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21 agosto-1968. Praga, un bacio in bocca e poi l'invasione. I carri armati del Patto di  Varsavia entrano a Praga e interrompono la "Primavera".

L'anno prima aveva anticipato, con la ribellione degli studenti dell'Università di Praga e la richiesta di libertà degli intellettuali, molti dei tempi che ora che ora hanno infiammato l'Europa occidentale. Era poi seguita da una coraggiosa svolta riformista che aveva eletto Alexander Dubcek segretario del partito e con lui la speranza di una riforma in senso liberale del sistema socialista, vista la come grande segno positivo in Occidente. Ma tutto ciò precipita alla fine della "primavera": dopo una serie di avvertimenti a non spingersi troppo oltre, di  "affettuosi consigli" dispensati dai partiti fratelli, dopo un clamoroso bacio in bocca regalato da Leonìd Il'ìč Brèžnev, il segretario del Pcus, a un imbarazzato Dubček (è una foto del secolo), il 2 agosto dopo l'incontro in cui i due si sono garantiti  "mutua comprensione" le truppe  di cinque paesi del Patto di Varsavia invadono la Cecosvolacchia con grande dispiego di carri armati, arrestano la dirigenza comunista locale e impongono la "normalizzazione". È il 21 agosto.

Attualità del Maggio Cinese

di Tommaso Di Francesco

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Ma c’era un’altra possibilità per la Cina di non seguire la «linea capitalistica» per uscire dall’arretratezza e dalla subalternità nella quale era relegata nell’epoca della spartizione del mondo tra Usa e Urss? Cinquanta anni fa questa possibilità alternativa fu rappresentata, dal 1966 al 1968, dalla Grande Rivoluzione culturale proletaria.

 

Don Tonino, il prete che sposò la pace

di Sandra Amurri

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Figlio del Concilio Vaticano II, precursore di Papa Francesco, di quella “Chiesa del grembiule contro la Chiesa delle Stole” per usare una metafora a lui cara, don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta che non si fece mai chiamare Monsignore, è nato qui ad Alessano, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, lembo estremo del Salento dove i due Mari, Adriatico e Ionio, si separano dando vita a uno spettacolo imperdibile.

Cara, vecchia, dura lotta per la libertà di stampa!

di Leonardo Coen

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Erdogan manda la polizia antisommossa a occupare la redazione del quotidiano Zaman a lui ostile. Ma da chi ha imparato? L’Europa e gli Usa si scandalizzano, persino Mosca critica i lacrimogeni sulla stampa, esortando i partner occidentali a ricordare ad Ankara il dovere di rispettare la libertà di stampa: da che pulpito...

Il Risiko mondiale delle armi al Califfato

di Salvatore Cannavò

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L’italiana Finmeccanica, così come le analoghe società occidentali, farebbero invece bene a preoccuparsi dei paesi con cui fanno affari. Perché se quei paesi fanno la fine di Siria o Iraq gli effetti sono tragici proprio sul fronte del commercio d’armi.

LODE ALL’IMPOTENZA

“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Il Giappone rialza la testa il futuro è un ciliegio in fiore

Devastato dallo tsunami il Paese ritrova la volontà di vivere
di Bill Emmott

La fioritura dei ciliegi è tornata anche quest’anno, che non è un anno normale, dato il terribile disastro iniziato l’11 marzo con il terremoto e l’onda dello tsunami e continuato con il dramma nucleare, disastro che il primo ministro giapponese Naoto Kan ha giustamente definito «la peggior crisi del Giappone dal 1945».Questo dunque non è il momento giusto per festeggiare. Un numero ancora imprecisato di giapponesi è morto poche settimane fa, e calcolando i dispersi è probabile che alla fine si arriverà a 25-35 mila vittime,oltre a centinaia di chilometri di coste polverizzate nel Nord-Est delPaese. L’idea del sakura, la caducità incarnata dalla fioritura dei ciliegi,ancora una volta era stata confermata dalla natura. E non è finita: gli ingegneri ancora lottano per stabilizzare l’impianto nucleare di Fukushima,dove lo tsunami ha disattivato i generatori di uno dei sei reattori,causando il loro surriscaldamento,con conseguenze potenzialmente esplosive.

