Manganello e Vaticano: due fronti, la stessa lotta 

di Maurizio Viroli

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Nel pantheon dei nostri maestri dimenticati, spetta di diritto un posto a Ernesto Rossi. Chi voglia conoscere le ragioni della sua denuncia delle collusioni fra Vaticano e regime fascista, legga Il manganello e l’aspersorio (1958); chi voglia documentarsi sull’a lleanza fra il fascismo e i “grandi baroni dell’industria”, legga I padroni del vapore (1955); chi voglia gustare un esempio di polemica contro la corruzione, legga Settimo: non rubare (1953); chi invece cerca una risposta al problema della povertà legga, Abolire la miseria (1946). Ma per capire da dove scaturiscono la sua grandezza d’animo, il suo coraggio civile e il suo rigore intellettuale, sono da leggere le lettere degli anni del carcere e del confino.

Ernesto Rossi nasce a Caserta il 25 agosto 1897. Nel 1916 è volontario nella Grande Guerra e riporta gravi ferite. Per la sua attività antifascista è arrestato il 30 ottobre 1930 e condannato a 20 anni di carcere. Nel 1931, nella prigione di Pallanza, sposa la fidanzata Ada Rossi. Partecipa alla stesura del Manifesto di Ventotene per l’unità europea e nel 1943 aderisce al Partito d’Azione. Dal 1949 al 1962 collabora al Mondo di Mario Pannunzio. Con Leo Valiani fonda nel 1955 il Partito Radicale

IL PRINCIPIO che guida le scelte di Ernesto Rossi è la religione del dovere, vissuta non come obbedienza a un principio astratto, ma come devozione a una voce interiore da ascoltare e seguire semplicemente perché è la nostra voce. Non ascoltarla o non seguirla vuol dire per Rossi rinunciare a essere se stesso: “Non posso chiedermi se non ‘sarebbe meglio pensare a noi stessi senza interessarci di nulla’, perché non posso ‘pensare a me’ senza interessarmi a tutte quelle questioni in cui mi sembra d’avere una parola da dire, e che sia mio dovere dirla. Io non ho mai tenuto fuori di me il motore primo delle mie azioni. Anzi, mi sembra perfino inconcepibile che qualcuno faccia qualcosa ‘per gli altri’. Quel che faccio lo faccio per me, per essere in pace con la mia coscienza. Se desidero alleviar le sofferenze degli altri, dare agli altri una maggior dignità di vita, è perché le loro sofferenze mi fanno pena, le sento come mie, e la loro abiezione, il loro abbruttimento m’offendono: sento in loro offesa la mia umanità. Finché son press’a poco quel che sono, non mi sarebbe possibile agire come se fossi diverso”. La sua religione del dovere non ha bisogno del Dio della rivelazione. In una bella lettera alla madre Elvira scrive: “I giansenisti dicevano ‘credere in Dio, ma agire come se non ci fosse’. La loro massima aveva un alto significato contro la morale gesuitica, basata sulla paura dell’inferno e l’aspetta - tiva di una ricompensa. Io direi piuttosto: ‘non credere in Dio, ma agire come se ci fosse’. Come se ci fosse, beninteso, un Dio, non nel senso cattolico, ma nel senso d’una spiegazione, superiore alla nostra intelligenza, di quel che vediamo nel mondo. A noi, uomini, spetta fare il meno peggio che possiamo la nostra parte d’uomini”.

