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Il Sud che non vuole morire

di Sergio Rizzo

repubblica

 

Sfilavano in parata ministri, sottosegretari, governatori, onorevoli, sindaci e presidenti della rispettabile azienda pubblica strade. Con le facce serie e l’aria solenne, sfilavano. Ognuno a promettere che avrebbero fatto in fretta, più in fretta possibile. Ognuno a rassicurare che ricostruire i 270 metri del viadotto Himera era un’assoluta priorità perché non si poteva lasciare la Sicilia, già ampiamente mortificata da strade del Terzo mondo, con la Palermo-Catania mozzata dal cedimento di un pilone. Era la notte fra l’8 e il 9 aprile 2015 quando quel pilone fece crac. Un mese dopo il premier Matteo Renzi annunciava: “Abbiamo approvato la delibera che stanzia le risorse per l’emergenza del viadotto siciliano”. Mentre l’Anas comunicava che era tutto pronto per le demolizioni e che una volta terminate quelle, sarebbero bastati 15 mesi per la ricostruzione. Al massimo 18. Dopo 34 mesi, invece, non avevano ancora nemmeno aggiudicato i lavori. E di mesi, da quel maledetto aprile 2015, ne sono già trascorsi fra una sfilata e l’altra ben 56 e siamo ancora a carissimo amico.

“Non siamo messi male”

L’ultimo a sfilare è stato, quasi un anno fa, l’ex ministro delle Infrastrutture grillino Danilo Toninelli. Che dopo aver rivelato “lo Stato è tornato, la Sicilia è tra le massime priorità per questo governo”, ha chiesto ai dirigenti dell’Anas presenti quando avrebbero riaperto il traffico su quella carreggiata della Palermo-Catania sentendosi rispondere: “Pensiamo entro la fine del 2019”. Con l’aggiunta della seguente strepitosa considerazione: “Non siamo messi male”.

Non siamo messi male? Certo, in Sicilia c’è di peggio. La Catania- Ragusa, esempio, aspetta da almeno 32 anni. Per non parlare delle 160 opere incompiute, qualcuna anche dagli anni Cinquanta. Ma a maggior ragione quella frase, pronunciata nel 2018 da un pubblico funzionario, non può non indignare. E ci s’indigna ancora di più dopo aver letto ciò che ha raccontato su Repubblica il nostro Antonio Fraschilla, denunciando che sperare in una riapertura prima dell’estate 2020 è impossibile. Ora c’è il problema del ferro: la ditta fornitrice è finita in concordato. Ma dice tutto, quella frase, soprattutto sulla “distanza della Sicilia dal resto del Paese”, come denuncia la Cisl ricordando che mentre il viadotto Himera è fermo “a Genova stanno per partire i lavori per il ponte Morandi”. Il Sud sta morendo e al suo capezzale non c’è nessuno. Nessuno si rende conto che con il Sud muore anche l’Italia. Di fronte alla più devastante e pericolosa emergenza del Paese la politica è paralizzata, il ceto intellettuale cloroformizzato, l’opinione pubblica assente. Come in attesa dell’inevitabile. I governi di turno si rifugiano in vuote e stantie ricette di “piani straordinari”, rispolverando palliativi come l’inutile Banca del Mezzogiorno, che peraltro esiste da anni senza aver cambiato di una virgola i destini del Sud. La criminalità conquista territori, mentre per i partiti quelle Regioni sono bacini di consenso elettorale da amministrare con il solito metodo osceno: il clientelismo.

E intanto la gente scappa. Nei soli ultimi quattro anni, da quando la crisi avrebbe dovuto in teoria allentare la morsa, il Sud ha perso 307.748 abitanti. Significa che il 70 per cento del calo dei residenti registrato nell’intera nazione dal gennaio 2015 al gennaio 2019, pari complessivamente a 436.866 unità, è imputabile a poco più di un terzo del Paese. In un’Italia che perde abitanti, il Mezzogiorno si sta letteralmente spopolando. La Sicilia è scesa sotto la soglia dei cinque milioni: oggi ha 4.999.891 abitanti. Da Palermo, in quattro anni, sono sparite 15.091 persone. Da Messina, 7.859. Da Catania, 4.017. Da Bari, 6.499. Da Taranto, 5.314. Da Napoli, addirittura 19.211. Fra il 2015 e il 2019 la popolazione dei 39 capoluoghi di provincia meridionali si è ridotta di ben 84.628 unità. 

Come ai tempi della “spagnola”

Il calo demografico, si dice, è figlio dei tempi. Non c’è un partito che non dica di voler favorire le famiglie, poi però all’atto pratico si fa esattamente il contrario. Infatti il calo demografico c’è anche al Nord. Ma in proporzioni completamente diverse. Dal 2012 al Sud il numero dei morti supera costantemente quello dei nati vivi. Prima di allora era accaduto nella storia in sole due occasioni: nel 1867, in concomitanza con una micidiale epidemia di colera, e nel 1918, l’anno della spagnola. Le proiezioni riportate dalla Svimez, il centro studi per il Mezzogiorno diretto da Luca Bianchi sono semplicemente spaventose. Da qui al 2065 l’Italia avrà perduto il 14,9% della popolazione: 6,4 milioni di abitanti. Ma quasi l’80% di questo calo, pari a 5 milioni di persone, avverrà al Sud. Nei piccoli centri di montagna al Sud già oggi il rapporto fra gli over 65 e under 14 è di 3,12 a uno: contro il 2,51 a uno del Centro Nord. Non si fanno più figli e scappano i giovani, soprattutto quelli istruiti e formati nelle università meridionali. L’Istat ha calcolato che negli ultimi dieci anni circa 250 mila giovani “con livello di istruzione medio alto” hanno lasciato il Mezzogiorno. Ben 226 mila soltanto da Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.

