Danilo Dolci e Tommaso Fiore: un inedito carteggio sul crinale della Questione Meridionale
di Sergio TANZARELLA*

1. La scomparsa degli epistolari - 2. Gli inizi della relazione Fiore - Dolci - 3. Il primo incontro in Sicilia e il processo del 1956 - 4. Un dialogo intenso - 5. La lotta contro la mafia
Abstract
Il saggio esamina l’inedito carteggio (1953-1970) tra Tommaso Fiore e Danilo Dolci, recentemente curato da Giuseppe Dambrosio, come fonte privilegiata per rileggere la questione meridionale nel primo venticinquennio repubblicano. Attraverso la corrispondenza emergono la convergenza di ideali, l’impegno civile nonviolento e la comune battaglia per l’attuazione della Costituzione, la giustizia sociale e la lotta antimafia. Viene così dimostrato come la marginalizzazione di entrambe le figure rifletta una più ampia rimozione culturale del Mezzogiorno, restituendo al genere epistolare il suo valore di testimonianza storica e morale.
This essay examines the unpublished correspondence (1953-1970) between Tommaso Fiore and Danilo Dolci, recently edited by Giuseppe Dambrosio, as a privileged source through which to reconsider the Southern question during the first fifteen years of the Italian Republic. The letters bring to light a convergence of ideals, a commitment to nonviolent civic engagement, and a shared struggle for the enforcement of the Constitution, for social justice, and against the mafia. It is thus shown how the marginalisation of both figures reflects a wider cultural effacement of the Mezzogiorno, thereby restoring to the epistolary genre its value as historical and moral testimony.
Keywords: Danilo Dolci, Tommaso Fiore, Questione Meridionale, Nonviolence, Epistolary Sources.
1. La scomparsa degli epistolari
Gli storici del futuro che si occuperanno del nostro presente dovranno certo fare a meno di quel prezioso e originalissimo tipo di fonti involontarie e private che sono i carteggi. Di essi constateranno la estinzione a causa di una evoluzione tecnologica che ha cancellato la comunicazione a mezzo lettera che tanta importanza ha avuto per molti secoli. Ma non sono soltanto scomparse le lettere: si è forse estinto un tipo di comunicazione e di interesse che va oltre il mezzo e che rappresentava un modello di relazione umana molto spesso ricchissima e profonda. Fonti preziosissime per lo storico, ma anche per il semplice lettore curioso di poter penetrare nel mondo riservato e privatissimo dei carteggi. Di questo disinteresse è prova il fatto di quanto nel nostro tempo il genere letterario dell’epistolario non susciti più grande attenzione come era in passato. Scampati alla dispersione i carteggi giacciono oggi negli archivi e anche quando vengono recuperati e pubblicati finiscono invenduti sugli scaffali delle librerie o mai sfogliati su quelli delle biblioteche. Ne ebbi prova nel 2017 quando dopo sette anni di lavoro pubblicammo il corposo e fino ad allora disperso epistolario di Lorenzo Milani(1) (recuperato, annotato e restaurato), oltre 1.100 lettere tra cui 129 inedite. Ci aspettavamo che da allora in poi tutti quei milaniani senza Milani si potessero finalmente documentare e che nei tanti libri e convegni l’epistolario fosse finalmente usato. Nulla. Sempre le stesse citazioni, gli stessi frammenti smozzicati e della ricchezza di un genio epistolare, come definimmo Milani(2), nessuna traccia. Eppure l’opera si è venduta e molto con grande profitto per l’editore, ma coloro che relazionano per ogni dove su Milani (e non sono pochi) si sono ben guardati dal leggerla. Potremo così dire che il genere letterario dell’epistolario si sia estinto tanto da apparire per molti benpensanti irrilevante.
In totale contrapposizione con questa tendenza è stato pubblicato, appena lo scorso 2024, grazie al meticoloso lavoro di ricerca di Giuseppe Dambrosio, un preziosissimo carteggio (3) tra l’intellettuale e antifascista pugliese Tommaso Fiore, insigne latinista, che non si ritrasse dal dedicare tutta la sua vita alla questione del Mezzogiorno(4) e all’abbracciare il mondo contadino e le emergenze agrarie e Danilo Dolci che scelse agli inizi degli anni '50 due piccoli paesi della Sicilia occidentale attanagliati dalla miseria e dalla mafia per avviare un processo di liberazione sociale e di giustizia alla luce della Costituzione italiana e della nonviolenza. Una iniziativa di ricerca controcorrente come lo fu l’esistenza di Fiore e quella di Dolci, perseguitati e isolati da vivi, cancellati e dimenticati da morti. Se infatti non fossimo condannati alla dittatura degli intellettuali di allevamento in batteria, categoria tanto diffusa tra accademici e giornalisti, la lezione di impegno civile di Fiore e di Dolci e i loro scritti dovrebbero costituire un insostituibile patrimonio nazionale. Scrivevo su questa emergenza non pochi anni fa: essere stati completamente cancellati. È una azione tanto più grave se la si pone in relazione alle condizioni attuali in cui versa il meridione d’Italia, condizioni di emergenza civile non dissimili da quelle nelle quali agirono contro diffidenze, supponenze e ostacoli innumerevoli queste figure di resistenti che meriterebbero di essere raccontate ai giovani in luogo dell’estensione dell’oblio diffuso e dell’accondiscendenza complessiva nei confronti del potere e del suo controllo capillare e totale sull’informazione»(5).
