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Siamo tutti stranieri

L'Identità inventata degli italiani

di Tomaso Montanari

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“Identità è una parola pericolosa: non ha alcun uso contemporaneo che sia rispettabile ”. L’a mmonizione dello storico inglese Tony Judt (2010) era stata avanzata, prima e in termini più espliciti, dall’economista indiano Amartya Sen in Identità e violenza. Recensendo quel libro, Mario Vargas Llosa ha scritto che la domanda che sorge di fronte all’affermazione, violenta, delle identità nazionali e religiose è riassunta in un verso di Pablo Neruda: “E l’uomo dov’era?” “Prima gli italiani”, “dove metterete quei 100 che vi siete accollati ?”, “difendiamo le nostre radici cristiane”: ebbene, l’uomo dov’è?  Che ne è della comune identità umana, unica fonte dei diritti fondamentali dell’i n d i v iduo? È la domanda cruciale, in questa orrenda stagione del discorso pubblico sfigurato dal veleno della retorica identitaria.

 

21 agosto 1968. Un bacio in bocca e poi l'invasione.

21 agosto-1968. Praga, un bacio in bocca e poi l'invasione. I carri armati del Patto di  Varsavia entrano a Praga e interrompono la "Primavera".

L'anno prima aveva anticipato, con la ribellione degli studenti dell'Università di Praga e la richiesta di libertà degli intellettuali, molti dei tempi che ora che ora hanno infiammato l'Europa occidentale. Era poi seguita da una coraggiosa svolta riformista che aveva eletto Alexander Dubcek segretario del partito e con lui la speranza di una riforma in senso liberale del sistema socialista, vista la come grande segno positivo in Occidente. Ma tutto ciò precipita alla fine della "primavera": dopo una serie di avvertimenti a non spingersi troppo oltre, di  "affettuosi consigli" dispensati dai partiti fratelli, dopo un clamoroso bacio in bocca regalato da Leonìd Il'ìč Brèžnev, il segretario del Pcus, a un imbarazzato Dubček (è una foto del secolo), il 2 agosto dopo l'incontro in cui i due si sono garantiti  "mutua comprensione" le truppe  di cinque paesi del Patto di Varsavia invadono la Cecosvolacchia con grande dispiego di carri armati, arrestano la dirigenza comunista locale e impongono la "normalizzazione". È il 21 agosto.

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In Italia gli occhi sono puntati sul Pci, a dodici anni dall'invasione dell'Ungheria in cui il partito preferì subire la sua più grave scissione e l'abbandono dei suoi migliori intellettuali alla rottura della fedeltà all'Unione Sovietica. Il partito, che aveva guardato con simpatia alla Primavera di Praga, sicuramente soffre, ma cerca di "razionalizzare". Pietro Ingrao, esponente della sinistra dichiara in Parlamento "il nostro grave dissenso e la nostra grave riprovazione", il segretario Longo invece promette l'eterna fedeltà all'URSS. La CGIL non aderisce a uno sciopero di solidarietà; il movimento studentesco rimane estraneo, a eccezione degli studenti di Torino che rioccupano, in piene vacanze e nella città deserta, il Palazzo Campana, per dichiararsi sentitamente antisovietici.

Ma un'onda cecosvolacca continuerà a farsi sentire in Italia. Nel gennaio 1969 creerà molta emozione il suicidio anti-invasione dello studente praghese Jan Palach; nello sesso 1969 un gruppo di dirigenti comunisti, che ha dato vita alla rivista "Il Manifesto" - titolo dell'editoriale: Praga è sola - sarà radiato dopo un vero e proprio processo quasi staliniano. L'ex direttore di Radio Praga, Jiří Pelikán, diventerà deputato del partito socialista italiano e lo scrittore Milan Kundera (L'Insostenibile leggerezza dell'essere) diventerà un inaspettato autore bestseller.

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La rottura con Mosca arriverà soltanto nel 1981, con il segretario Berlinguer che ammetterà: "La spinta propulsiva della Rivoluzione di ottobre è terminata". Nel 1988 il nuovo segretario del Pcus Michail Gorbačëv, si scuserà con i cecoslovacchi per lo spiacevole incidente di vent'anni prima. Giusto in tempo, prima della fine dell' Urss.