Le donne di Crotone

La prima ragione della fuga è la stessa di sempre: non c’è lavoro. La disoccupazione giovanile dai 15 ai 29 anni è a livelli inimmaginabili per un Paese civile. Se dal 2004 al 2018 è passata a Milano dal 10,2 al 16,6% e a Roma dal 18,9 al 24,6, nella città di Napoli è balzata dal 34,8 al 50,4. A Isernia, dal 22,7 al 51,2. Ad Agrigento, dal 45,3 al 53,9. E alle giovani donne va decisamente peggio. Sono senza lavoro il 51,4% a Caltanissetta, il 52,5 a Messina, il 56,5 a Enna, il 58 a Napoli, il 63,2 a Crotone. A testimoniare ancor di più, se mai ce ne fosse bisogno, il fallimento assoluto di tutti i modelli di sviluppo con prevalenza di logiche assistenziali applicati al Sud nel secondo dopoguerra, ecco i dati Svimez sul divario economico fra le due Italie. Nel 2018 il prodotto interno lordo di un cittadino meridionale era di 18.954,5 euro, ovvero il 55,2 per cento di quello di un italiano residente nel Centro-Nord: 34.311 euro. Nel 1953, cioè 65 anni prima, il rapporto era del 55,3 per cento. Pressoché identico In sei decenni e mezzo il Pil procapite del Sud ha raggiunto il 60% del resto del Paese in sole due occasioni, nel 1971 e nel 1973. Si è tornati quindi all’inizio degli anni Cinquanta. Ma se l’Italia è ferma, il Mezzogiorno addirittura arretra. Lo dicono con chiarezza i conti economici territoriali, secondo cui il peso del prodotto interno lordo delle Regioni meridionali sul totale italiano è sceso progressivamente e in modo inesorabile dal 24,7 per cento del 2000 al 22,7 del 2017.

E dopo il lavoro che manca, l’altra ragione di fuga è la qualità della vita. I servizi sono pessimi. Si vede bene, tranne qualche caso di eccellenza, nella sanità: dove circa un miliardo l’anno di tasse pagate al Sud serve per curare cittadini meridionali nelle strutture del Centro Nord. Ma si vede forse ancora meglio nella gestione folle del ciclo dei rifiuti, dove le contaminazioni criminali sono profonde, oppure nella situazione drammatica di certi trasporti pubblici locali. Quanto alle infrastrutture, c’è solo da stendere un velo pietoso. La dotazione delle Regioni meridionali rispetto alla media dell’Unione europea a 28, che comprende quindi anche i Paesi dell’ex blocco sovietico, oscilla dal modestissimo 73,7% della Campania al 36,9 della Calabria, al 31,5 della Basilicata, al 29,8 della Sicilia, per arrivare al 19,9 per cento della Sardegna. Per avere un’idea di cosa possono significare questi numeri, nella graduatoria infrastrutturale europea la Lombardia è a quota 124,7 e l’Emilia-Romagna a 122,1.

Tuttavia è perfino inutile stupirsi. L’alta velocità si interrompe a Salerno. Da Roma a Reggio Calabria e da Roma a Lecce ci sono rispettivamente appena quattro e tre corse dirette con treni freccia al giorno; da Roma a Milano, invece, 53 frecce più 51 Italo al giorno. Del resto, sull’impegno dello stato centrale nei confronti delle infrastrutture meridionale dice tutto un’occhiata ai dati della spesa pubblica per investimenti al Sud. Ridotta nel 2017 ad appena 10,6 miliardi al termine di una discesa a precipizio dai 22,6 miliardi del 2000. Per di più con un crollo dal 39% al 33,8% dell’incidenza sull’intera spesa pubblica statale in conto capitale. Il bello è poi che di quella somma ben 6,9 miliardi riguardano i finanziamenti ordinari e appena 3,7 i cosiddetti “aggiuntivi”. Di questi, i fondi europei non superano 400 milioni. E qui c’è la vera piaga. I soldi per quello che si chiamava l’intervento straordinario, cominciato con la Cassa del Mezzogiorno, sono finiti da almeno vent’anni. La Svimez ha calcolato che dal 1951 al 1998, in 47 anni, lo Stato ha riversato nelle Regioni meridionali l’equivalente di 220 miliardi di euro in valuta 2008. Molti denari sono evaporati in opere non finite, sprechi, iniziative inutili e anche ruberie. Si può certo discutere circa l’entità di questo investimento, ma se è vero che il Pil procapite del Sud è passato dal 52,6 per cento di quello del Centro Nord nel 1951 al 56 per cento nel 1998, con un miglioramento irrilevante, probabilmente bisognava fare di più. Ormai i fondi europei rimangono l’unica risorsa reale per rilanciare lo sviluppo. Bisognerebbe però utilizzarli per quello, anziché finanziare iniziative come il Peperoncino festival/ Vacanze piccanti nel Tirreno cosentino, o il Bongo Market di Acquedolci nel messinese.