Quindi la ricerca che ci offre Dambrosio è controcorrente sia perché i protagonisti della nostra storia nazionale che egli recupera sono stati cancellati sia perché la questione meridionale di cui si occuparono è oggi bandita e ignorata. L’ho ribadito in molte circostanze senza suscitare alcuna reazione (6). Si tratta quindi di una deliberata cancellazione per cui non è accettabile quanto scriveva nel 2000 Matteo Collura a proposito di Dolci sostenendo che «Le grandi campagne antimafia, intraprese dopo le mattanze degli anni Settanta e Ottanta, con le successive stragi in cui caddero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avevano messo il silenziatore all’attività di Danilo Dolci, relegando egli stesso in un angolo d’ombra nel quale rari giornalisti ormai andavano a curiosare. Per questo quando fu annunciata la sua morte, molti giovani, anche in Sicilia, non sapevano chi fosse»(7).
La realtà è che uomini come Danilo Dolci erano assolutamente incontrollabili e non asserviti ad alcun potere. Pericolosi per la mafia quanto pericolosi a tutti i poteri: dalle pubbliche amministrazioni ai partiti politici, dai proprietari dei giornali alle massonerie, pertanto è ben ovvio come la loro azione dovesse essere silenziata e cancellata. Tutti avvertivano le ricadute di quel processo di autocoscienza popolare che Dolci aveva avviato con il metodo maieutico e con il passaggio dal trasmettere al comunicare.
2. Gli inizi della relazione Fiore - Dolci
L’epistolario è stato recuperato da Dambrosio in numerosi archivi dove giaceva quasi del tutto ignorato. Esso attraversa un tempo non breve di 17 anni a testimonianza di una relazione che corrisponde ai primi decenni della attività di Dolci e gli ultimi della vita di Fiore che, sebbene ormai anziano, non rinuncerà a scendere più volte da Bari in Sicilia per sostenere le lotte civili e non violente di Dolci. Si tratta di un carteggio certamente in origine più vasto ma, nonostante la dispersione, pur sempre di una certa consistenza: 24 lettere e una cartolina da parte di Fiore e 13 lettere, 4 cartoline e un telegramma da parte di Dolci. Da queste lettere emerge il comune impegno politico e una convergenza di ideali per la giustizia sociale a partire dal Mezzogiorno in una Italia squassata dalla ingiustizia sistemica e dalla negazione della Costituzione e sottoposta ad un assistenzialismo che fu premessa per un sistema di collateralismo che molto pesò sulla vita nazionale degli anni successivi(8).
E fu proprio il più alto tentativo di affermazione della democrazia, cioè la Costituzione, ad essere fortemente compromesso da quegli apparati, su istigazione della maggioranza parlamentare che tenne in naftalina la Costituzione almeno in quel primo decennio. Denuncerà nel 1955 Pietro Calamandrei:
«La Costituzione apparentemente entrata in vigore il 1° gennaio 1948, in realtà non è mai stata osservata così come è scritta: è accaduto invece che in questi anni si è venuto lentamente creando attraverso un lavoro di restaurazione dei vecchi ordinamenti, un regime del tutto diverso da quello scritto nella Costituzione, dalla quale il Governo di fatto si è andato ogni giorno di più allontanando»(9).
Questo allontanamento provocò migliaia di arresti senza che la magistratura ne venisse immediatamente informata, lunghissime detenzioni, processi e condanne colpirono semplici manifestanti, povera gente che protestava spinta dalla fame, dal disagio estremo, dalla mancanza di acqua potabile, di assistenza sanitaria, da precarissime condizioni abitative (anche grotte, tuguri, capanne, stalle) come avevano documentato nel 1954 Danilo Dolci per la Sicilia con Fate presto e bene perché si muore(10) e Tommaso Fiore per la Puglia nel suo Il cafone all’inferno (11).
