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“Basta dittatura, Il Cairo sia un esempio” così la rivoluzione dilaga nel mondo arabo

Anthony Shadid

Mercoledì, nelle strade del centro del Cairo si è combattuto non solo per il futuro dell’Egitto ma per quello del mondo arabo, in bilico tra rivolta e il disprezzo per un assetto che sta andando in frantumi. Durante una settimana di tumultie provocazioni, decine di migliaia di dimostranti hanno ridefinito il concetto stesso di cittadinanza in quest’area del mondo: armati di bastoni, bombe di costruzione artigianale e una pioggia di pietre, hanno proclamato di non voler rinunciare alla rivoluzione malgrado la reazione di un governo autoritario.

In attesa di capire se ad affermarsi sarebbero state la protesta o la repressione, il mondo arabo ha assistito in questi giorni a momenti in cui sembrava che nulla sarebbe più stato come prima.Parole come “insurrezione” e “rivoluzione” sfiorano appena la portata degli eventi di questi giorni, che già hanno avuto delle ripercussioni in Yemen, in Giordania, in Siria e persino in Arabia Saudita, proponendo un modello per il cambiamento in una regione che da tempo annaspa in situazione stagnante. «Adesso, ogni egiziano capisce», dice Magdi al-Sayyid, uno dei dimostranti. I dimostranti sono riusciti a farsi ascoltare e da un governo che, come molti altri in Medio Oriente, li considera una realtà molesta. Mercoledì scorso, appostandosi presso le barricate improvvisate di piazza Tahrir, gli egiziani hanno smentito coloro che non riconoscono il potere della piazza nel mondo arabo. «La piazza non ha più paura», commenta Shawki al-Qadi, parlamentare dell’opposizione in Yemen, paese a sua volta attraversato dal vento del cambiamento. «Adesso sono i governi e le forze di sicurezza a temere il popolo. La generazione di Internet, non ha paura. Reclama pieni diritti e una vita. Una vita dignitosa».

I fatti di mercoledì hanno trasformato queste astrazioni in realtà. Tra i dimostranti c’erano Mohammed Gamil, un dentista in cravatta blu che si è lanciato verso le barricate. Dietro di lui è accorsa Fayeqa Hussein, una donna velata, madre di sette figli, che ha riempito di pietre un contenitore di polistirene. Prima di dirigersi a sua volta verso la folla, Magdi Abdel Rahman, un nonno sessantenne, ha baciato il suolo. A guidare la carica è stato Yasser Hamdi, dicendo che sua figlia, due anni, avrà unavita migliore della sua. «Siete uomin o no? — ha urlato — Andiamo!».

Anche i Fratelli musulmani, principale forza di opposizione in Egitto, si è aggiunta alla mischia. All’imbrunire i loro seguaci si sono inginocchiati in preghiera, i volti rischiarati dal tenue bagliore dei fuochi che bruciavano poco distante. Mgli eventi di questi giorni hannocolto di sorpresa persino la Fratellanza,considerata da tempol’unica possibile fonte di cambiamento.Il movimento che ad oggi non ha ancora trovato dei leader: né i Fratelli né i pochi rappresentanti dell’opposizione— come Mohamed ElBaradei o Ayman Nour — sono riusciti adare voce alle speranze negate, alle umiliazioni subite per mano della polizia e all’onta di non avere abbastanza denaro per sposarsi. Sentimenti che accomunano gli abitanti dei campi palestinesi di Giordania a quelli del quartiere degradato di Sadr City, a Bagdad. Per molti ormai, la Fratellanza non è che ciò che resta di un assetto obsoleto, che ha fallito la propria missione. «Il problema è che per trent’anni Mubarak non ci ha permesso di costruire un’alternativa», dichiara Adel Wehba.

 

È stata forse la mancanza di alternative che ha portato alla rivolta, obbligando a scendere in strada giovani, poveri, e ogni altro segmento della popolazione egiziana: leader religiosi con turbante, uomini d’affari provenienti dai quartieri residenziali, registi e ricchi ingegneri. Mesi fa,in pochi avrebbero sperato che qualcosa nel mondo arabo potesse davvero cambiare.

Dalle telecronache minutoper-minuto sui canali arabi ai dibattiti che riecheggiavan dall’Iraq al Marocco, il mondo arabo ha assistito con il fiato sospeso ad un momento di svolta: per la prima volta in una generazione, gli arabi tornano a guardare all’Egitto in cerca di una guida, con un tangibile senso di fatalità. «Chiedo al mondo arabo di restarci vicinosino a quando non avremo conquistato la nostra libertà», ha affermato Khaled Yusuf, esponente di Al Azhar, un’istituzione di studi religiosi un tempo stimata e oggi sottomessa al governo. «E dopo che ci saremo riusciti, libereremo il mondo arabo!». Il mondo arabo attende da decenni un salvatore; aveva creduto di scorgerlo in Gamal Abdel- Nasser, il carismatico presidente egiziano, e addirittura, per qualche tempo, in Saddam Hussein.Mercoledì scorso però, nessuno aspettava più nulla: forte di un’autorità consolidata da quasi tre decenni di attesa, il popolo ha ritrovato se stesso. «Sto lottando per la mia libertà», affermava Noha al-Ustaz, intenta a frantumare dei mattoni sul marciapiede. «Libertà per il mio diritto di espressione. Per porrefine all’oppressione. Per porre fine all’ingiustizia». «Vai, vai!», riecheggiavano intanto le urla nelle strade. E lei è andata, inghiottita da un mare di uomini.

(©The New York Times — La Repubblica 4 febbraio 2011

 (Traduzione di Marzia Porta)