I fondi dei portoghesi

I fondi strutturali, come si chiamano, sono stati istituiti per ridurre le differenze fra le zone più ricche e quelle meno prospere dell’Unione. L’hanno capito bene i portoghesi, che hanno superato di slancio per tassi di crescita il Meridione d’Italia. E l’hanno capito forse ancora meglio i polacchi, i bulgari, gli sloveni… Ci fanno le strade, gli impianti di depurazione, i ponti, le ferrovie. Noi invece in prevalenza li sbricioliamo, distribuendoli spesso e volentieri con il solito sistema clientelare. Sempre che poi le Regioni riescano a spenderli. Cadono le braccia a leggere la tabellina della Svimez che spiega quanti ne stiamo utilizzando. La spesa certificata al 31 luglio 2018 nei Programmi operativi regionali sui fondi strutturali 2014-2020, cioè a due anni e mezzo dalla fine del piano, oscillava dal 9,44 per cento della Puglia a uno 0,73 per cento della Sicilia. Su 5 miliardi e 378 milioni disponibili le strutture isolane erano riuscite a spendere 39 milioni e 370 mila euro.Comprensibile che il nuovo ministro del Sud Giuseppe Provenzano, proveniente dalla Svimez di cui era vicedirettore (finalmente uno che ci capisce, verrebbe da dire…), immagini di partire da qua dopo aver ripudiato la vuota retorica del “piano straordinario”. Ma è un’impresa da far tremare le vene i polsi. Come si potranno mettere in riga Regioni inefficienti? Il problema, a dire la verità, se l’era già posto Fabrizio Barca ai tempi del governo Monti. Il suo successore Carlo Trigilia, con Enrico Letta a palazzo Chigi, aveva creato l’Agenzia per la coesione che avrebbe dovuto appunto sovrintendere e coordinare il lavoro delle Regioni. Non avendo però alcun potere concreto, da quando è nata oltre cinque anni fa si limita ad agire da notaio. Con 219 dipendenti. Partire dai fondi europei significa intervenire su questo fronte. Prima possibile. Il minimo sindacale è una struttura pubblica, dotata di competenze consistenti e di riconosciuta indipendenza. Magari la stessa Agenzia di cui stiamo parlando, debitamente rafforzata. Ma avranno il coraggio, e la forza, di arrivare a questo?

La Repubblica 09.10.2019

8 settembre 1943, così diventai un partigiano

di Giorgio Bocca

IL Messaggero 9 settembre 1943.1

Che cosa si ricorda delle giornate decisive come l'otto settembre del '43? Subito il tempo: il cielo azzurro di un tiepido d'autunno, poi le cose minime della quotidianità, il risveglio, la colazione, come eri vestito? In divisa da sottotenente del 2 ° alpini? Sì certo, avevi giurato fedeltà al re imperatore solo due giorni prima, nella caserma di Cuneo. Chi c'era in casa? Tua madre, tua sorella, tua nonna Maria, la cameriera Bice che arriva il mattino presto con il pannello ancora caldo di forno.Del messaggio di Badoglio che la radio continua a ricevere c'è un ricordo breve e confuso, ma quanto bastava per capire che la guerra era finita una buona volta, ci eravamo arresi agli angloamericani.Ma che voleva dire «i nostri reparti reagiranno a qualsiasi attacco di altra provenienza». Perché non dire i tedeschi? Chi altri?

L’armata degli alberi di Roosevelt che serve al Sud

di Battista Sangineto

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L’Italia possiede il bene ineguagliabile dell’enorme patrimonio culturale stratificatosi per più di trenta secoli e in maniera capillare nell’ordito armonico delle antiche città, dei musei, delle chiese, dei siti archeologici, dei centri storici immersi nel paesaggio.

La devastazione della gran parte del paesaggio e delle città soprattutto del Mezzogiorno è, purtroppo, la dimostrazione che il riconoscimento e la produzione della bellezza sono attività che classi dirigenti e cittadini, soprattutto quelli meridionali, non hanno esercitato, compreso ed interiorizzato da troppo tempo. Non hanno voluto comprendere, che con la scomparsa del paesaggio e delle antiche città si scardinava un fondamentale nesso psicologico di formazione identitaria perché la stabilità dei luoghi garantisce alle società un senso di perpetuità, in grado di conservare l’identità individuale e collettiva.

Ancora in aumento il gap tra il Mezzogiorno e l’Italia. L’Osservatorio Banche Imprese ha pubblicato il Rapporto sulle previsioni 2017-2020 del valore aggiunto e dell’occupazione per tutte le province italiane e per i comuni del Mezzogiorno, basate su una versione aggiornata del modello Todomundi (Top Down municipal domestic indicators). Il rapporto elaborato dall’Obi verrà presentato prossimamente con un evento previsto a Roma nella seconda settimana di novembre.