Le lettere – come sostiene Giuseppe Barone nella prefazione al volume curato da Dambrosio:
«hanno inoltre il merito di offrirci una messe di dettagli impossibili da ricavare dai libri o dalle cronache giornalistiche, che ci consentono di definire meglio e a tutto tondo il profilo, non solo intellettuale, di entrambi i corrispondenti. [...] Una costante dell’intero Carteggio è la profonda ammirazione che Fiore prova per l’opera di Danilo Dolci, per la sua radicale scelta di vita, per il suo netto rifiuto di marcare una cesura tra pensiero e azione, riflessione teorica ed azione concreta»(12).
La prova di questa ammirazione è disseminata in tutto il carteggio e nella solidarietà manifestata in più occasioni da Fiore nei confronti del giovane amico. La prima lettera che dà avvio alla corrispondenza è un dono inatteso di Fiore, che pur viveva una certa indigenza familiare come monoreddito e con famiglia numerosa, per sostenere le attività di Dolci:
«Bari, 20 agosto 1953
Ottimo Dolci,
ieri sera ho ricevuto da Viareggio l’ultimo resto del premio che mi dovevano e mi affretto a mandarle questo assegno del Banco di Napoli n° 511473 in data di oggi per L. 5.000, = (Cinquemila).
Non le nascondo che a casa si stenta a tirare innanzi, perché il peso della numerosa famiglia ricade tutto su di me e non ho altre fonti di guadagno che l’insegnamento pubblico, senza ripetizioni private. Ma, se si dovesse guardare la propria miseria, non si farebbe mai nulla»(13).
È un gesto gratuito che certo colpisce Dolci, il quale già sapeva di lui tramite Capitini che era un riferimento esemplare per entrambi (14), così a stretto giro gli risponde:
«Trappeto 24-8-’53
Carissimo
di te so poco ma quanto mi basta per desiderare profondamente conoscerti. Capitini mi aveva dato il tuo indirizzo. [...].»(15).
3. Il primo incontro in Sicilia e il processo del 1956
Dopo una prima visita di Dolci a Fiore, in una data non meglio precisata (16) nel carteggio, si arriverà ad un primo incontro in terra di Sicilia. Ciò avverrà grazie ad un impegno che Fiore avrà a Palermo nel novembre del 1955 e dopo aver ricevuto da Dolci copia di Banditi a Partinico, libro che Fiore definirà «veramente straordinario per precisione»(17) e sul quale si affretterà a scrivere due recensioni. La visita a Partinico e Trappeto impressionerà particolarmente Fiore che scriverà
«Bari 23 novembre 1955
Carissimo Danilo,
l’esperienza che tu mi hai fatto fare mi ha lasciato come briaco. Avant’ieri a Palermo prima di cominciare a parlare mi sentivo proprio turbato»(18).
Fu un incontro con una realtà del Mezzogiorno la cui durezza era ben nota a Fiore che già aveva raccolto le sue lettere a Gobetti e a Gangale con il titolo Un popolo di formiche(19) e che aveva appena scritto Il cafone all’inferno (20), un libro esemplare per rigore e concretezza d’indagine e che restituiva alla questione meridionale i suoi connotati più autentici e drammatici fuori dal riduzionismo oleografico o dalla propaganda partitica. Dopo quasi dieci anni di Repubblica i padroni erano ancora in buona salute, galantuomini arbitri di vita e di morte e i contadini-cafoni sempre in condizione di schiavitù, sudditi e non cittadini, al massimo assistiti e inseriti in un sistema clientelare. Proprio per questo Fiore era fra i pochi intellettuali del suo tempo che poteva comprendere in profondità l’azione sociale di Dolci e la sua pericolosità per il potere e per i processi di liberazione che era in grado di mettere in moto.
Di quella visita scriverà un lungo articolo di ciò che di esemplare ha visto e di ciò che Dolci ha compiuto cogliendone il tratto specifico e originale della scelta nonviolenta:
«Scopo supremo, non sparare più, fuggire soprattutto la violenza, la violenza genera la violenza, il sangue genera altro sangue» (21).