Le voci in rivolta del popolo d'Egitto

di Thomas L.Friedman 

Ti trovo inpiazzaTahrir; e tra i tanti spettacolii sorprendenti che si vedono qui sono soprattutto colpito daunuomo barbuto che saltella qua e là e si sgola letteralmente urlando: «Mi sento libero! Mi sento libero!». Intorno a lui si è radunata gente di ogni età - comprese alcune donne velate dalla testa ai piedi, tranne due fessurepergli occhi - che coi telefoninialzatiriprendono con foto e video l`uomo determinato a catturare quest`attimo, per il caso che non si ripresenti più.

 

Ma non è forse questo lo stato d`animo di tutti noi? Da 40 anni scrivo sul Medio Oriente, ma non ho mai visto nulla di paragonabile a ciò che accade su questa piazza. In una regione in cui la verità (insieme a chiunque abbia osato esprimerla) è stata così a lungo soffocata sotto il peso schiacciante delpetrolio, dell`autocrazia e dell`oscurantismo religioso, si è aperto all`improvviso uno spazio autenticamente libero, ad opera degli stessi egiziani e non per mano di eserciti stranieri. Girovagando per questa piazza si è testimoni di tutte le speranze, aspirazioni e frustrazioni represse per mezzo secolo. So bene che secondo gli«esperti» realisti tutto questo è destinato a finire presto. Forse hanno ragione.

Ma per un breve e luminoso momento dimentichiamo gli esperti e prestiamo attenzione solo a oueste voci mai sentite prima. Quelle di un popolo per tanto tempo condannato al mutismo, che finalmente ritrova l`uso della parola, mette alla prova la propria voce e la celebra.

Un ingegnere 50enne, Hosam Khalaf, mi ferma per dirmi: «Abbiamo ricevuto un messaggio da Tunisi che dice: "Non vi bruciate, bruciate lapaura che è in voi". Ecco cos`è successo qui: la nostra era una società impaurita, ma ora abbiamo bruciato la paura». Khalafmi spiega perché è venuto qui con sua moglie e sua figlia: «Quando incontreremo Dio potremo almeno dire: "Abbiamo tentato di fare qualcosa"». Ma qui non stiamo assistendo a un evento religioso, e a gestirlo non sono i Fratelli Musulmani. Quello che è in atto è un evento egiziano: qui sta la sua forza, ma anche la sua debolezza.

Nessuno ha un incarico preciso, e su questa piazza è presente la società intera: si vedono ragazze emancipate vestite all`ultima moda, sedute accanto a donne velate; genitori con bimbi in carrozzina e in mano cartelli con la scritta: «Mubarak se ne deve andare»; studenti in jeans e contadini con lunghe vesti. A unirli è il desiderio indomabile di riprendersi il futuro. «Per la prima volta nella mia vita riesco a dire in pubblico quello che penso», dice Remon Shenoda, ingegnere informatico. «Qui siamo tutti accomunati dal desiderio di dire qualcosa».

È diffusa e palpabile anche la forte sensazione di essere stati defraudati da questo regime e dai suoi sodali, che oltre a sottrarre ricchezza a questo popolo lo hanno privato di qualcosa di molto più prezioso: il futuro di un`intera generazione, alla quale il potere non ha saputo dare né gli strumenti per crescere e affermarsi, né una visione ispiratrice degna della grande civiltà egiziana.

«Noi tutti crediamo nella grandezza di questo Paese, che ha profonde radici nella Storia; ma il regime di Mubarak ha distrutto la nostra dignità di egiziani nel mondo arabo e ovunque» dice Mohamed Serag, docente all`università del Cairo.