L'estate eterna dei nostri schiavi

di Tiziana Colluto e Lucio Mussolino 

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Quest’estate, per adesso, sono mancati i morti di caldo: i martiri dell’uva, del pomodoro e dei cocomeri. Per il resto nei campi del Sud lo scenario è lo stesso della passata stagione, di quella prima e di quella prima ancora: il caporalato resta una forma di schiavitù tollerata. Tra Calabria e Basilicata, tar le vigne e i campi, tra le tendopoli, i porcili e le stalle si ripete ogni giorno, in silenzio, la stessa grande vergogna italiana.

Come si crea il nemico

di Giuido Viale

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Ma anche il razzismo si manifesta, in forme diverse, sia in chi lo pratica che nelle vittime. Il pensiero postcoloniale ha fatto capire quanto è lunga la strada delle vittime per liberarsi dagli stereotipi dei dominatori. Questo è il “grado zero” del razzismo; che ha poi molti altri modi di manifestarsi.

Un esempio da ricordare e tramandare

di Giuseppe Dambrosio

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Il 10 maggio 1799; alle ore 19.00, il Cardinale Fabrizio Ruffo entra in Altamura dopo un assedio di durato due giorni. Nella notizia ministeriale che il Cardinale invia dal quartiere generale di Altamura il 16 maggio 1799 si legge "Altamura quella forte e ben munita città, che credendosi insuperabile aveva disprezzati gl'inviti di dover ritornare all'ubbidienza del Re; malgrado la sua ostinata resistenza, fu nel giorno di venerdì prossimo scorso dieci andante maggio, mercè il valore delle invincibili nostre truppe, presa per assalto, e saccheggiata".


Napoli, lo sfratto della cultura

di Carlo Vulpio

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Eravamo venuti a trovare Gerardo Marotta, un giovanotto di 89 anni travestito da vecchietto inerme, intabarrato in un nero cappotto e sovrastato da un nero cappello a falde larghe, che in realtà sono la sua uniforme da combattimento, per parlare con lui dell’ennesimo delitto italiano nei confronti dei libri, e ci siamo ritrovati ad ascoltare una storia che racconta non soltanto di libri depositati in sotterranei e magazzini industriali come materiale di scarto — questo è il delitto visibile —, ma narra di un «genocidio culturale», e questo è il delitto invisibile, i cui effetti i popoli sconteranno negli anni a venire. «Esattamente ciò che è accaduto — dice Marotta a “la Lettura” —, a Napoli e al Sud, e quindi all’Italia, dalla bestiale repressione seguita alla Rivoluzione napoletana del 1799 fino ai giorni nostri».

Omicidi, estorsioni e bombe In Puglia la mafia “più cattiva”

di Andrea Malaguti

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I dati della polizia confermano: Foggia è tra le emergenze principali. Spaccio di droga e racket costituiscono le maggiori fonti di guadagno

Da settembre a oggi, con picchi in novembre e dicembre, ci sono stati quattro omicidi e otto tentati omicidi. E dieci bombe sono esplose davanti ai negozi. Punizioni per chi non paga il pizzo. O anche avvertimenti per esercizi commerciali vicini: se non ti pieghi salti per aria anche tu. «Quello che succede qui è inimmaginabile, eppure nessuno ne parla, come se nei duecento chilometri di strade tra Foggia e il Gargano esistessero solo Padre Pio, gli ulivi, la mozzarella buona e il mare azzurro», dice il questore Piernicola Silvis.

