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Tommaso Fiore Il meridionalista dei contadini

di Sergio Tanzarella

Norberto Bobbio ha ben sintetizzato in un suo giudizio l'impegno  e la testimonianza di Fiore:

"Parli di poesia o di politica, di letteratura o di scuola, Fiore propone  o ripropone nei suoi discorsi sempre due temi fondamentali. Il primo è la nobiltà dell'uomo; di tutti gli uomini, per cui non dobbiamo mai stancarci di sondare in ognuno  dei nostri simili il fondo di umanità, e di farne  risaltare l'essenza profonda. Di qua la sua fiducia, mai venuta meno, nei giovani, la sua vocazione pedagogica [...]. Insieme con la nobiltà, il secondo tema è quello connesso alla sofferenza dell'uomo, che è alcune volte abiezione, tanto bassa da cancellare ogni vestigio di dignità, ma che deve essere compresa e più che compresa assunta come un peso da portare, come una responsabilità da assolvere, come un compito da assolvere, come un compito da seguire, perché in questo modo soltanto può essere redenta". [...].

Quell'impegno intellettuale intellettuale, sempre lontano da ambizioni e carrierismi accademici sostenuto come ricordava Giorgio Amendola , da personale disinteresse, è riconoscibile non solo nell'immensa  attività pubblicistica e d'occasione, ma anche in una quantità di scritti politici e di saggi che coprono  più di cinquant'anni di vita intellettuale italiana. Studi e traduzioni che vanno dalla letteratura (Virgilio, Ariosto) alla filosofia (A.G. Baumgarten, B. Russel, B. Spinoza), alla costante attenzione per la cultura dell'oriente europeo  e in specie per la letteratura russa (in particolare e precocemente per Tolstoj - del quale accetta la disobbedienza civile - e successivamente per A.Cèchov), fino alla promozione della diffusione in Italia di pensatori come Thomas More ed Erasmo da Rotterdam. Autori, questi ultimi, la cui scelta non fu certo casuale, ma che indicano da parte di Fiore, con la loro promozione in Italia, una risposta culturale al fascismo, alle illibertà ad esso conseguenti, e contemporaneamente una proposta di autonomia delle coscienze. [...]

Ma contemporaneamente l'attività di Fiore si caratterizza sul versante dell'impegno meridionalistico e civile, che comprende la trilogia composta da Un popolo di formiche, Il cafone all’inferno, Formiconi di Puglia e alla quale è ooportuno aggiungere la preziosa  edizione settecentesca  Relazione sull’Italia meridionale di Giuseppe Maria Galanti. Il primo di questi volumi, premiato  con il “Viareggio” nel 1952 e  definito da Salvemini «una bella battaglia morale», raccoglie in forma unitaria le sei lettere che Fiore indirizzò, tra il gennaio del 1925 e l’agosto 1926, a Gobetti (Rivoluzione Liberale) prima e a Giuseppe Gangale dopo (pubblicate sul settimanale  d’ispirazione calvinista, Conscientiae). Lettere nelle quali viene definita la la diffusione e il carattere del fascismo nel barese e nel salento. […].

Gaetano_SalveminiGaetano Salvemini

Proprio  nelle prime lettere, richiestegli  da Gobetti appena pochi mesi prima della morte in esilio, cui lo aveva costretto il regime fascista, Fiore mostra una straordinaria capacità di analisi e di previsione del fenomeno fascista e delle caratteristiche della sua diffusione grazie alla capacità di trasformismo politico dei suoi aderenti. Ma sopra ogni altro aspetto vi è in quelle lettere una singolare  attualità, anche a distanza di diversi decenni, nello studio della condizione del meridione e soprattutto delle masse contadine. Di esse e della loro condizione feudale, Fiore  si occupa in polemica con i pochi che studiando la Puglia risalgono alla Magna Grecia sia con i tanti che si limitano a studiare Federico II, castelli e cattedrali mentre  «andare a vedere le cantine di Cerignola, i pomodori di Palagiano, le verdure precoci del Leccese o che so io, i metodi di pesca di Molfetta, i margini , i marmi del Gargano. Il problema dell’irrigazione, per dirtene una, è ancora oggi quasi allo stato mitico» (Un popolo di formiche).