Qui tutti tengono a presentarsi indicando il proprio nome, e si assicurano che sia scritto correttamente. Sì, lapauraè davvero svanita. Ovunque si esprime il malcontento.Un`anziana velata parla delle tre figlie diplomate presso un istituto commerciale, tutte disoccupate. Molti cartelli fanno riferimento al passato di Mubarak, già ufficiale delle forze aeree, con domande del tipo: «Signor pilota, dove li hai presi quei 17 miliardi di dollari?» Non si fa quasi cenno a Israele, e le foto dei «martiri» esposte tutt`intorno alla piazza - cosa davvero inconsueta nel mondo arabo - sono quelle degli egiziani morti lottando perla libertà, e non contro lo Stato ebraico.

Si accede alla piazza dopo una serie di controlli: un gruppo di volontari verifica le carte d`identità, un altro gruppo si accerta che i nuovi venuti non sia- no armati; si passa poi tra una doppia fila di uomini che applaudono intonando un canto di benvenuto egiziano.

Devo confessare che in quel momento ero in p reda a due stati d`animo opposti. Il mio cervello mi diceva: «Stai calmo e ricordati che da queste parti non c`è aria da lieto fine: qui sono sempre i cattivi a vincere»; ma i miei occhi volevano solo guardare e prendere nota di una realtà mai vista prima.

È una lotta titanica, un braccio di ferro tra un potere ormai stanco ma tuttora forte, nato da una rivoluzione calata dall`alto (guidata nel 1952 dall`esercito egiziano) e la nuova rivoluzione del 2011, sorta dalla base, vibrante anche se caotica, priva di armi ma forte di una legittimazione a tutta prova. Mi auguro che i contestatori di piazzaTahrir riescano ad organizzarsi almeno quanto occorre per negoziare con l`esercito una nuova costituzione. Le difficoltà e gli insuccessi non mancheranno.

Ma qualunque cosa accada, l`Egitto non sarà più come prima.

Una volta lasciata la piazza Tahrir e attraversato il ponte sul Nilo, il professor Mamoun Fandy mi ha citato un`antica poesia egiziana che dice: «Il Nilo muta tante volte il suo corso, ma mai si potrà prosciugare». E questo è vero anche per il fiume di libertà che scorre oggi in questo Paese. Sarà forse deviato per qualche tempo, ma non potrà inaridirsi.

Repubblica 10 febbraio 2010 c. New York Times Service Traduzione di Elisabetta Horvat 

“Basta dittatura, Il Cairo sia un esempio” così la rivoluzione dilaga nel mondo arabo

Anthony Shadid

Mercoledì, nelle strade del centro del Cairo si è combattuto non solo per il futuro dell’Egitto ma per quello del mondo arabo, in bilico tra rivolta e il disprezzo per un assetto che sta andando in frantumi. Durante una settimana di tumultie provocazioni, decine di migliaia di dimostranti hanno ridefinito il concetto stesso di cittadinanza in quest’area del mondo: armati di bastoni, bombe di costruzione artigianale e una pioggia di pietre, hanno proclamato di non voler rinunciare alla rivoluzione malgrado la reazione di un governo autoritario.

La Tunisia brucia

di Sami Naïr

Il filosofo algerino Sami Naïr analizza la rivoluzione popolare dei tunisini contro le ingiustizie sociali del paese. Una situazione economica insostenibile causata da un sistema basato sulla corruzione, a sua volta imperniata su un centro di potere gestito dalla famiglia del dittatore Ben Ali insieme a gruppi di speculatori e al braccio armato della polizia e della guardia nazionale. Secondo Sami Naïr, la rivolta tunisina ha dimostrato “con forza e dignità, che è possibile vincere l’oppressione”, diventando un esempio per tutti i popoli arabi del Maghreb.