Sarà da allora che Fiore seguirà con sempre maggiore attenzione le campagne di Dolci a partire da quella del 1956 offrendo un contributo autorevole di solidarietà e amicizia. Infatti, dopo il digiuno dei mille sulla spiaggia di Trappeto per denunciare la pesca di frodo che riduce di molto le possibilità dei pescatori onesti, Dolci passa a Partinico allo sciopero alla rovescia mettendosi il 2 febbraio 1956 a lavoro con tanti alla sistemazione di una trazzera ormai non più percorribile. Seguirà l’intervento repressivo della polizia e l’arresto di Dolci e di alcuni sindacalisti che saranno in breve tempo sottoposti a processo in quella che sarà una delle pagine più buie per la giustizia italiana di quei primi anni della Repubblica e che Dolci documenterà in un libro di esemplare rigore(22). La risonanza nell’opinione pubblica è enorme e ne consegue la nascita di un “Comitato Nazionale di Solidarietà con Danilo Dolci” che il 23 marzo, giorno precedente all’avvio del processo, tiene una pubblica assemblea che ha tra i relatori Tommaso Fiore ormai settantaduenne, ma non scoraggiato dall’intraprendere il non breve e disagevole viaggio da Bari a Palermo per sostenere l’amico. Il suo discorso è giustamente definito da Dambrosio «Molto interessante [...] per il particolare taglio dato all’analisi dei fatti e per la passione civile e morale che emerge dalle sue parole»(23). Dambrosio coglie perfettamente il profilo dell’impegno di tutta la vita da parte di Fiore: analisi e passione civile e morale, le stesse qualità che si ritrovano in Danilo Dolci e che comportarono per entrambi l’isolamento e la emarginazione. Il primo richiamo di Fiore è all’antifascismo e alla resistenza che riconnette alla azione di Dolci perché
«l’argomento è troppo vasto, poi tutta l’Italia è in ascolto, senza esagerazione. E, se non ascoltano anche i nostri morti, se non è retorica dire che i nostri partigiani, caduti nella guerra di liberazione, hanno espresso in molti modi un loro modo di sentire la libertà e la vita civile, cerchiamo di renderci degni del loro sacrificio, parlando e agendo nella maniera più degna di essi. E tale anche che trovi l’approvazione del nostro amico, di Danilo, dagli occhi puri e dall’animo forte» (24).
Un animo che si era temprato all’impegno pochi anni prima davanti al cadavere di un piccolo bambino morto di fame come ricorderà Fiore:
«Allora Danilo, quando il corpicino del morto è stato portato nella terra, ha preso il posto di lui sul misero lettuccio, ha detto che non si sarebbe più alzato, se prima l’autorità non avesse preso certi provvedimenti in aiuto dei miseri. Certo, poteva anche morire, anche lui, Danilo, insieme con tanti altri, a pro dei piccoli lattanti di Partinico e delle altre parti di Sicilia. Non sarebbe stata una morte inutile; il paese avrebbe imparato finalmente che vi sono, in qualche parte d’Italia, dei lattanti che muoiono perché il seno della madre è inaridito dalla fame; avrebbe imparato che per far sapere queste cose fuori dalla Sicilia, bisogna che un uomo sacrifichi se stesso, il proprio avvenire, la propria vita» (25).
È questa scelta coerente con il proprio pensiero che trova Fiore ammirato e direttamente coinvolto come il suo discorso dimostra in modo commovente:
«Siamo diventati come i devoti di questo nuovo Santo. Ma guai ai popoli che uccidono i loro profeti. Che la loro parola, libera e indipendente, profondamente ispirata a voci immediate, che forse non raggiungono con tutta la loro forza e schiettezza le alte cime della politica, esca di nuovo al vento e al sole della penisola; che la loro azione si stenda a lenire sofferenze insospettate che non possono attendere oltre. Fate presto, fate presto!»(26).
Appena tre giorni dopo questo discorso, a processo appena iniziato, Fiore scrive a Maria Fermi Sacchetti che a Roma era una delle referenti del “Comitato Nazionale di Solidarietà con Danilo Dolci”. Si tratta di una lettera importante nella quale Fiore descrive con acume politico il clima che vi è attorno al processo e quali sono le sue preoccupazioni riguardo il collegio giudicante e alla ormai manifesta non applicazione di fatto dei principii costituzionali. Un tema quest’ultimo ormai obliato ma sul quale per quasi dieci anni la Democrazia Cristiana dell’epoca fu attivamente impegnata a procrastinare il più possibile l’effettiva applicazione della Costituzione del 1948 (27) permettendo così che la vita degli italiani fosse ancora sottoposta di fatto alle leggi fasciste e a quelle della monarchia sabauda nonostante esse fossero palesemente incostituzionali:
«La battaglia mi pare ben impostata intorno ai diritti che sancisce la Costituzione, ma che poi non sono stati tradotti in disposizioni di legge. Bisogna quindi aspettarsi una condanna e prepararcisi sin da ora. [...] Chiaro invece balza il fatto politico che tutti noi, di qualsiasi partito, noi, per intenderci, gli eredi e continuatori della Resistenza, alla Repubblica ci teniamo e alla sua Costituzione, che non è quella fascista, se Dio vuole. Questo costituisce l’unità nazionale formatasi intorno al Dolci, se ho ben capito. Dunque, in vista di una condanna persistendo quindi la linea scelbina di condotta da parte anche di questo governo, che cosa fare? Bisogna che codesto Comitato ci pensi sin da ora e non si lasci sorprendere dagli avvenimenti, non arrivi in ritardo»(28).