200px-PieroGobettiPiero Gobetti

Proprio i contadini  pugliesi vengono riconosciuti da Fiore come glia autori di una straordinaria opera che avrebbe spaventato un popolo di giganti, un’opera che ha trasformato in ferace una terra inospitale aspra e sassosa. Questo miracolo è potuto riuscire proprio grazie all’azione di un popolo di formiche. Tuttavia, questo popolo resta composto da masse politicamente  « ancora primitive, socialiste il primo maggio, cattoliche il 10 maggio a San Cataldo, monarchiche il 20 settembre » (Un popolo di formiche). Vittima della mancata bonifica delle terre da parte dei grandi proprietari e della malaria endemica, costretto a vivere nelle grotte e a pagare un tributo in vite umane  con l’elevatissima mortalità infantile. Prima causa  di queste tragiche condizioni di vita sono, secondo  Fiore, i proprietari assenteisti; sono loro i padroni e le divinità assolute del Meridione d’Italia:

«oggi più che mai nulla li minaccia, nulla li turberà nel loro senso feticistico della proprietà, della proprietà a qualunque costo, della maggior possibile, nel quale si esaurisce ogni senso giuridico, pel quale ogni vessazione più sbalorditiva contro il contadino è legale  e legittima; nulla, nessuna rivoluzione verrà mai a disturbarli […]. O che cosa altro lo spronerà ad agire? La partita a tre sette al circolo dei civili? La tradizionale lettura del Giornale d’Italia? L’audizione, sì e no, della santa Messa? Al più, penserà al miglior modo di difendersi dal fisco predatore, altra nostra non meno veneranda ed inconcussa istituzione. O perché dovrebbe dunque affannarsi a mutar qualcosa intorno a sé? […] di che egli deve temere a non farne nulla? Non gli è riuscito sempre, da secoli, di non mutar lui solo, in mezzo a tante tempeste , a tanto cangiar di padroni., di leggi, di costituzioni? […] questi signori, per quelli di loro, la quasi totalità, che vedono mai le loro stesse terre, che non sanno dove sono e quante sono con precisione».

E su  questa condizione della società meridionale Fiore aveva già scritto, alcuni anni prima in modo che spiega la strenua opposizione a Giolitti e ai suoi rappresentanti locali:

«Le vecchie cricche parassitarie, con le loro marce amministrazioni aggrappate alle mangiatoie dei bilanci e delle opere pubbliche comunali, con a capo Il solito deputato paglietta e giolittiano, intento a tenersi amico il sotto-Prefetto e il Ministro del giro della cinica indifferenza verso ogni interesse generale» .

E infine Un popolo di formiche si conclude significativamente con la commovente pagina dell'incontro con il dotto maestro antifascista di Francavilla Fontana Cesare Teofilato, costretto a vivere, per fedeltà alle proprie e alla propria coscienza, riparato e nell'indigenza in un villino di campagna e ugualmente assalito dalle squadracce fasciste del luogo. Rispetto a queste aggressioni, Fiore riporta non casualmente alla fine dell'ultima sua lettera e del libro, le disarmanti parole della moglie di Teofilato: «bisogna perdonare, non sanno quel  si fanno… non sanno che fanno troppo male alla povera  gente». Un giudizio che Fiore evidentemente condivideva e che non lascia equivoci sul fascismo e sulle dolorose conseguenze che nei vent'anni successivi avrebbero sofferto di italiani soprattutto “la povera gente “.

Appena quattro anni dopo la pubblicazione delle vecchie lettere degli anni ’20, Fiore manda in stampa una singolare e straordinaria testimonianza di un viaggio compiuto tra il 1953 e il 1954 in alcune zone della Puglia, testimonianza che dimostra gravemente come «nulla è mutato nelle condizioni di quella parte d'Italia» Egli intitola il libro Il cafone all'inferno ispirandosi ad una drammatica storia scritta da un bracciante autodidatta di nome Giovanni Mascolo, il cui racconto può essere davvero  in parallelo con le storie dei contadini narrate in quella straordinaria, e oggi dimenticata, opera coeva, purtroppo incompiuta, che è compiuta, che è Contadini del Sud di Rocco Scotellaro.