L’austera libreria della famiglia Bizzocchi, incastrata nel Palazzo Vescovile alle spalle del Duomo e del Municipio di Reggio Emilia, vende bibbie, madonne e bandiere dal 1907. Il tricolore ufficiale in poliestere, buono da appendere alla finestra quando gioca la Nazionale, costa appena cinque euro. La bandiera cispadana, cento centimetri per cento, in moella di seta con stemma ricamato a macchina e frangia dorata ai bordi, vale trenta volte tanto per la lavorazione artigianale che richiede. «A comprarla sono soprattutto le istituzioni: la Camera di Commercio, il Comune, le Associazione Industriali», spiega Giancarlo Bizzocchi, orgoglioso dei suoi manufatti perfino negli impercettibili difetti. «Le bandiere risorgimentali erano tessute di notte nei campi dalle donne: non potevano essere perfette, amava ripetermi Ugo Bellocchi», il giornalista che per primo parlò delle origini reggiane della bandiera italiana. Le dedicò un volumetto dal sapore di favola, non a caso pubblicato come strenna natalizia, nel 1963, dalla Lombardini Motori. Otello Montanari ha 89 anni ed entra zoppicando nella Sala del Tricolore. Non per l'età: nel capodanno del 1945 i fascisti gli spararono a una gamba perché militava nelle fila dei Gap. Il partigiano è un simbolo di Reggio. Nel 1960, da deputato, partecipò agli scontri di piazza contro il governo Tambroni. Negli anni Ottanta ha fondato il Comitato Primo Tricolore, finendo per scontrarsi aspramente con il premier meneghino Craxi, che spingeva per una primogenitura milanese dei colori nazionali. Il bianco, il rosso e il verde furono invece stabiliti in Emilia, dentro una sala pensata per ospitare l’archivio generale del Ducato estense di Modena e che, prima di diventare la sede del consiglio comunale, fu aula scolastica, deposito della legna, alloggio per i carri spazzaneve. «La Repubblica Reggiana nacque il 26 agosto 1796», racconta Montanari mentre conta le poche novità dell'ambiente rispetto alla fine del XVIII secolo: microfoni e impianto elettrico, i parapetti e le sedie, inchiodate al pavimento per evitare che fossero lanciate durante i furiosi consigli comunali. Al tempo della Prima Repubblica, la politica sapeva scatenare discussioni forti nella terra di Don Camillo e Peppone. «Due giorni dopo fu costituita la Guardia Civica, che doveva essere composta da tutti i cittadini, anche se ebrei e membri delle classi popolari, purché “atti a portare i fucili”». Aveva il compito di difendere l’ordine pubblico e fu costruita sulla base delle parrocchie: erano i preti i depositari della cultura e gli studenti legati al seminario erano spesso anche giacobini. «Il popolo aveva preso a protestare con maggior vigore per l’avvicinarsi dei francesi, vedendo in loro i portatori di uguaglianza e libertà. Il 20 agosto si era scatenata una rivolta in Piazza San Prospero, capeggiata dall’ortolana Rosa Manganelli. Chi l’aiutò fu Carlo Ferrarini, il futuro capitano della Guardia Civica che capeggiò i reggiani il 4 ottobre nella battaglia di Montechiarugolo, dove cittadini in armi sconfissero gli austriaci fuoriusciti da Mantova attirandosi le lodi di Ugo Foscolo». La Repubblica Reggiana durò altre due settimane, finché Napoleone non creò la Cispadana, riunendo 110 deputati in rappresentanza di Modena, Bologna, Parma e Reggio. «Fu questo congresso, in questa sala, il 7 gennaio 1797 a decidere l’aspetto della prima bandiera tricolore, approvando una mozione di Giuseppe Compagnoni. Tre strisce orizzontali: il rosso in alto, il bianco in mezzo, in basso il verde. Al centro una faretra con quattro frecce, a simboleggiare l'unione dei quattro popoli; ai lati le iniziali RC». Montanari, nel 1955, accompagnò Alcide Cervi in Unione Sovietica. Quando il grande vecchio morì, quasi centenario, la salma venne esposta nella Sala del Tricolore e al funerale, dove l’orazione fu tenuta da Ferruccio Parri e Giorgio Amendola, partecipano oltre 200 mila persone. La storia della famiglia è raccontata dal Museo Cervi, ospitato a Gattatico tra le mura della casa colonica abitata dai sette fratelli fucilati dai fascisti nel dicembre del 1943. Qui i visitatori sono accolti all’insegna dell’internazionalismo. Un globo è poggiato su un trattore, che i Cervi comprarono nel 1939. Fu uno dei primi nella bassa reggiana; la sua missione era alleggerire la vita dei contadini. Perciò Aldo chiese al venditore, in omaggio al valore dell'investimento, un regalo da scegliere tra i suoi oggetti personali. Parlarono e il commerciante, capito chi aveva di fronte, gli lasciò prendere un mappamondo. Perché il progresso doveva essere universale. Quattro anni dopo Aldo e i suoi fratelli furono uccisi dalla Repubblica Sociale di Salò, un fantoccio svenduto ai nazisti vanaglorioso già nell’effige: un tricolore con al centro, su campo bianco, l’aquila che artiglia un fascio littorio. Per contrasto, aggiungendo la variante di una stella rossa, il distaccamento partigiano Fratelli Cervi tornò al tricolore orizzontale della Cispadana. Un grido di indipendenza da chi stava infamando la patria, con voce giacobina; il marchio di una lotta popolare per la liberazione nazionale. Reggio si apre a chi vuole ascoltarla, rivelandosi un fiero sussidiario della storia italiana. Fu fondata tra le paludi dal console Marco Emilio Lepido, all’inizio del II secolo a.C., per agevolare il passo marziale dei legionari. Il Rubicone e l’Italia restavano allora a sud. Presso il comune, una statua e una targa visualizzano l’ossimoro che accompagnò la seconda unificazione della penisola, dopo l’unico precedente di epoca romana. Enrico Cialdini modenese e Giuseppe Lamberti reggiano: il flagello del Mezzogiorno e il mazziniano protoeuropeista. Nel recente «L’eredità della Resistenza» di Philip Cooke, professore di storia italiana all’Università di Glasgow, leggiamo come la città emiliana sia stata fondamentale anche per il recupero di un’onesta storiografia sulla Resistenza, che ancora fatica per diventare una narrazione condivisa. Il 7 luglio 1960 i reggiani manifestarono pacificamente contro il governo Tambroni, formato grazie all’appoggio esterno del Msi. Immotivata la reazione delle forze dell’ordine, che uccisero cinque operai comunisti sotto i portici di San Rocco. Fu quel sacrificio a rendere urgente la discussione che avrebbe sdoganato la Resistenza, al di là dei revisionismi di comodo e della retorica del 25 aprile. La bandiera è un oggetto parlante. A svelarla è il Museo del Tricolore, inaugurato nel palazzo comunale dal presidente Ciampi. Reperti e documenti ripercorrono le sue vicende fino al 1897, quando Reggio organizzò le celebrazioni del primo centenario, chiuse da un pomposo discorso di Giosuè Carducci, attento a lamentarsi della nostra - evidentemente cronica - smemoratezza. Con la Restaurazione i colori nazionali finirono al bando. I carbonari preferirono il nero, il rosso e il turchino; fu Mazzini a imporre la ripresa del tricolore classico, che tornò sulle barricate nel Quarantotto. Carlo Alberto vi sovrappose allora lo scudo savoia. Perfino a Roma comparvero fazzoletti con fasce tricolori, inframmezzate da inquietanti icone di Pio IX. Il 25 marzo 1860 un decreto fissò le caratteristiche della bandiera dell’imminente Regno d’Italia, simile a quella albertina. Con questi connotati, pressoché immutata, sarebbe rimasta in vigore fino al referendum del 1946. Il 7 gennaio dell’anno successivo, alla presenza di Enrico de Nicola, Luigi Salvatorelli sottolineò a Reggio come il tricolore fosse stato riconsacrato da chi aveva combattuto contro il nazifascismo. Mario Luzi tenne il discorso per il bicentenario, nel 1997. «Il vessillo della nazione sovrastò le cariche delle truppe impiegate a reprimere scioperi, rivendicazioni, proteste», disse invitando a riflettere sulle derive autoritarie mascherate dal patriottismo. «Ma salvaguardò quel rivolo di continuità e di legittimità che sostenne e talora esaltò la Resistenza». Così non sorprende che siano stati due partigiani, Montanari e Bellocchi, a volere l’Associazione Nazionale Comitato Primo Tricolore, promotrice trent’anni fa della ricostituzione della Guardia Civica. La riportarono in vita sessanta volontari, indossando uniformi tessute dopo aver consultato l’archivio dell’esercito francese, collocato nel castello parigino di Varennes. A dirigere questi volontari, tra cui tanti ragazzi, è oggi Claudio Prati, che ha organizzato diverse rievocazioni storiche a Montechiarugolo e Reggio. «Il tricolore è la bandiera universale della libertà e dell'indipendenza», dice. «Gli stessi colori della nostra li ritroviamo nelle bandiere di altre nazioni fondate sui principi rivoluzionari del ’700 e dell’800». E la Guardia Civica? Sono concordi, tutti: «Era frutto di un concetto nuovo. Noi cittadini abbiamo una Res Publica da difendere, non possiamo affidarla a mercenari». Il loro è un gioco intelligente portato avanti con passione, che all'improvviso diventa serio. «Quando indossiamo i costumi e tiriamo fuori flauti e tamburi ci divertiamo - conclude Claudio - ma mai dimentichiamo che riflettere sulla nostra identità nazionale è la strada maestra per capire il senso dell'Europa».

