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La matrice del negazionismo

di Donatella Di Cesare

un manifesto antisemita dell era nazista che dice che l ebraismo e organizzato criminalita 2epk9e0

Negare la verità storica è un progetto di propaganda politica non ha a che fare con il revisionismo ma con il complottismo attentando alla memoria compromette il legame con Auschwitz dalle cui ceneri sono sorte le democrazie della moderna Europa

Il negazionismo è una forma di propaganda politica che negli ultimi anni si è diffusa entro lo spazio pubblico coinvolgendo ambiti diversi e assumendo accenti sempre più subdoli e violenti. Sarebbe pertanto un errore sottovalutarne la rilevanza, cioè quegli effetti che, ben al di là del modo di interpretare la storia del passato, minacciano la comunità interpretativa del futuro. Basti pensare alla recente sconcertante negazione della pandemia, non riducibile a frange estreme, per tacere di coloro che ridicolizzano o banalizzano l’emergenza climatica. I casi sono molteplici e vari. Ormai si può parlare di una vera e propria storia dei negazionismi nel XXI secolo, che deve ancora essere scritta. Nel rifiuto della «versione ufficiale», nella millantata ricerca di una «informazione alternativa», il negazionismo lascia intravvedere quel dispositivo del complotto che ne costituisce la matrice. Ecco perché solo considerandone i nessi con fenomeni che lo precedono e lo sostanziano, primo fra tutti il mito potente del «complotto ebraico mondiale», si può tentare di cogliere il negazionismo attuale nella sua portata devastante. Malgrado la disseminazione, esiste, dunque, una continuità. Il negazionismo è legato strettamente alla Shoah. Si produce infatti in quel contesto.

Al contrario di quel che in genere si crede, non è il residuo oscuro del passato, bensì è un fenomeno inedito che, da quella prima comparsa, aumenta, si sviluppa, si consolida. Via via che viene alla luce il crimine contro l’umanità, che si è consumato nei campi di sterminio, accresce la tendenza a negare. Gli esponenti della nuova propaganda antisemita tentano di spacciarsi per revisionisti, come se il loro intento fosse semplicemente quello di rivedere criticamente la storia in nome di una spassionata ricerca della verità. Per qualche tempo riescono a rompere più di un argine, non solo nella comunità degli storici, facendo passare la loro negazione per un’opinione come un’altra, degna cioè di essere salvaguardata. Ma il negazionismo si rivela presto un’impresa di igiene ideologica che mira a sgombrare l’orizzonte del presente dal passato fasullo: la «bugia di Auschwitz». I testimoni vengono tacciati di essere falsari, le prove respinte come fandonie e balle. Gli ebrei sono accusati di mentire. Intorno a questa accusa si coagula il negazionismo nelle fasi successive. E non si esagera dicendo che proprio questo è il leitmotiv intorno a cui gli altri temi vanno intrecciandosi.

Per capirne l’importanza si deve ricordare che proprio l’accusa della menzogna, che scaturisce dal secolare odio antiebraico, è la chiave di volta dell’antisemitismo. Nel Terzo Reich la parola stessa Lüge, bugia, è il marchio dell’ebreo. Già nella modernità, all’indomani dell’emancipazione, l’ebreo viene visto come l’estraneo che tenta di apparire simile, lo straniero che si spaccia per autoctono. Si dichiara tedesco, ma non è che un ebreo, in grado di corrodere e alterare l’identità dei popoli. Per Hitler, che in Mein Kampf riprende quest’accusa, la menzogna segna l’esistenza dell’ebreo. Che i negazionisti rilancino il tema della menzogna non è dunque di poco rilievo se si considera il profondo e grave nesso di continuità con la tradizione antisemita più virulenta. Solo chi prescinde da tale nesso può essere spinto a credere che la negazione sia un’opinione come un’altra.


Ma perché poi gli ebrei mentirebbero sul genocidio? Perché avrebbero inventato quella «gigantesca bugia storica»? Il discorso negazionista si amplia e si inasprisce. E suona all’incirca così: gli ebrei hanno architettato la «menzogna» dello sterminio non solo per colpevolizzare
l’Europa e tenere sotto ricatto la Germania, ma anche per trarre profitto da quella «truffa» che ha permesso la creazione abusiva dello Stato di Israele. Ciò sarebbe avvenuto nel solco della loro politica planetaria di dominio. La spirale complottistica si manifesta nel nesso reiterato tra Olocausto e Nuovo Ordine Mondiale. Dagli hitleriani di ultima generazione ai fascisti del terzo millennio, dai malcelati razzisti ai cattolici integralisti, dai militanti filoislamici agli adepti del rossobrunismo – all’esordio del XXI secolo i negazionisti rinvianoesplicitamente al «complotto mondiale». Viene così ripreso in forme nuove il leitmotiv della propaganda antiebraica. Questo prova che il negazionismo non è riducibile in nessun modo alla revisione ed è invece un fenomeno che può essere considerato nella sua complessità solo alla luce della sua matrice complottistica.


Proprio questa matrice riaffiora all’indomani dell’11 settembre 2001, quando si annuncia una nuova fase del negazionismo. Quelli che schernivano la «truffa dello sterminio» sono gli stessi che dietro gli attentati alle Twin Towers credono di riconoscere
la mano del Mossad. I cliché negazionisti si mescolano con le ossessioni complottiste in una salda antica alleanza, una convergenza che dà luogo allo schema interpretativo della macchinazione destinato a caratterizzare il ventennio successivo e a diventare globale. Ma è grazie alla rete che la galassia negazionista si amplia e si rafforza. La enorme circolazione di propaganda contrabbandata per «informazione alternativa», la quasi simultaneità con cui la versione negazionista accompagna gli eventi rivaleggiando con la «storia ufficiale», nonché l’anonimato garantito anche ai manipolatori più violenti, ai profeti dell’inganno, contribuiscono a una dilatazione senza precedenti della complosfera negazionista.
Se lo schema interpretativo può adattarsi, la matrice del negazionismo resta il complotto e l’archiscena è sempre ancora «il cimitero di Praga», cioè il luogo immaginario in cui si raccolgono coloro che muovono le fila, che ordiscono la trama per sottomettere il mondo. Mentre risuona la domanda «a chi giova?», l’indice è puntato contro chi, inventando la «menzogna di Auschwitz», ne avrebbe tratto profitto gettando le basi dell’ordine planetario.


Stranieri inassimilabili, in grado di mantenere reciproci legami oltre i confini, al di là della base sionista in Israele, gli ebrei ordirebbero una
rete intorno al globo. Diventa questo il super-plot, il megacomplotto che assorbe tutti quelli passati e contiene in sé quelli a venire. Trarre alla
luce il potere della «casta» vuol dire farne trapelare l’estraneità. Le élite sono nel mirino in quanto apice di un’infiltrazione nascosta, che pregiudica l’identità del popolo, la contamina, la manipola.Il complotto è il Partito degli Stranieri. Gli architetti della globalizzazione, gli artefici
della pianificazione di crisi ed epidemie, dell’incertezza programmata e della minaccia permanente, i grandi manovratori che controllano la
stampa, influenzano le menti, pilotano la politica, sono gli stranieri degli stranieri, gli ebrei, quella supersocietà segreta che regge le sorti del
mondo. Il «complotto ebraico mondiale» è il cardine del nuovo negazionismo nella sua versione più recente.

La Stampa 12.01.2022