La Tunisia ha appena vissuto una doppia rivolta, ma non è ancora una rivoluzione. Una rivolta popolare e una rivolta di palazzo nella cerchia del presidente Zine el Abidine Ben Ali. La ribellione popolare è cominciata il 17 dicembre quando Mohamed Bouazizi, 26 anni, si è dato fuoco a Sidi Bouzid per esprimere la sua disperazione di fronte alle ingiustizie sociali del paese. L’episodio ha causato un’ondata di sdegno che si è trasformata in una marea di proteste. Da una decina d’anni, infatti, i poveri in Tunisia vivono in condizioni terribili. Il potere di Ben Ali si basava su tre fattori. Il primo era il sostegno della classe media, relativamente integrata, che però negli ultimi anni ha visto peggiorare la propria situazione. Il potere ha cambiato base, fondendosi con i circoli degli speculatori e sprofondando in una corruzione familiare di stampo mafioso. La moglie del presidente e la sua famiglia, i Trabelsi, si sono impossessate di tutto ciò che aveva un minimo valore, con il beneplacito del presidente. Il potere si sosteneva anche grazie all’apparato composto dai dirigenti e dai militanti del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), il partito di governo, che controllava tutti gli ingranaggi e il sistema di corruzione nel paese. Una specie di milizia dall’impunità garantita, che sorvegliava la popolazione servendosi di delatori e spesso usava il carcere e le torture contro gli oppositori. Infine ci sono la polizia e la guardia nazionale che Ben Ali, ex ministro dell’interno, teneva sotto controllo. Negli ultimi ventitré anni l’esercito si è indebolito perché Ben Ali ne ha sempre avuto paura. Tunisi, considerati i frequenti colpi di stato militari in Africa, ha voluto un esercito con poco potere, dando la priorità alla polizia e alla guardia nazionale, che sono diventate i principali strumenti di repressione. Di fatto la polizia, insieme a una parte delle milizie dell’Rcd, è la principale responsabile delle violenze e degli omicidi degli ultimi giorni. La svolta è avvenuta grazie a un fenomeno collettivo straordinariamente potente: la scomparsa della paura. Perché? Per diverse ragioni, ma soprattutto perché il potere non ha saputo reagire al suicidio di Bouazizi. Facendo visita alla famiglia del martire, il presidente è sceso personalmente in prima linea. Offrendo denaro ai genitori per la morte del ragazzo, ha aggiunto l’umiliazione. Ben Ali voleva dimostrare di essere una persona compassionevole, ma in realtà ha dimostrato di avere paura. A partire da quel momento la paura ha cambiato versante, passando dalla popolazione al capo. Ben Ali ha cominciato a licenziare i ministri e a fare promesse, ma niente poteva fermare la ribellione del popolo, ormai consapevole del fatto che lo stato non era forte come sembrava. Ogni nuova vittima della repressione ha alimentato le proteste. All’interno del regime, l’esercito si è vendicato della polizia, che si è dimostrata incapace di guidare la repressione per due ragioni: da una parte perché il sindacato Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) si è schierato con la popolazione; dall’altra perché molti ufficiali, sostenuti dai soldati in servizio che in varie occasioni si sono rifiutati di aprire il fuoco sui dimostranti, hanno fatto capire a Ben Ali che non erano più disposti a difenderlo. Al presidente è rimasta solo una via d’uscita: la fuga.
La dificile transizione
L’opposizione, legale o illegale, non ha avuto nessun ruolo. Allo stesso modo, nelle manifestazioni non si è vista neanche una bandiera verde, simbolo dell’islam. Ma non durerà. Ben Ali è stato sostituito dal primo ministro Mohammed Ghannouchi, suo ex collaboratore. E qui cominciano le difficoltà. Gli alleati di Ben Ali temono la vendetta popolare e hanno deciso di fare terra bruciata, soprattutto nei quartieri borghesi e benestanti, per terrorizzare gli abitanti e rompere l’alleanza tra la classe media e il popolo. Negli ultimi giorni ci sono state decine di morti. Si sta diffondendo un caos che favorisce chi è al potere: il nuovo presidente ha promesso di convocare le elezioni entro sei mesi, un periodo molto lungo, che lascia presagire manovre pericolose. [...] I tunisini oggi affrontano una transizione verso una rivoluzione democratica e repubblicana, e questa è la cosa più difficile, perché il movimento popolare non ha una leadership riconosciuta né un programma. Si apre una nuova fase. I tunisini hanno dimostrato, con forza e dignità, che è possibile vincere l’oppressione. Sono anche riusciti, forse, a fare in modo che il mondo arabo condivida la stessa storia dei popoli dell’America Latina e dell’Europa dell’est del secolo scorso, che hanno conquistato con grandi sacrifici il loro diritto alla libertà di espressione. Quella di Tunisi è una lezione straordinaria.