 

 

Il Rapporto Svimez e le lettere a un meridione mai nato

di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa

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Ogni volta che si ha a che fare con faccende che riguardano il Sud, si tira in ballo un linguaggio medicale, più precisamente, epidemiologico. All’indomani delle anticipazioni dell’ultimo Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, i rumori, gli allarmi dapprima, e poi gli scritti, i proclami pubblici, le fallaci(ane) lettere a un meridione mai nato, infine il decisionismo del governo Renzi, ha seguito un suo crescendo ritmato dal gergo medicale.

Lontani dal Sud

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Quattro scrittori, emigrati dal sud Italia, raccontano che effetto fa sentire che il Mezzogiorno «è più povero della Grecia».


La Questione Meridionale non è mai finita

di Alessandro Leogrande

La questione meridionale è stata sempre l’altra faccia della storia unitaria e, negli ultimi decenni, della storia repubblicana. Ma da almeno un ventennio si assiste alla progressiva scomparsa della parola “sud” dalle agende dei governi che si sono succeduti alla guida del paese. Anche per il premier Matteo Renzi tale parola evoca un certo fastidio: una sorta di cubo di Rubik irrisolvibile che è meglio riporre nel cassetto.

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COSA FARE DEL SUD

di Oscar Iarussi

Che palle, il Sud. Come dite? No, non ci sono le virgolette: non è una citazione di qualcuno, lo dicono tutti. È un pensiero talmente interiorizzato, incistato nel corpaccione flaccido sebbene elettrico dell’opinione in pubblico, da risultare veritiero agli occhi dei più (nessuna traccia di opinione pubblica). Una fisiologia dell’insofferenza e dell’indifferenza avvolge e travolge la questione meridionale che per poco meno di un secolo e mezzo dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 agli anni ’90 del Novecento, fu la questione nazionale per eccellenza, una diagnosi condivisa nonostante prognosi e terapie fossero spesso divergenti.

