sia accompagnato da un’ondata aggressiva. Suscitano commiserazione e anche disprezzo, ma odio proprio no. Anche perché in parte sono lavoratori domestici, in parte sono elementi marginali, fanno il piccolo commercio sulle spiagge e nei luoghi di cura, vendono i tappeti. Non sono sentiti come invasori e come rivali”. 
Cosa ci dice questa cecità di Levi? Che l'idea di un “fascismo eterno”, quello che Umberto Eco descrive nel libro appena riedito dalla Nave di Teseo, può essere una facile rappresentazione, che opacizza invece la contingenza storica dei fascismi. Allo stesso modo la grande intuizione di Jesi, il fascismo come una serie di “idee senza parole”, non poteva tenere conto della degradazione del dibattito pubblico, dall'esaltazione dell'ideologia alla stigmatizzazione dell'ideologia, e che quindi la sua definizione di fascismo come fenomeno essenzialmente aculturale oggi potrebbe attagliarsi a molta ideologia che dice di non esserlo.

6. Il fascismo fa leva soprattutto su una dimensione di potere patriarcale. O questo potere viene messo in discussione da una sinistra fieramente femminista, o non c'è una possibilità di valorizzare il senso politico dell'antifascismo. L'antifascismo oggi o è femminista o non è. Questo diventa straevidente nel libro del 1991 di Susan Faludi, Backlash, o in quello di un decennio più tardi, Il sesso nel terrore. Di fronte alla messa in crisi, il potere patriarcale “si vendica” attraverso una reazione estremista, manifestando la sua faccia più feroce proprio quando a essere colpita è la sua dimensione inconscia di potere: Trump o May, Duerte o Al Sisi, Assad o Putin. Il loro potere corrisponde a una reazione machista di fronte alle “debolezze mollicce” della democrazia.

7. Sicurezza non è una parola di sinistra. La sinistra, incapace di trovare riferimenti ideali e pratiche, dalla caduta del muro in poi, prima sedotta dal blairismo e poi impaurita dalla repressione postGenova e post11settembre, si è impiccata da sola a un immaginario politico di destra: paternalismo, decoro, sicurezza, innovazione, controllo, meritocrazia, competizione. Nel 2008 Walter Veltroni inaugurava la fondazione del Pd, reagendo all'omicidio Reggiani con la più rovinosa uscita razzista: interpellò il governo rumeno dichiarandolo complice della criminalità evidentemente genetica dei rumeni in Italia. Come sempre accade, il razzismo moderato spiana la strada per il razzismo estremo. Vinse Alemanno quelle elezioni a sindaco. Oggi il tweet di Renzi dopo Macerata va nella stessa direzione: “Quello di Macerata è un atto razzista, ma non sono i pistoleri che possono portare giustizia. L'assunzione per ogni anno di 10mila tra carabinieri e poliziotti è la risposta: buonsenso e non tagli alle forze dell'ordine”. Millantare un razzismo moderato pensando di contenere o addirittura portare dalla propria parte il fascismo aggressivo - così vale per i campi di detenzione in Libia, il respingimento degli immigrati, la fine della missione Triton, la criminalizzazione delle ong, eccetera... - produce come risultato che il fascismo vince a mani basse.

8. Il fascismo non nasce dal nulla, ma dal vuoto che è stato lasciato dall'antipolitica. Questo vuoto dell'antipolitica è cresciuto con la riduzione degli spazi di confronto politico a scuola. Di questo ci sono responsabilità con nomi e cognomi. Legge Gelmini, legge Moratti, Buona scuola: eliminazione dell'educazione civica, riduzione delle ore dedicate a storia, introduzione di un frankenstein disciplinare (la geostoria), definanziamento delle facoltà umanistiche, ridimensionamente del valore degli organi collegiali nelle decisioni scolastiche a scapito del potere del dirigente, uso sanzionatorio delle misure di controllo del comportamento (voto in condotta, limite delle cinquanta assenze all'anno, penalità sui ritardi), autogestioni criminalizzate e trasformate in cogestioni, l'invenzione dell'alternanza scuola lavoro che vuol dire ore tolte alla libertà delle iniziative libere a scuola da una parte e concezione del lavoro come luogo non di conflitto ma sempre di subordinazione, etc...

9. Il paesaggio che ci si presenta da qui alle elezioni e oltre è Socialismo o Barbarie. Per questo la decisione di non tenere più la manifestazione antifascista di sabato 10 a Macerata è espressione di questa paura, quella che per praticamente l'antifascismo occorre forse impegnarsi anche in altri campi, perché oggi non basta un'antifascismo di bandiera, ma serve una forma di politica attiva, militante, conflittuale.

(Ringrazio Matteo Minnella e One Shot che hanno realizzato le foto per questo pezzo, e la redazione di Internazionale tutta che ci ha messo tutta la sua attenzione per aiutarmi a scriverla)

 


 

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