 

Chi informa e rischia la vita. Un agghiacciante reportage dalla Birmania. 

Singapore: un ventenne verrà impiccato per spaccio. Salviamolo!

Yong Vui Kong, 20 anni, condannato a morte per droga a Singapore  per aver portato nella città stato 40 grammi di droga. La legge prevede che il giudice non abbia alcuna discrezione nell'emettere la sentenza e che, soprattutto, non è l'accusa a dover provare il reato, ma è l'imputato stesso che deve provare di essere innocente oltre ogni ragionevole dubbio: una violazione palese del diritto ad un processo equo e giusto e del diritto di essere considerato innocente fino a che non sia stata provato il crimine.

http://terresottovento.altervista.org/?p=540

Il Dragone cinese è pronto al sorpasso

L´economia di Pechino corre a ritmi record: nel mirino Giappone e Usa.

Nel 2010 la Cina scavalcherà Tokyo per Pil nominale, ma si teme lo scoppio della bolla.

di Giampaolo Visetti

L´economia cinese apre il 2010 continuando a macinare record. Dopo i clamorosi sorpassi di settore dello scorso anno, punta ora a scalzare dal trono del business Giappone e Stati Uniti, bruciando i tempi per diventare la prima potenza del pianeta. Il mondo, che inizia a riemergere ridimensionato dai flutti della crisi, assiste allo sprint con un misto di speranza e di allarme. Se la crescita globale è agganciata al treno di Pechino, un deragliamento farebbe ripiombare tutti nel caos.

La rivolta contro il  regime dei Khamenei-Ahmadinejad nelle insanguinate strade di Teheran.