La risposta a questa lettera è un alto riconoscimento per Fiore, infatti si conclude con queste parole:
«Sento in lei uno degli amici di Danilo più profondamente vicini e forse più degli altri consapevole di tante cose che lasciano perplessi e ansiosi i più affezionati»(29).
4. Un dialogo intenso
La prosecuzione del carteggio illumina l’intensità della relazione e la concreta partecipazione di Fiore alle attività di Dolci e i loro incontri. Fiore resterà sempre fedele a quanto scriveva all’amico nel 1957 dopo aver partecipato al grande “Convegno sulla Piena Occupazione” organizzato da Dolci nei primi di novembre e nel preannunciargli una sua conferenza a Mussomeli: «Non dispero per l’occasione di vederti o di venirti a vedere. Se l’opera mia può esserti utile, sono a tua disposizione»30. La prova di questo impegno è nelle recensioni che Fiore scriverà sui libri di Dolci e nel continuare a partecipare alle sue innumerevoli e incisive iniziative, ma soprattutto nel rivolgersi a lui per comunicargli le sue perplessità sulle politiche dei partiti di sinistra per il Mezzogiorno e avere consiglio su ciò che è necessario fare.
«Si preoccupano i partiti di sinistra di mantenersi in efficienza, ma devono capire che la fede resta campata in aria quando non si agisce in concreto» (31).
«Sono anni ed anni che noi, uomini di sinistra, ci siamo impegnati per fondare un Centro per il Mezzogiorno, e non è stato fatto mai niente. Volendo ora organizzare uno studio, come impiantarlo? Di che cosa in particolare si dovrebbe occupare? A quale spesa andremo incontro?Tu hai pratica di queste cose, io no; tu hai avuto il coraggio e l’intelligenza di scendere ad una azione diretta; io invece son rimasto nel campo degli studi per il resto mi sono affidato ai partiti. Ma questi si mantengono nelle linee generali dei problemi. Ciò che non basta alla mia coscienza. Vienimi dunque in aiuto generosamente, com’è nella tua natura. E te ne sono grato»(32).
Ma nel carteggio emerge la reciprocità della stima da parte di Dolci nei confronti di Fiore, segno di una relazione e di una convergenza di ideali, di coerenza e di impegno nel nome della questione meridionale:
«27 gennaio, 1962
Carissimo,
hai anche il tempo di pensare a noi, e mandarci i tuoi auguri.
Grazie.
E anche di mostrarci, di insegnarci, come si può mantenere negli anni candidamente, intelligentemente buoni.
Ti abbraccio con affetto,
tuo Danilo»(33).
«Un giudizio di te, che sei così umano, ed acuto, prospettico, complesso, mi è di grande aiuto: e mi dà maggiore responsabilità.
Spero anch’io maturare come te, attento agli altri, insistendo nell’impegno e imparando a sorridere come tu sai sorridere» (34).
Anche la stessa questione del digiuno, utilizzata da Dolci come protesta ed opposizione non violenta che aveva suscitato in Fiore delle prime perplessità scambiandola come una pratica ascetica, viene chiarita da Dolci in modo convincente.
«Mi chiedi perché il digiuno: è così complesso l’argomento che preferisco se ne possa parlare insieme, invece di scrivertene. [...]. Tieni presente che qui la polizia “aveva sempre ragione”: e mettersi chiaramente inermi ad affermare una verità, condiziona tutto in modo nuovo: toglie la paura alla gente e anzi le dà coraggio, sbalordisce la polizia che si sente ridicolizzata di fronte all’opinione pubblica (e qualcuno di loro si sente solidale alla giusta causa). In breve. Non si trascina ma si carica, si contribuisce a far assumere ciascuno responsabilità, nelle forme più diverse, anche polemiche tra loro e col digiuno: si connette i problemi dello sviluppo alla nonviolenza, ai problemi della pace dando una prospettiva ai primi e base solida ai secondi. Per me prima era quasi istinto, poi persuasione sperimentata»(35).
Fiore è persuaso dai motivi contenuti nella risposta che afferma la valenza politica del digiuno come generatore di processi diffusi di autocoscienza e che sgombra il campo dall’equivoco di un possibile misticismo spiritualizzante (di cui noi conosciamo ancora oggi le perniciose conseguenze):
«Bari, 2 marzo ‘65
Amato Danilo,
ti ringrazio affettuosamente della tua. Mi hai levato una spina dal cuore temevo che in te si affacciassero aspetti di misticismo, magari per il tuo passato per la tua inesperienza giovanile. Per fortuna mi ero sbagliato e ora tutto è limpido dinanzi ai miei occhi. Non è che non l’avessi capito, quando ho parlato di te come un Gandhi moderno, ma la tua conferma toglie ogni dubbio dal mio cuore. Ti ringrazio assai» (36).