Tratto da "Enrico Deaglio, Patria 1967-1977, edito da Feltrinelli, 2017

 

La lezione di Alex Langer

DA ALEX SI PUO’ RIPARTIRE

di Goffredo Fofi

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Sono passati molti anni e la figura di Alex Langer è cresciuta nella mia memoria e, credo, nella memoria di tanti, per l’originalità della sua vicenda umana e politica e non solo per la sua tragica fine, ma è cresciuta anche per l’istintivo confronto con altri membri della sua generazione, con leader e con i militanti dei suoi anni. In breve: dalle sue pratiche e dai suoi scritti è possibile imparare qualcosa, anzi molto, moltissimo; dalla figura degli altri molto meno, spesso niente, o anche ciò che non bisogna fare o diventare. E grande è il rimpianto per non essergli stato più vicino, per non aver saputo profittare abbastanza della sua amicizia e diversità, per non aver ragionato a fondo già allora, mentre la battaglia era in corso, su ciò che faceva e diceva.

 

Una domanda alla sinistra

Una domanda alla sinistra

di Guido Crainz

La mobilitazione contro chi si opponeva ai valori antifascisti è stata il tratto fondativo della nostra Repubblica È ancora così?

Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.

 

Nel nome di Giordano Bruno

Nel nome di Giordano Bruno: costituzionalmente laici

di Maria Mantello

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Sono trascorsi 418 anni da quel 17 febbraio del 1600 quando il filosofo Giordano Bruno fu arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma, per ordine del tribunale della Santa Inquisizione presieduto dal pontefice romano. 
«Eretico, pertinace, impenitente ...» recitava la sentenza nella sua tracotanza di potere. E voleva essere espressione di massimo spregio, per chi come Bruno rivendicava il diritto umano di pensare e scegliere autonomamente.

 

La recrudescenza del fascismo oggi

La recrudescenza del fascismo oggi

di Christian Raimo 

fascismo

Una decina di giorni fa ho pubblicato un testo sul neofascismo tra i ragazzi di superiori e università. Nell'articolo avevo messo a fuoco una serie di elementi, che dopo la tentata strage fascista di Macerata e soprattutto le sue reazioni - un punto di non ritorno – mi sono apparsi ancora più cruciali.

Li provo a mettere in fila.

1. C'è un ritorno del fascismo. Del fascismo, e non di un quasi fascismo, di un cripto fascismo. Il millantato rischio dell'antipolitica e del populismo ha invece dato spazio al ritorno del fascismo. 
Il fascismo si distingue dal populismo per alcune caratteristiche fondamentali: l'organizzazione, l'apparato gerarchico, la violenza, la pedagogia totalitaria, il maschilismo, il militarismo, l'illiberalismo. Ci possono essere alcune di queste caratteristiche nel populismo - l'illiberalismo - ma altre sono in antitesi. Per esempio, l'apparato organizzativo. 
Il fascismo che spesso si è immaginato di contrastare negli ultimi anni non era fascismo, ma una forma di populismo o di autoritarismo che preludeva al fascismo. Peron può portare a Videla. 
L'altro fascismo che si è pensato di combattere è quello da macchietta, la chincaglieria di Predappio. 
Nel frattempo il fascismo cresceva, trovava consensi, si organizzava.

 

La strage di Milano

Le bombe di Piazza Fontana

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In pieno rigurgito fascista, sdoganato dai media e dai social, ricordare la strage di Milano del 12 dicembre1969 è importante. L’unico antidoto per sbarrare la strada a qualsiasi forma di fascismo è conoscere la Storia.

Dall’aprile del 1979 si susseguono in Italia una serie di attentati che preparano la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969. Diversi gruppi che fanno riferimento la fascismo, per contrastare l'aria di rinnovamento che si respira nella società (i nuovi movimenti studenteschi), decidono che è giunto il momento di entrare in azione. In diversi incontri, funzionari dello stato, ufficiali dell'esercito e dei servizi segreti, stabiliscono un piano: “scioccare” l'Italia con una serie di attentati. La colpa deve essere addossata alla “sinistra”.

 

A 100 anni da Caporetto

Esame di coscienza dell’Italia

A 100 anni da Caporetto

di Emilio Gentile

Marcia_nella_valle_dellIsonzo

 

Dopo la disfatta, studiosi 
e combattenti costituirono 
un Comitato per un’analisi 
scientifica e politica dei fatti
Una riflessione forse da ripetere
per la storia recente italiana

Si suicidò il 4 novembre 1917 il senatore Leopoldo Franchetti. Aveva settanta anni, e ne aveva dedicati oltre quaranta, come studioso e come politico, all’emancipazione dei contadini e del Mezzogiorno, che da giovane aveva percorso a cavallo per conoscere personalmentele condizioni economiche e amministrative delle province meridionali. Di famiglia ebraica livornese, ricco proprietario terriero, conservatore liberale, lasciò le sue terre ai contadini, che le lavoravano, e il suo patrimonio a un istituto di beneficenza.Fautore dell’intervento italiano nella Grande Guerra, si uccise perché affranto dalla catastrofe di Caporetto.

 

VideoFormiche

Danilo Dolci omaggio a Peppino Impastato

Si dice in giro



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