scotellaroRocco Scotellaro

In esso si narra che un cafone, una volta morto s'illudeva di avere accoglienza in paradiso o almeno in purgatorio, ma nel primo non trovò posto e nel secondo non ebbe nemmeno risposta. Allora dicendo fra sé e sé: «Quando io non ho meritato il paradiso con tutta la mia miseria e pazienza e lavorare notte e giorno come una bestia, chi lo deve meritare?» si incamminò verso l’inferno. Lì  il cafone venne invitato ad entrare da Belzebù: «Avanti! Avanti, fratello » Parole queste che commossero le cafone il quale si sentì a proprio agio e guardando quanto l'ambiente fosse per lui confortevole concluse: «Finalmente sono arrivato in un luogo dove si gode». La notizia dei giudizi positivi espressi dal cafone sull'inferno crearono scandalo tra i diavoli, i quali andarono a riferire a Lucifero in persona che c'era sulla terra un luogo peggiore dell’inferno e che quindi gli faceva concorrenza. Intanto il cafone continuava a pensare al trattamento principesco che gli era riservato all'inferno, confrontandolo con i cinquant'anni nei quali era vissuto in condizione di schiavitù, a servizio dei padroni della terra per i quali hanno lavorato senza sosta e senza ricevere nemmeno un grazie. Così Lucifero,mandato a chiamare il cafone gli chiese se fosse vero che gli piaceva l'inferno; al che il cafone rispose: «Moltissimo, signore. Se sapevo che era così comodo sarei venuto più presto». Appreso poi che veniva dal Tavoliere delle Puglie e che lui lo giudicava un inferno più inferno di quello dove si trovava. Lucifero inviò un diavolo travestito da contadino a vedere se quello che diceva che il cafone che era proprio vero.

Dopo due giorni il diavolo fece ritorno e poté testimoniare, raccontando appena un millesimo di terribili patimenti subiti nel suo soggiorno nel Tavoliere che il cafone aveva detto la verità.

A questo punto Lucifero, radunati tutti i diavoli concluse:

«Fratelli, come ha potuto constatare con i suoi occhi questo nostro fratello che viene di lassù, non stiamo per essere sopraffatti da un altro inferno che si fa concorrenza. Dunque, per conservare la nostra sovranità, prendete tutti gli attrezzi e andiamo  a stabilirci nel Tavoliere delle Puglie».

Questa storia, come la stessa dedica del Il cafone all'inferno, mostra in modo evidente l'intenzione di Fiore, nel tentativo di “colmare la frattura” e di presentare realisticamente le condizioni del Meridione d'Italia e di coloro ci vivono, superando le semplificanti tipologie presenti nelle relazioni delle inchieste parlamentari di fine e inizio secolo. Relazioni nelle quali si giunge fino alla pomposa e bugiarda presentazione delle condizioni alimentari dei contadini abbondantemente nutriti ogni giorno da un «chilogramma di pane di frumento» e ai quali vengono assicurati,  secondo le relazioni dei comandanti delle stazioni della Reale Arma dei carabinieri ,”in genere tre pasti al giorno” composti tra l'altro di una «razione di pane per adulto – che-  varia da un chilo a un chilo e mezzo al giorno». Un realismo, quello di Fiore, che risponde all'invito urlatogli da una donna tra la desolazione dei “granili” di Foggia, dove «tra i ruderi dei quartieri poveri si nasconde una umanità particolarmente offesa»: «se dovete scrivere, dite le cose come le vedete». Ed è per rimanere fedele a questo impegno che il «Mezzogiorno di  Fiore si chiama miseria». Proprio quella miseria diffusa capillarmente in quegli anni nel Meridione, che le classi dirigenti non riuscivano a vedere, troppo cieche per distinguere ciò che Fiore indicava e che in  tragica coincidenza doveva manifestarsi in Basilicata, Sicilia e Puglia immediatamente dopo la pubblicazione del libro, nelle proteste popolari provocate dalla fame e represse nel sangue del Governo.

Con straordinaria lucidità Fiore presenta le dieci piaghe della proprietà che affliggono il Mezzogiorno:

«la prima fondamentale è la miseria per motivo della disoccupazione, ciò che reca seco la seconda, cioè  l’insufficienza dell'alimentazione, e la terza, l’igiene rudimentale. Da ciò nasce l quarta, che è l'alta mortalità specialmente dell'infanzia, e poi nel campo morale, la quinta e la sesta, cioè l'analfabetismo è l'inferiorità della donna. La settima, per passare al campo  dei rapporti sociali, è  costituita dall’uso della frode  e della violenza della classe dominante contro i ceti del lavoro manuale. L’ottava e anch’essa una conseguenza, l'asservimento cioè delle classi intellettuali ai grandi e il loro distacco dalle classi umili; e da ciò le ultime due piaghe, il segno della vita muore, la nona cioè l'immobilismo della società, e la decima, la generale servitù, in alto e in basso, una specie di infantilismo politico in chi comanda e ribellioni disordinate, senza scopo in chi vien comandato».

