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Nuova politica

Gentiloni non legge, non ha tempo. E non gli serve

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di Piero Bevilacqua

La lettera che l’editore Giuseppe Laterza ha inviato a la Repubblica il 20 giugno merita di essere messa al centro di una riflessione non superficiale. L’editore romano manifestava il suo stupore e la sua preoccupazione per la risposta che il presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva dato a chi lo intervistava sul palco del «Festival delle idee» organizzato dalla stessa Repubblica.

Alla domanda che libro stesse leggendo in quel momento, Gentiloni aveva risposto con onestà che a Palazzo Chigi non c’era tempo per leggere libri.

Ora, alle giuste e pur amichevoli recriminazioni di Laterza credo sia opportuno aggiungere alcune considerazioni che non riguardano occasionalmente l’attuale presidente del consiglio, ma investono alla radice la condizione attuale della politica.

Gentiloni non ha tempo per leggere libri.

Ma perché – tanto per restare nell’ambito della storia nazionale repubblicana e dei presidenti del Consiglio – De Gasperi, Fanfani, Moro fino a Giulio Andreotti di tempo ne avevano non solo per leggere, ma anche per scrivere libri? Libri di proprio pugno, non semplici marchette giornalistiche.

Che cosa è accaduto alla pratica quotidiana della politica, anche quella istituzionale e di governo, al punto da ridurla da professione intellettuale ad affannoso tran tran amministrativo? Credo che la risposta fondamentale stia nella trasformazione storica subita dai partiti politici di massa.

Da «organizzatori della volontà collettiva», come li definiva Gramsci, sono diventati agenzie di marketing elettorale. Essi non organizzano più i ceti popolari, non mobilitano il conflitto sociale, non praticano quell’alta pedagogia civile che tutti i partiti democratici del dopoguerra hanno svolto, trasformando i problemi dei singoli in orizzonte politico collettivo, in comune sentire nazionale. Trasformati in ceto politico e disimpegnati dal compito di trasformare il Paese secondo un progetto di avanzamento generale, essi sono quotidianamente impegnati in una perenne campagna elettorale. Devono «vendere» tutti i santi giorni messaggi elettorali per «acquistare» pacchetti di consenso popolare. E’ il mercato bellezza!

Anche il presidente del Consiglio è impegnato in questo compito. Non si reca costantemente in tutti i luoghi, in tutte le assisi, in tutte le occasioni di celebrazione in cui le tv pubbliche e private lo riprenderanno per mostrarlo ai cittadini nel fulgore della sua presenza e nella vitale energia della sua partecipazione?

Se anche la maggiore carica istituzionale dell’esecutivo è impegnata nell’incremento quotidiano del consenso chi, tra il ceto politico, troverà il tempo per leggere un libro? Ma a che serve leggere i libri? Questi frutti dell’umana intelligenza e della ricerca erano necessari quando i dirigenti dei partiti dovevano interpretare le trasformazioni e le tendenze profonde del tempo, per adeguare le strategie della propria politica. Erano necessari quando il futuro era materia di progetto collettivo, non la chiacchiera propagandistica di chi deve vendere illusioni per ottenere voti.

Tale decadimento ha spinto il ceto politico, almeno in Italia, a svalutare la dimensione intellettuale e culturale dell’agire pubblico. Qualcuno si ricorda dell’irrisione nei confronti dei «professoroni» – docenti universitari, fra i nostri maggiori costituzionalisti – per la loro posizione in difesa della Costituzione?

Gli uomini del governo Renzi e la stampa al seguito mettevano alla gogna come conservatori gli uomini e le donne che si segnalavano nel paese per il peso della loro cultura. Come se la cultura rappresentasse un ostacolo, una zavorra alla veloce modernizzazione dell’Italia. E infatti ai docenti universitari, lenti nell’eloquio, si contrapponeva la rapida destrezza di un ex boy scout, imbattibile sul piano dell’imbonimento pubblicitario.

Quanta poca reazione di fronte al nascosto fascismo di questa posizione! Ma anche quale illuminante manifestazione della trasformazione della politica in mediocre e inconcludente pratica propagandistica.

Il Manifesto 23 giugno 2017


 

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