PAROLE

VUELVO AL SUR

il sud fallisce,
il sud rinasce,
ti esalta e ti avvilisce

di Franco Arminio

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Tra i mali del Su Gramsci trascurò la Mafia

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di Luigi Grassia
Il problema del Sud è il problema di tutta l’Italia, della sua unificazione imperfetta; se al Nord il blocco di potere di Giolitti ha puntato sull’industria e ha cercato di includere gli operai nel sistema, al Sud le classi popolari sono state abbandonate dallo Stato all’abbrutimento e alla repressione di Crispi. Il ceto dominante meridionale anziché tentare la via dello sviluppo economico si è compiaciuto del ruolo di mantenere l’ordine nelle campagne e fra le plebi urbane. Gramsci non concede spazio all’interpretazione «coloniale» di un rapporto Nord-Sud fondato sul puro e semplice sfruttamento: «La classe dominante siciliana ha partecipato alla direzione dello Stato nella stessa misura di quella piemontese». Gli eredi di Cavour e quelli dei gattopardi hanno collaborato. Perciò Gramsci parla in un passo di «questo Paese giovanissimo e vecchissimo», e in un altro di «uno Stato bastardo». E non ne siamo ancora usciti.

Svendi-Italia

 di Tommaso Montanari


Avevamo sperato di vedere le caserme trasformate in scuole, musei, biblioteche, asili pubblici, centri culturali per i bambini, i giovani e gli anziani. E invece no: saranno outletresort di lusso, supermercati, sale giochi. Il punto non è (solo) tutelare quelle “cose”, il punto è conservare la funzione civile, immateriale, costituzionale dello spazio pubblico: che è uno dei pochi polmoni di libertà dalla tirannia del mercato che opprime le nostre esistenze. E invece lo Sblocca-Italia blocca le nostre vite dentro un cubo di cemento e di alienazione. Quando ad essere messo in gioco è lo spazio pubblico, a rischio è la democrazia stessa. Anche per questo lo Sblocca-Italia è una legge eversiva.

Altamura la Leonessa di Puglia

di Giuseppe Dambrosio

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Esattamente il 1 febbraio del 1799 iniziava  ad Altamura l’esaltante esperienza rivoluzionaria di segno repubblicano che interessò, con la stessa intensità, pochi altri centri del Regno di Napoli. Altamura, nei 100 giorni di autogoverno, non ebbe esitazione a far propri gli ideali della Rivoluzione Francese (libertà, fraternità ed uguaglianza) e a sperimentare nuove forme di partecipazione e organizzazione politica. Lo schieramento composito dei protagonisti (nobili, clero, intellettuali, borghesi, lavoratori, portatori di interessi diversi e contrapposti) trovò un momento di unità nel difendere la cosa più cara che li accomunava: l’indipendenza economica e politica della “propria” città.

Scotellaro, versi della libertà contadina

di Franco Arminio

Leg­gendo i versi di Rocco Sco­tel­laro penso alla mia infan­zia, comin­ciata quando il mondo con­ta­dino stava finendo. Ma forse ho fatto in tempo a sen­tire qual­cosa che si sfor­zava di resi­stere, di non cam­biare. E allora adesso mi viene in mente quel tempo e que­sto, le loro dif­fe­renze. Penso alla vampa del foco­lare, penso alle nevi­cate not­turne, alle mat­tine in cui la neve rim­pic­cio­liva le fine­stre. Il paese di adesso è rag­giunto dalle imma­gini che calano dalle antenne. E nel com­pu­ter vedi quello che puoi vedere ovun­que. La vampa della tua esi­stenza non sem­bra più salire da un luogo ma solo dal tuo corpo.

                 scotellaro

Intervista con l'economista Amoroso: Impoveriscono i ceti medi e proletari e lo chiamano “risanamento”.


di Francesco Toscano

Ho letto con grande attenzione il saggio Figli di Troika scritto dall’economista Bruno Amoroso. Un racconto breve ma intenso che, intelligentemente, offre ai lettori una chiave una di lettura diversa rispetto ai soliti ritornelli dominanti. Siamo sicuri di poter affermare che le politiche del rigore hanno fallito? E se avessero invece trionfato consentendo in maniera dissimulata il ritorno in Occidente di un modello sociale elitario e fondamentalmente neoschiavista? Ecco l’analisi del prof. Amoroso

Al Sud l'economia è ancora  Cosa loro

di Luca Tescaroli 


Nell’ultimo ventennio, lo sviluppo economico in Sicilia, compresso e condizionato dalla presenza mafiosa, non vi è stato. Gli investimenti effettuati non hanno prodotto ricchezza per la collettività e decremento della disoccupazione.

«In Italia 30 mila piccoli schiavi»
Lavoro minorile: l’allarme nel rapporto di Save The Children

di Marida Lombardo Pijola

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Trentamila piccoli schiavi. Tutti in pericolo. Tutti senza infanzia. Tutti sotto scacco da parte di un “padrone”. Sono una parte dei 260 mila bimbi o adolescenti italiani che lavorano. Ovvero 1 su 20: il 5,2 per cento di tutti quelli sotto i 16 anni. Lo denuncia il rapporto di Save The Children e dell’Associazione Bruno Trentin, nell’aggiornare i dati sul lavoro minorile, che erano fermi a 11 fa.