5. La lotta contro la mafia
Una ultima vicenda emerge nel carteggio ed è la campagna di informazione sul coinvolgimento con la mafia di due parlamentari siciliani democristiani con incarichi ministeriali: Bernardo Mattarella e Calogero Volpe, politici di lungo corso e di rango. L’analisi di Dolci presentata a Roma alla Commissione antimafia nel settembre 1965 è documentatissima. Ma Dolci è pur consapevole che
«Sappiamo che è la più difficile battaglia che abbiamo mai fatto: non solo Mattarella è furbissimo e potente, ma tutta la rete politico-mafiosa che viene ad essere colpita nel vivo, cerca di difendersi di attaccare» (37).
Il tentativo di coinvolgere nell’inchiesta la Commissione antimafia riesce solo in piccola parte e la denuncia da parte dei due accusati porta sotto processo Dolci. Ecco un ennesimo processo condotto non senza impedimenti per la difesa a cui viene perfino negato di poter far convocare un certo numero di testimoni molto decisivi. Fiore non resta inerte e tra l’altro coinvolge direttamente Pietro Nenni al quale indirizza una lunga lettera articolatissima e analitica in cui riprende la preziosa analisi di Dolci fatta nel libro Chi gioca solo(38), una delle opere fondamentali per comprendere l’orizzonte mafioso dell’epoca, e che Dolci si era premurato di far spedire a Fiore da parte dell’editore(39).
La lettera che Fiore indirizza a Nenni intitolata La mafia alza il capo è un autentico capolavoro di sintesi delle tesi di Dolci ma è anche la prova del suo grado di totale adesione a quanto sostenuto dall’amico, ne basti qui solo una breve citazione:
«Si può ben dire che al risorto potere della mafia non si resiste più, che il lavoro politico fatto dalla democrazia italiana per la redenzione della Sicilia è rimasto vuoto e quindi bisogna aspettarsi gravi conseguenze per tutta la vita politica in Italia. Analogamente, se la commissione antimafia non riprende impegno e vigore, la gente di necessità pensa che il Parlamento è una lustra, in Sicilia nella capitale d’Italia non si sono fatti molti passi innanzi dai tempi di Franceschiello e del Re Bomba; quindi molti italiani ne tireranno le conseguenze che non ci resta che ricorrere alla violenza, in cerca di governi estremi che con la guerra aperta sterminino una buona volta i più sicuri nemici dell’Italia, fonte di disonore fin nelle Americhe»(40).
Nenni non mancherà di rispondere al compagno di partito:
«Caro Fiore, ho letto con un vero senso di pena la tua lettera. Che la mafia abbia rialzato il capo non c’è dubbio. Sono convinto che abbia tentacoli ovunque; perfino tra noi, come lo dimostrano le vicende della lista dei candidati socialisti della Federazione di Trapani. Nella magistratura ci sono, certo, uomini di coraggio, ma la vicenda a cui ti riferisci del processo di Mattarella contro Danilo Dolci, prova a quali pressioni tali uomini siano sottoposti. [...]. Si direbbe che un quadrato si costituisca attorno ad ognuno dei magistrati e dei dirigenti della polizia e dell’arma, che dimostrano la netta volontà di andare a fondo. Malattie di questo genere hanno evidentemente radici e dilagazioni profonde [...]. Fanno pensare al cancro.
Non dobbiamo rassegnarci anche se non possiamo illuderci che sia facile estirparlo»(41).
Il processo si concluderà con la condanna di Dolci e di Alasia ma la pena non verrà scontata perché rientrerà nell’amnistia.
Infine due tra le ultime lettere di Fiore ce lo restituiscono ancora nella lotta, sebbene consapevole dei limiti che l’età impone ad un ormai ultraottantenne. La vicenda della mafia siciliana e dei suoi diretti legami con la politica sarà provata solo molti anni dopo, ma per Fiore, grazie alla denuncia e ai materiali raccolti da Dolci è ormai cosa certa come certe sono le coperture di cui ancora godeva indisturbata. Scriverà
«La mafia di certi uomini politici è irresistibile. Non ho bisogno di esortarti a far questo o quello, tu sei maestro di noi. E ti deciderai per ciò che chiede la tua coscienza e la necessità storica»(42).