NON SENTE IL BISOGNO della speranza cristiana neppure quando, in guerra, dov’è andato volontario, vede la morte da vicino: “Anche quando sono stato in punto di morte […]non ho sentito affatto il bisogno dell’illusione religiosa. Mi ricordo che vicino al mio letto c’era un tenente ferito pure gravemente, che si lamentava di continuo perché non voleva morire. Venne il cappellano, lo confortò e lo convinse a prendere i sacramenti. Poi mi domandò se volevo prenderli anch’io. Lo ringraziai dicendogli che non ne avevo bisogno. Il mio vicino di letto morì durante la notte, dopo aver riacquistato la serenità nella speranza, e certo fu per lui un gran dono. Ma a me quella speranza non era necessaria: mi sentivo andar via piano, piano, senza alcuna preoccupazione di quel che sarebbe poi stato. Finire è un pensiero consolante, quando si conosce cos’è la vita, e basterebbe tener sempre presente questo pensiero per aver nella vita valori meno meschini di quelli che comunemente si hanno”. Non ha pazienza per i filosofi che trovano nella Storia o nella Provvidenza la risposta a tutte le domande della condizione umana. Ammira invece le persone semplici che sanno vivere con dignità morale, come il tranviere anarchico Giuseppe Papini, suo compagno di cella. Rossi lo descrive come un “puro di cuore”, uno di quegli uomini che bisogna avere la fortuna di incontrare ogni tanto “per non disperare completamente dell’umanità”. Non ho mai sentito altri, scrive, “che avesse una così benevola indulgenza verso le debolezze umane che cercava sempre di capire piuttosto che di condannare ”. Era solito dire: “Non basta chiedere a Domineddio che ci dia il nostro pane quotidiano. Bisogna chiedere: dacci il nostro pane quotidiano, ma senza infamia”. Come tutte le persone che hanno un sincero sentimento religioso e amano la libertà, detesta la politica del Vaticano: “Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze più reazionarie è il Vaticano, e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica, con la sua morale gesuitica, con la continua pratica del doppio gioco, con l’in - segnamento della cieca obbedienza ai governanti, comunque delinquenti e in qualsiasi modo arrivati al potere, purché prestino l’ossequio dovuto al Santo Padre”; e lancia, nel 1958 l’appello a ritrovare le tradizioni migliori del Risorgimento: “Dobbiamo lottare contro la politica del Vaticano con la stessa decisione e la medesima spregiudicatezza con la quale i patrioti del Risorgimento, anche se ferventi cattolici, lottarono per costruire l’unità italiana”. (Il manganello e l’aspersorio). Sapeva bene che lottare contro il regime fascista negli anni 30 era un’impresa disperata. Mussolini poteva contare su un formidabile apparato repressivo, sul sostegno della monarchia e del Vaticano, sul consenso di milioni di italiani infatuati dalle prospettive di grandezza imperiale. Eppure si impegna nella lotta antifascista con assoluta intransigenza, per la semplice ragione che il suo senso del dovere comandava di farlo.

IN UN PAESE INFESTATO di servi, la persona libera che obbedisce soltanto alla propria coscienza può essere soffocata con la forza o umiliata con lo scherno, ma non sconfitta: “qualunque sia la situazione politica avvenire, noi siamo destinati a buscarne finché viviamo. È una facile profezia. [...] Conosco ormai troppo bene gli italiani e la loro storia per farmi illusioni. Cavour fu un inglese, nato per sbaglio in un paese balcanico. E non si cambiano in due o tre generazioni le caratteristiche d’un popolo abituato per secoli a liberarsi col confessionale d’ogni preoccupazione sulla valutazione dei problemi morali, e a rinunciare nelle mani dei dominatori stranieri a ogni dignità di vita sociale.[…] La forza può avere ragione di noi individualmente, ma mantenerci fedeli a noi stessi vuol dire trasmettere alle generazioni avvenire, con l’esempio che vale più della parola, quella che riteniamo la parte più luminosa del pensiero ereditato dalle generazioni passate, cioè quel che fa sì che l’uomo sia veramente uomo: la libertà”. Aggiungo a queste parole una postilla, tratta da una lettera del gennaio 1932: “Non occorre credere che debba raccogliere la stessa persona che ha seminato”. Non saprei immaginare una lezione migliore per questo tempo in cui domina, ormai, la convinzione che è del tutto insensato vivere per un’idea.

Il Fatto Quotidiano 11 settembre 2015