Quei tesori dispersi nelle ceneri da barbari senza spiritualità

di Tahar Ben Jelloun

timbuct

Timbuctù è soprannominata "la Perla del Deserto", non perché splende sotto
il sole, ma perché conserva un tesoro: migliaia di manoscritti in arabo, in peul
e in altre lingue, testi di teologia, storia, geografia, botanica, astronomia,
musica, poesia ecc. Migliaia di pagine scritte a mano, conservate in
quella biblioteca che i barbari hanno appena dato alle fiamme. Le giudicavano
"empie", dimenticandosi che l´età d´oro dell´Islam è stata coronata
dall´esistenzadi tesori culturali del genereche fanno parte del patrimonio
dell´umanità.

Perché nacquero le ciminiere

di  Torino Perna

Per oltre trent'anni la questione del divario Nord/Sud nel nostro paese è stata vista come una questione nazionale, non solo una questione di riduzione del divario economico, ma di unificazione sociale, culturale e civile delle due Italie. I governi democristiani e di centro-sinistra avevano tentato di porvi rimedio varando delle politiche per il Mezzogiorno già nell'immediato dopoguerra.
Negli anni '60 e '70 del secolo scorso i rapporti Svimez sullo stato di salute del Mezzogiorno erano seguiti con estrema attenzione e suscitavano un grande dibattito politico. Pasquale Saraceno, appassionato presidente dello Svimez, si esaltava o si deprimeva a seconda dell'andamento del Pil del Mezzogiorno rispetto al resto del paese, suggeriva soluzioni e denunciava i punti deboli della politica governativa per il Mezzogiorno. Poi, dalla seconda metà degli anni '80, la «questione meridionale» muore, scompare dall'agenda politica. Il suo posto viene occupato dalla cosiddetta «questione settentrionale» che si guadagnava la scena politica anche grazie ai successi crescenti della Lega nord.

Quattro secoli più giù

di Giorgio Salvetti

La crisi e le politiche del governo Monti non fanno che approfondire il divario tra nord e sud. Il rapporto Svimez presentato ieri dall'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno è impietoso e fotografa un paese sempre più spezzato in due. Se l'Italia fatica ad andare avanti, il sud va indietro in maniera impressionante. Tutti gli indicatori segnalano che il meridione si sta avvitando in una spirale spaventosa: calano il Pil e la ricchezza pro capite, chiudono le imprese e aumenta la disoccupazione, specialmente dei giovani e delle donne, e di conseguenza cresce l'emigrazione.

Trappole da evitare

di Giuseppe Galasso

La politica economica per superare al meglio una crisi profonda e generale come quella attuale non può essere giudicata solo per i suoi effetti sul Mezzogiorno. Nessuno, però, può nemmeno credere che il Mezzogiorno possa non esserne un metro fra i più significativi.

Evasione fiscale, i dati della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel mezzogiorno)

Ecco in sintesi alcuni numeri sull’evasione fiscale divisa tra Nord e Sud. I dati sono stati forniti dalla Svimez.
Ogni italiano evade in media 2.093 euro. 
Al Nord l'evasione media pro capite è di 2.532 euro. Al Centro è di 2.936 euro. Al Sud di 950 euro (daticommissione governativa Ceriani).
Il reddito medio dichiarato per l'Irpef al Sud: 9.113 euro. Reddito medio dichiarato per l'Irpef al Centro-Nord:15.099 euro
Il reddito dichiarato per l'Irpef, in percentuale sul reddito disponibile, è l'82% nel Mezzogiorno el'80,7% nel Centro-Nord.
Ciò significa che la quota di reddito evasa sarebbe pari al 18% nel Mezzogiorno e al 19% nel Centro-Nord.
Con forti differenze regionali: il livello più elevato di evasione si registrerebbe in Veneto (22,4%).

Per i ragazzi del sud

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Quando a Milano c'erano i furbetti della monnezza

di Antonio Massarutto

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Negli anni Novanta il capoluogo lombardo rischiò il collasso-spazzatura. Ma con uno spregiudicato artificio burocratico i rifiuti "urbani" si trasformarono in rifiuti "speciali" e furono smaltiti fuori dalla Lombardia, in impianti localizzati in varie regioni italiane. I trucchi che si possono fare con l'immondizia sono degni di Totò e Peppino e possono diventare ottimi affari. Forse anche i californiani li conoscono bene.

Puglia, mezzo milione di poveri

di Paolo Viotti

Sono le piaghe dell’abbandono scolastico e della grave deprivazione quelle che caratterizzano la Puglia, così come viene fotografata nel rapporto annuale dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Non c’è da stare allegri visto che il “capitale umano”, soprattutto, in una maniera o nell’altra va a farsi benedire. E inoltre, non sembra facile invertire questa rotta. Quasi l’11 per cento — il10,7, esattamente — di chi abita da queste parti, non ha ciò che è necessario per vivere. Una situazione, questa, che coinvolge circa mezzo milione di persone, ormai sistemate più o meno in pianta stabile nell’anticamera della povertà. Quelli più colpiti sono gli anziani soli, chi ha famiglie contre o più figli o dove è presente un solo genitore.