Ecco coscienza e necessità storica appaiono dal carteggio raccolto da Dambrosio come bussole e sestanti nella vita di Dolci e di Fiore. Insostituibili strumenti di coerenza civile e di opposizione ad ogni degenerazione partitica o di interesse di potere. Strumenti per tenere la rotta della responsabilità e per rimanere schierati dentro il perimetro aperto della Costituzione e nel riconoscimento i diritti per tutti, soprattutto per quelli a cui era stato perfino nascosto di averne. Si farà questo al caro prezzo personale compresi i processi, gli isolamenti e le persecuzioni ma come preannunciava un indomito Fiore:
«la logica vuole che, finché non si stabiliscano sulla terra regimi di pace e di libertà, a pagare saremo sempre noi. Per essere più preciso non io che ormai ho 86 anni, ma voi altri, ostinati nella lotta, che mi potete essere figli o magari nipoti. Per non farla lunga, io farò il mio dovere, per quel poco che posso, non stancan- domi di denunciare ogni insidia contro di voi, amici cari e lottatori sfortunati»(43).
NOTE
1 L. MILANI, Lettere (1928-1967), a cura di A. Carfora e S. Tanzarella, in L. MILANI, Tutte le opere, v. II, Milano, 2017.
2 «Il genio epistolare di Lorenzo Milani e la questione aperta delle fonti originali», in A. NESTI, A. BANCHI, G. PICONE (a cura di), Don Lorenzo Milani: “I Care”. Ancora dalla parte degli ultimi per una nuova umanità, San Gimignano, 2024, pp. 86-108.
3 T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto. Carteggio 1953-1970, a cura di G. Dambrosio, Napoli, 2024.
4 Per una articolata presentazione di Tommaso Fiore si veda S. TANZARELLA, Gli anni difficili. Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le “Esperienze Pastorali”, Trapani, 20082, pp. 185-215.
5 ID., Danilo Dolci, in G. TURRUS, L. CAPALBO (a cura di), Per l’Italia. 150 anni di cittadinanze attive, Padova, 2011, p. 356.
6 «Molte parole sono così state bandite, ma pur cancellate non si è potuta annullare l’esistenza e la realtà che esse comprendevano. Rimossi e cancellati i nomi dei meridionalisti e delle loro analisi e denunce (chi ricorda oggi Dolci, Dorso, Fiore, Scotellaro, Zanetti Bianco) nulla davvero è cambiato nei rapporti di forza di una cultura subalterna che però ogni giorno si scolorisce un po’, perde di identità e soprattutto di memoria e accetta supina che la parola folklore, come sapere profondo e memoria del popolo, sia usata in senso dispregiativo e ridicolo. Un folklore posto a servizio delle esigenze turistiche nella ricerca ossessiva del pittoresco. La “questione meridionale” è da tempo scomparsa dagli ordini del giorno della politica nazionale, e ancor più da quella delle regioni del Sud. Scomparsa la “questione”, non cancellato il Meridione con i suoi antichi e nuovi irrisolti problemi, le sue insanabili contraddizioni, i mille volti feroci e quelli rassegnati. E nemmeno sono scomparsi i meridionali seppur oramai trasformati dall’unificato conformismo nazionale o condannati alla berlina degli stereotipi o ancora collocati per sempre fuori dal Meridione in una ennesima ma silenziosa migrazione» (S. TANZARELLA, Scomparsa la “questione” non cancellato il Meridione, in G. MOSCATI, P. PROTOPAPA, A. STOMEO, Questioni meridionali. Intervista politico-filosofica sul Mezzogiorno da Re-inventare il Sud, Pe- rugia, 2021, p. 18 [17-62]).
7 M. COLLURA, Dolci. Urla nel silenzio della Sicilia, in Corriere della Sera, 9 novembre 2000, p. 33.
8 Al riguardo segnalo un articolo di imminente pubblicazione: S. TANZARELLA, L’Italia repubblicana (1946- 1958) tra miseria, Costituzione e mito della ricostruzione, in Chiesa e Storia, 16, 2026.
9 P. CALAMANDREI, La Costituzione e le leggi per attuarla, in ID., Dieci anni dopo: 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, 1955, in ID., Costituzione e leggi di Antigone. Scritti e discorsi politici, Firenze, 1996, p. 197.
10 D. DOLCI, Fate presto e bene perché si muore, Firenze, 1954.
11 T. FIORE, Il cafone all’inferno, Torino, 1955.
12 G. BARONE, L’altra Italia di Danilo Dolci e Tommaso Fiore, in T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto.
Carteggio 1953-1970, cit., p. XII.
13 «Fiore a Dolci (20 agosto 1953)», in T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto. Carteggio 1953-1970, cit., p. 3.
14 Scriverà Dolci: «Ieri è stato con noi, serenissimo, Tommas Fiore. Ha detto, per caso parlando, benissimo dellamorte e della carica che a Bari avevano ricevuto quando tu eri passato da Bari all’inizio della guerra» («Dolci a Capitini (novembre 1955)», in FONDAZIONE CENTRO STUDI ALDO CAPITINI, Aldo Capitini Danilo Dolci. Lettere 1952-1968, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Roma, 2008, p. 56).