di RENZO GUOLO

Come nel 1978, ai tempi della rivolta contro lo Shah, l´Ashura è stata davvero il "giorno del sangue". E, come allora, non si tratta di quello versato nei cortei dei flagellanti che si battono con catene e trafiggono con lame testa, braccia e petto trasformandosi in maschere insanguinate.
Nella passione che ricorda il sacrificio di Hussain, terzo imam della shi´a ucciso a Kerbala dal califfo sunnita Yazid, morte che caratterizza lo sciismo come religione del rifiuto dell´ingiustizia, il sangue che segna la ricorrenza è quello dei manifestanti uccisi.
Come di più di trent´anni fa, quando gli iraniani scesero in piazza contro il regime Pahlavi, i dimostranti avevano due obiettivi: ribadire che Kerbala significa non accettare la resa al dispotismo; mostrare che l´ingiustizia può assumere il volto demoniaco del potere anche nel mondo sciita. Così nelle insanguinate strade di Teheran si udiva gridare sia «Ya Allah!», o Dio!, sia «Marg bag diktator!», morte al dittatore, slogan indirizzato, più che al solo Ahamdinejad, anche a Khamenei. Mutamento importante, perché mostra come nel mirino dell´opposizione, o almeno della sua ala più insofferente, il bersaglio non sia non più la sola legittimità del voto del 12 giugno ma la stessa Guida. Con tutte le conseguenze che ne derivano.
Che questo 10 di Moharran potesse trasformarsi nella cronaca di una morte annunciata per quanti scendevano in piazza, era nelle cose. Per questo assume un significato politico ancora più rilevante. Che l´opposizione volesse sfruttare l´occasione della festività sciita era noto: anche perché l´Ashura coincideva con la celebrazione del lutto, che si tiene sette, e quaranta, giorni dopo la scomparsa dell´ayatollah Montazeri, l´ex-delfino di Khomeini divenuto, nel tempo, la fonte di legittimazione religiosa dello schieramento ostile alla diarchia Khamenei-Ahmadinejad. Che l´asse fondato sul potere nero del clero conservatore e del "partito dei militari" potesse usare la mano dura era altrettanto prevedibile. Il "basta!" alle manifestazioni annunciato, insieme alla minaccia di cancellare l´opposizione dal panorama iraniano, dalla Guida poche settimane fa non lasciava dubbi. Ma violare quel divieto era facile nel giorno in cui milioni di iraniani riempivano le strade per celebrare il martirio di Hussain. La forza della protesta, e la sua estensione in città diverse dalla capitale, come Tabriz o Isfahan, ha indotto il regime, o la parte di esso che riteneva un segnale di debolezza lasciare dilagare la protesta senza intervenire, alla prova di forza.
Siano una decina o meno le vittime, e tanto più se tra esse vi è il nipote di Moussavi, l´Ashura del 2009 segna, comunque, il massimo punto di crisi del potere. Rotto, ancora una volta dopo Neda, il tabù del sangue, è prevedibile che si inneschi una spirale reazione-repressione, che potrebbe avere sviluppi impensati. E non solo per le, ricorrenti, voci di poliziotti che rifiutano di sparare ad altezza d´uomo. Del resto pochi, dentro e fuori l´Iran, pensavano che dopo la fiammata seguita al 12 giugno la protesta sarebbe proseguita. Soprattutto in assenza di un leader carismatico, qualità che Moussavi non possiede. Eppure l´Onda verde è riuscita a trasformare l´assenza di carisma in leadership collettiva. Condizione di forza e debolezza, quella in cui il movimento trascina i leader, che ha spinto l´opposizione a abbandonare il realismo prudente di Khatami e di Moussavi. E a cercare, trasformando Khamenei e Ahamdinejad in novelli Yazid, la sfida destinata a mutare la scena.
L´Ashura di sangue rivela che in discussione è, ormai, la stessa natura del regime. L´opposizione si nutre di parole d´ordine islamiche, così come lo sono i suoi leader e come lo era il suo punto di riferimento religioso Montazeri. Ma il sistema, irrigidito nella brutale amicizia tra turbanti e elmetti, non sembra più poter tollerare il residuo margine di pluralismo che derivava dalla istituzionalizzazione delle fazioni. La pretesa delle milizie, Pasdaran e Basij, e l´ambizione di Khamenei e dell´entourage che lo circonda, di erigersi a unici e autentici custodi della Repubblica Islamica nata della Rivoluzione, non lascia spazio a mediazioni. Così l´Ashura 2009, seguita da celebrazioni di lutti destinate a generare altri lutti, come già accadde nel 1978, potrebbe essere l´anticipo di un lavacro ancora più grande. Destinato a far pericolosamente fibrillare la Repubblica Islamica

Repubblica 28 dicembre 2009


Troppi vecchi e troppi maschi: il Partito comunista annuncia la svolta.

Rapporto shock rivela: 40 milioni di bambine sono state abortite o uccise dopo il parto.

di Giampaolo Visetti

 