L'analisi così attenta di Fiore è il frutto di un incontro, nel suo viaggio, con una umanità costituita da schiavi che non sono ancora cittadini della Repubblica. Esseri umani malati, malnutriti, disoccupati o sfruttati e sottopagati. Condannati a vivere in grotte, buche, stalle e persino canili e depositi di rifiuti, nel sovraffollamento, in locali umidi, malsani senza finestre, acqua, energia elettrica, fogne nel lerciume  e nel fango in vicoli senza luce o in ruderi di guerra, talvolta convivendo con gli animali.  Bimbi rachitici, seminudi o vestiti di stracci, scalzi, analfabeti .

Dai quartieri poveri delle grandi città pugliesi alla campagna della Capitanata e dal Gargano, dovunque fame e miseria: parassitosi, topi, malaria  tbc, con il sempre irrisolto dramma della mancanza di case degne di essere umani. «Miseria ieri e miseria oggi» dice a Fiore la vecchietta rattrappita inchiodata una sedia.  E con queste parole sembra confermare quello che il modello continuista che Fiore assume per interpretare la storia italiana. Modello che vede sempre prevalere nel Meridione il vecchio sul nuovo, che legge la diffusione del fascismo in Puglia come capacità trasformistica del giolittismo e scopre totale identità tra i mazzieri di Giolitti e gli squadristi di Mussolini, e che equipara nel comune fallimento la bonifica integrale fascista in Puglia con la riforma agraria democristiana del dopoguerra, cui si aggiungeva però la totale insipienza dei rappresentanti politici locali in ordine a strategie economiche efficaci .

Con la sua opera, Fiore ha il merito di aver rovesciato i luoghi comuni sulla regione, sul Meridione e sulla Puglia. Su questa regione e sulle disumane condizioni di vita degli abitanti, «la sofferenza dei cafoni e dei cozzi», Fiore ha scritto pagine che costituiscono il cuore dei suoi studi ma soprattutto delle sue battaglie e passioni,  fondendo straordinarie capacità descrittive e di indagine. Egli si inserisce così degnamente nella tradizione dei maestri e testimoni del meridionalismo. Infatti come osserva Gaetano Arfè «i Salvemini e i Gramsci, i Dorso e i Fiore e i contadini morti sotto il sole ci hanno insegnato che il problema del Mezzogiorno non è solo un problema di sviluppo economico e di progresso sociale,  è un problema di libertà e di un problema - usiamo il termine nel suo antico solenne significato - di giustizia, è un problema, cioè, di redenzione umana, di istituti autonomistici, di bonifica del costume, di liberazione delle coscienze. E questo insegnamento - continua Arfè- non è stato soppiantato dagli “esperti” con i loro dati e le loro cifre:

«i maestri del meridionalismo […]ancora non sono superati, i giovani e meno giovani agitatori degli anni duri hanno qualcosa da dire, gli uomini che hanno qualità e volontà di combattenti non possono ancora essere smobilitati. Fino a quando le male piante del trasformismo, della corruzione, delle rinascenti camorre continueranno a prosperare, la battaglia sarà ancora dura, e i libri, come quelli di Fiore, non saranno soltanto documenti storici, ma stimoli a pensare, ad amare a studiare, a combattere. […] Gli anni prossimi ci dimostreranno che ancora una volta la democrazia italiana sarà quel che sarà il Mezzogiorno».

Tuttavia al riconoscimento di tanta capacità di analisi - da parte di Fiore- corrispose nella società italiana una sorta di congiura del silenzio, soprattutto su un libro come Il cafone all'inferno. E Fiore rimane ancora scarsamente conosciuto, nonostante alcuni convegni di studio a lui dedicati restando  trascurato anche nelle stesse storie del Psi partito di cui aveva fatto parte.  É probabile che questo oscuramento dipenda dal fatto che egli con le sue opere

«aveva anticipato la visuale di un socialismo meridionalista non ortodosso, sino dalla sua collaborazione con Salvemini prima con Gobetti e Rosselli poi. Come Guido Dorso, Fiore auspicava una rivoluzione meridionale che avrebbe dovuto dirigersi non soltanto contro sfruttamento del Sud da parte del Nord, ma altresì contro le oligarchie e camorra indigene del Mezzogiorno».