15 «Dolci a Fiore (24 agosto 1953)», ibid., p. 4.
16 «mi ricordo di te, la prima volta che qui, a Bari, mi venisti a trovare, grande onore e gioia per me» («Fiore a Dolci (27 dicembre 1963)», ibid., p. 34).
17 «Fiore a Dolci (20 agosto 1953)», ibid., p. 6.
18 «Fiore a Dolci (23 novembre 1955)», ibid., p. 7. Dolci scrivendo a Capitini una seconda lettera rispetto a quella della nota 14 racconterà: «Tommaso Fiore, parlando a Palermo dopo essere stato qui e accennando a qui in pubblico ha detto: Ma come? Dio? Ma qui si tratta di un altro Dio, se dà la terra ai contadini» («Dolci a Capitini (novembre 1955)», in FONDAZIONE CENTRO STUDI ALDO CAPITINI, Aldo Capitini Danilo Dolci. Lettere 1952-1968, cit., p. 59).
19 T. FIORE, Un popolo di formiche, Bari, 1952. 20 ID., Il cafone all’inferno, cit.
20 ID., Il cafone all’inferno, cit.
21 ID., Non sparare più, in Il Contemporaneo, 10 dicembre 1955.
22 D. DOLCI, Processo all’articolo 4, Torino, 1956. Si veda anche la nuova edizione Sellerio, Palermo, 2011.
23 G. DAMBROSIO, Per Danilo Dolci, in T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto. Carteggio 1953-1970, cit., p. XXIV.
24 T. FIORE, Per Danilo Dolci. Discorso tenuto a Palermo il 23 marzo 1956, citato in ibid., p. XXXV. 25 Ibid., p. XXVII.
25 Ibid., p. XXVII.
26 Ibid., p. XXXIX.
27 «L’accantonamento di molte parti della Costituzione fu quindi, negli anni del centrismo degasperiano, una scelta consapevole. Non solo riguardo la prima parte, ma anche la seconda: istituti fondamentali per il complessivo equilibrio istituzionale, quali la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, le Regioni, il referendum rimasero – come è noto – lettera morta. Alla Costituzione formale si sovrappose una sorta di costituzione effettiva, poggiante appunto sulla sentenza della Cassazione, che – occorre dire – consentiva margini discrezionali assai ampi, dato che la distinzione tra norme programmatiche e precettizie, e riguardo queste, tra norme precettizie complete e incomplete, non era così certa, come poteva parere a prima vista, ma favorire ulteriori sconfinamenti» (P. SODDU, L’Italia del dopoguerra. 1947-1953: una democrazia precaria, Roma, 1998, p. 68).
28 «Fiore a Fermi Sacchetti (26 marzo 1956)», in T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto. Carteggio 1953- 1970, cit., pp. 13-14.
29 «Fermi Sacchetti a Fiore (3 aprile 1956)», ibid., p. 16.
30 «Fiore a Dolci (5 novembre 1957)», ibid., p. 19. 31 «Fiore a Dolci (3 dicembre 1957)», ibid., p. 20. 32 «Fiore a Dolci (7 ottobre 1959)», ibid., p. 23.
31 «Fiore a Dolci (3 dicembre 1957)», ibid., p. 20. 32 «Fiore a Dolci (7 ottobre 1959)», ibid., p. 23.
32 «Fiore a Dolci (7 ottobre 1959)», ibid., p. 23.
33 «Dolci a Fiore (27 gennaio 1962)», ibid., p. 25.
34 «Dolci a Fiore (18 marzo 1964)», ibid., p. 35.
35 «Dolci a Fiore (26 febbraio 1965)», ibid., pp. 41-42. 36 «Fiore a Dolci (2 marzo 1965)», ibid., p. 42.
36 «Fiore a Dolci (2 marzo 1965)», ibid., p. 42.
37 «Dolci agli amici intimi (20 dicembre 1965)», ibid., p. 45. Copia di questa lettera circolare riporta a penna “Carissimo Tommasino”.
38 D. DOLCI, Chi gioca solo, Torino, 1966.
39 «Dolci a Fiore (25 agosto 1966)», in T. FIORE, D. DOLCI, Il Professore e l’Architetto. Carteggio 1953-1970, cit.
40 «Fiore a Nenni (9 maggio 1967)», ibid., pp. 54-55. 41 «Nenni a Fiore (9 maggio 1967)», ibid., p. 62.
41 «Nenni a Fiore (9 maggio 1967)», ibid., p. 62.
42 «Fiore a Dolci (26 giugno 1967)», ibid., p. 63.
43 «Fiore a Dolci ed Alasia (13 maggio 1968)», ibid., p. 64.
*Pontificia Università Gregoriana