Dopo trent´anni la Cina cancella la legge del "figlio unico". Un rapporto shock dell´ufficio statistiche ha certificato ieri l´allarme del governo: nel 2050 tre cinesi su dieci avranno più di 60 anni. Oltre 400 milioni di anziani, privi di pensione e assistenza sanitaria. Ma la nazione più popolosa del pianeta non sarà solo un´esplosiva terra di vecchi. È già un Paese dove i maschi sono troppi e mancano femmine.
I dati esatti, diffusi per la prima volta, fanno impressione. Ogni 100 femmine, oggi in Cina nascono 121 maschi. Un divario unico al mondo e senza precedenti nella storia. La media mondiale è di 103-106 maschi ogni 100 femmine. I cinesi scoprono così che la legge del "figlio unico", varata da Deng Xiao Ping nel 1978 per frenare il boom demografico, si è trasformata in una disastrosa regola del "maschio unico". In tre decenni sono nate 400 milioni di persone in meno e la famiglia media cinese è scesa da 6 a 1,7 figli. Solo negli ultimi dieci anni però sono nati 37 milioni di maschi in più rispetto alle femmine, e nel 2030 i maschi in eccesso saranno almeno 46 milioni. Medici e sociologi ammettono di trovarsi di fronte «ad una tragedia intrisa di sangue». «Poco meno di 40 milioni di femmine - dice Yuan Xin, direttore dell´Istituto statale della popolazione - sono state eliminate con l´aborto, o appena nate».
L´incubo di costruire un´ingovernabile nazione di maschi, vecchi e soli, in cui un abitante su cinque non potrà trovare una compagna e formare una famiglia, ha costretto i vertici del Partito comunista ad annunciare la marcia indietro rispetto alla più contestata legge del Paese. «La norma sarà adeguata - ha dichiarato il consigliere presidenziale Hu Angang - con il dodicesimo piano quinquennale 2011-2015. L´obiettivo della legge "un bambino per coppia" è stato raggiunto. La nuova politica demografica terrà conto della necessità di "due bambini per coppia"». Il rapporto rivela che solo in Tibet la percentuale tra neonati maschi e femmine è nella media mondiale. Nella regione di Hainan si arriva invece a 135 maschi ogni 100 femmine. Poco meno nello Jiangxi, nell´Anhui e nello Shaanxi. Da tempo minoranze etniche e contadini possono generare più di un figlio. La maggioranza han e il miliardo di individui che assedia le megalopoli, no. Le multe arrivano al triplo dello stipendio di un anno.
Le autorità non avevano però considerato la tradizione. I cinesi continuano a preferire i figli maschi: trovano prima un lavoro, possono mantenere i genitori, tramandano il nome, non hanno bisogno della dote. «Il risultato - dice Zhai Zhenwu, direttore del dipartimento di sociologia dell´Università del Popolo di Pechino - è stato l´esplosione degli screening per conoscere in anticipo il sesso dei nascituri». La maggioranza delle coppie, se scopre di aspettare una femmina, abortisce. Nei villaggi, dove non ci sono ambulatori, le neonate indesiderate vengono uccise clandestinamente in casa, oppure vendute.
Fino ad oggi l´orrore è stato tacitamente tollerato. Le esigenze però sono cambiate. Pechino non teme più di non avere cibo sufficiente per un 1,4 miliardi di persone. Ha paura di restare senza forza lavoro, senza madri, senza giovani che possano pagare le cure ai vecchi. Di qui l´ammissione di fallimento del governo. «La politica demografica - ha detto Qiao Xiaochun, capo della commissione statale per la popolazione - sarà aggiustata. La stesura di un piano diverso è già iniziata e i cambiamenti sono in discussione». Dall´anno prossimo saranno proibiti i test prenatali per conoscere il sesso del feto. Una legge consentirà poi alle coppie di avere due figli anche se solo uno dei partner è figlio unico. Il diritto sarà infine «caldamente esteso a tutti».
A Shanghai, dove tre abitanti su dieci hanno più di 65 anni e c´è meno di un figlio per famiglia, si è già iniziato. Ma senza successo. In luglio i manifesti che recitavano «La madrepatria è troppo stanca per sostenere più bambini», o «Un bambino in più significa una tomba in più», sono stati tolti dalle strade. Le autorità hanno sommerso di volantini le case. Ordine: «Fate più figli». Risposta: «Non esiste». Le domande di secondo figlio sono state meno di venti al mese. I funzionari prevedono che nel 2010 nasceranno 165 mila bambini, pochi più di quest´anno e meno che nel 2008. «La gente - dice Feng Juying, capo dell´ufficio di pianificazione famigliare - non ha soldi per due bambini. Mancano sicurezza sociale, asili e scuole, case adeguate. Chi per la prima volta ha conquistato uno standard di vita sostenibile, non vuole più fare rinunce».
Pechino rivede così lo spettro che spazzò via la dinastia Qing. Durante una carestia, un quarto delle bambine furono soppresse. I maschi non coltivarono i campi: divennero nomadi, banditi, infine ribelli. Due generazioni di "piccoli imperatori single", secondo il governo, possono oggi «rompere la stabilità sociale, minare l´equilibrio etnico e distruggere l´economia». Hu Jintao è costretto a correggere il "padre" Deng: sapendo che anche stavolta può essere troppo tardi.

 REPUBBLICA 15.12.2009