La fine del 1958  e l’inizio del nuovo anno vedono Fiore impegnato nei preparativi in vista dell'imminente congresso del Psi che si sarebbe tenuto a Napoli  nel gennaio del 1959.  Ragione principale di Fiore è fare  accettare nel  partito  la tesi della centralità dei problemi del Meridione nella proposta politica dell'Italia invitando lo stesso partito  ad uscire dall'astrattismo dei grandi problemi internazionali, per piegarsi a far comprendere agli scritti le questioni locali, agrarie  di mercato industriali.  Testimonianza di questo intenso lavorio sono le Proposte della provincia meridionale come contributo congressuale:

«La provincia meridionale implora i compagni: siamo impegnati in una lotta per la vita, non per l'industrializzazione soltanto, ma per non morire sotto il mare di fango della conservazione, per risolvere i miei problemi quotidiani che si stringono, anzi per imparare a conoscerli,  a dar loro voce. Perché non scenderebbero in mezzo a noi, a vivere e a dormire fra i contadini, dirigenti del Partito, almeno per qualche mese all’ anno, i saggi del Comitato Centrale, gli studiosi e tecnici? Bisogna riprendere contatto con la terra, porgere orecchio alle richieste del mondo contadino».

Contemporaneamente, chiarificatrici sono lettere inviate in quei mesi ad Antonio Giolitti a Sandro Pertini.  A quest'ultimo rivolgerà un significativo e premonitore appello:

«una sola cosa ricordati, caro Pertini, per dopo, per la politica di dopo. Se i capi ascolteranno la voce dei contadini oltre che degli operai, se si metteranno a curare le piaghe del Mezzogiorno, il partito sarà efficiente; se non diventerà un’inutile ingombro e una fonte nuova di corruttela della vita italiana». Ma le parole di Fiore furono destinate a rimanere inascoltate; alla sua capacità di analisi dell'Italia postfascista e del fenomeno meridionale corrisposte in Italia, nei decenni seguenti, una politica meridionalistica complessivamente riduttivistica, quando non criminale.  

Egli: «fu certo uno degli ultimi meridionalisti, di quanti pensavano che la “questione” del mezzogiorno non fosse solo un problema di risorse, di modernizzazione produttiva, di razionalizzazione economica, ma avesse un risvolto morale non trascurabile, riguardasse la difesa di un tessuto etico minacciato,là dove era presente, dal  sormontare di vecchi e nuovi ceti dirigenti, tanto rapaci quanto insensibili al pubblico interesse». E alla difesa del tessuto etico minacciato Fiore accompagnava una denuncia aperta contro la corruzione già allora dilagante poiché «in un paese corrottissimo come l'Italia e più corrotto è il  Mezzogiorno, la denuncia non può essere che spietata». A questa Fiore univa l'appello alla responsabilità di promuovere sostenere, da parte dei partiti politici, la formazione culturale dei cittadini come condizione propedeutica alla libertà e all'affermazione di una democrazia consapevole e liberamente scelta.  Un'attenzione e una promessa di impegno che egli vedeva colpevolmente tradita già nella stagione postbellica come dimostrano queste sue parole:

«Il PCI come gli altri partiti intendono avere circoli culturali del propri, ognuno del proprio partito e non capiscono nemmeno loro l'utilità che gli operai abbiano, quartiere per quartiere, biblioteche rionali a loro disposizione perché si abituino a leggere, si formino. I partiti tutti quanti non vogliono formare uomini liberi, ma seguaci che, intelligentemente o no, diano il loro voto al partito. Questa è una gran prova della loro insipienza».

Questa insipienza  partitica - diffusa ieri è tanto più oggi - si proiettava anche sul tema centrale di Fiore del Mezzogiorno, tema che egli poneva in diretta relazione con la necessità ineludibile nella formazione delle coscienze e con il superamento dell'illusione dei suoi interventi speciali ed economici.  Nell'analisi di Fiore:

«la “questione meridionale” non si risolve con grandi visioni intellettuali e neanche con le sole riforme, ma con  il rinnovamento della coscienza individuale. Ciò richiede un lavoro lungo, tenace, graduale, molecolare: tale da coinvolgere i singoli, perché deve partire dall'interno di ognuno e non può essere calato dall’alto. Una convinzione che veniva certo da suo protestantesimo di fondo ma non meno dalla conoscenza diretta della storia e della realtà di cui parlava».

 

Sergio Tanzarella, Gli anni difficili, Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le "esperienze pastorali", Trapani, 2007, Il pozzo di Giacobbe