Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

L’austera libreria della famiglia Bizzocchi, incastrata nel Palazzo Vescovile alle spalle del Duomo e del Municipio di Reggio Emilia, vende bibbie, madonne e bandiere dal 1907. Il tricolore ufficiale in poliestere, buono da appendere alla finestra quando gioca la Nazionale, costa appena cinque euro. La bandiera cispadana, cento centimetri per cento, in moella di seta con stemma ricamato a macchina e frangia dorata ai bordi, vale trenta volte tanto per la lavorazione artigianale che richiede. «A comprarla sono soprattutto le istituzioni: la Camera di Commercio, il Comune, le Associazione Industriali», spiega Giancarlo Bizzocchi, orgoglioso dei suoi manufatti perfino negli impercettibili difetti. «Le bandiere risorgimentali erano tessute di notte nei campi dalle donne: non potevano essere perfette, amava ripetermi Ugo Bellocchi», il giornalista che per primo parlò delle origini reggiane della bandiera italiana. Le dedicò un volumetto dal sapore di favola, non a caso pubblicato come strenna natalizia, nel 1963, dalla Lombardini Motori. Otello Montanari ha 89 anni ed entra zoppicando nella Sala del Tricolore. Non per l'età: nel capodanno del 1945 i fascisti gli spararono a una gamba perché militava nelle fila dei Gap. Il partigiano è un simbolo di Reggio. Nel 1960, da deputato, partecipò agli scontri di piazza contro il governo Tambroni. Negli anni Ottanta ha fondato il Comitato Primo Tricolore, finendo per scontrarsi aspramente con il premier meneghino Craxi, che spingeva per una primogenitura milanese dei colori nazionali. Il bianco, il rosso e il verde furono invece stabiliti in Emilia, dentro una sala pensata per ospitare l’archivio generale del Ducato estense di Modena e che, prima di diventare la sede del consiglio comunale, fu aula scolastica, deposito della legna, alloggio per i carri spazzaneve. «La Repubblica Reggiana nacque il 26 agosto 1796», racconta Montanari mentre conta le poche novità dell'ambiente rispetto alla fine del XVIII secolo: microfoni e impianto elettrico, i parapetti e le sedie, inchiodate al pavimento per evitare che fossero lanciate durante i furiosi consigli comunali. Al tempo della Prima Repubblica, la politica sapeva scatenare discussioni forti nella terra di Don Camillo e Peppone. «Due giorni dopo fu costituita la Guardia Civica, che doveva essere composta da tutti i cittadini, anche se ebrei e membri delle classi popolari, purché “atti a portare i fucili”». Aveva il compito di difendere l’ordine pubblico e fu costruita sulla base delle parrocchie: erano i preti i depositari della cultura e gli studenti legati al seminario erano spesso anche giacobini. «Il popolo aveva preso a protestare con maggior vigore per l’avvicinarsi dei francesi, vedendo in loro i portatori di uguaglianza e libertà. Il 20 agosto si era scatenata una rivolta in Piazza San Prospero, capeggiata dall’ortolana Rosa Manganelli. Chi l’aiutò fu Carlo Ferrarini, il futuro capitano della Guardia Civica che capeggiò i reggiani il 4 ottobre nella battaglia di Montechiarugolo, dove cittadini in armi sconfissero gli austriaci fuoriusciti da Mantova attirandosi le lodi di Ugo Foscolo». La Repubblica Reggiana durò altre due settimane, finché Napoleone non creò la Cispadana, riunendo 110 deputati in rappresentanza di Modena, Bologna, Parma e Reggio. «Fu questo congresso, in questa sala, il 7 gennaio 1797 a decidere l’aspetto della prima bandiera tricolore, approvando una mozione di Giuseppe Compagnoni. Tre strisce orizzontali: il rosso in alto, il bianco in mezzo, in basso il verde. Al centro una faretra con quattro frecce, a simboleggiare l'unione dei quattro popoli; ai lati le iniziali RC». Montanari, nel 1955, accompagnò Alcide Cervi in Unione Sovietica. Quando il grande vecchio morì, quasi centenario, la salma venne esposta nella Sala del Tricolore e al funerale, dove l’orazione fu tenuta da Ferruccio Parri e Giorgio Amendola, partecipano oltre 200 mila persone. La storia della famiglia è raccontata dal Museo Cervi, ospitato a Gattatico tra le mura della casa colonica abitata dai sette fratelli fucilati dai fascisti nel dicembre del 1943. Qui i visitatori sono accolti all’insegna dell’internazionalismo. Un globo è poggiato su un trattore, che i Cervi comprarono nel 1939. Fu uno dei primi nella bassa reggiana; la sua missione era alleggerire la vita dei contadini. Perciò Aldo chiese al venditore, in omaggio al valore dell'investimento, un regalo da scegliere tra i suoi oggetti personali. Parlarono e il commerciante, capito chi aveva di fronte, gli lasciò prendere un mappamondo. Perché il progresso doveva essere universale. Quattro anni dopo Aldo e i suoi fratelli furono uccisi dalla Repubblica Sociale di Salò, un fantoccio svenduto ai nazisti vanaglorioso già nell’effige: un tricolore con al centro, su campo bianco, l’aquila che artiglia un fascio littorio. Per contrasto, aggiungendo la variante di una stella rossa, il distaccamento partigiano Fratelli Cervi tornò al tricolore orizzontale della Cispadana. Un grido di indipendenza da chi stava infamando la patria, con voce giacobina; il marchio di una lotta popolare per la liberazione nazionale. Reggio si apre a chi vuole ascoltarla, rivelandosi un fiero sussidiario della storia italiana. Fu fondata tra le paludi dal console Marco Emilio Lepido, all’inizio del II secolo a.C., per agevolare il passo marziale dei legionari. Il Rubicone e l’Italia restavano allora a sud. Presso il comune, una statua e una targa visualizzano l’ossimoro che accompagnò la seconda unificazione della penisola, dopo l’unico precedente di epoca romana. Enrico Cialdini modenese e Giuseppe Lamberti reggiano: il flagello del Mezzogiorno e il mazziniano protoeuropeista. Nel recente «L’eredità della Resistenza» di Philip Cooke, professore di storia italiana all’Università di Glasgow, leggiamo come la città emiliana sia stata fondamentale anche per il recupero di un’onesta storiografia sulla Resistenza, che ancora fatica per diventare una narrazione condivisa. Il 7 luglio 1960 i reggiani manifestarono pacificamente contro il governo Tambroni, formato grazie all’appoggio esterno del Msi. Immotivata la reazione delle forze dell’ordine, che uccisero cinque operai comunisti sotto i portici di San Rocco. Fu quel sacrificio a rendere urgente la discussione che avrebbe sdoganato la Resistenza, al di là dei revisionismi di comodo e della retorica del 25 aprile. La bandiera è un oggetto parlante. A svelarla è il Museo del Tricolore, inaugurato nel palazzo comunale dal presidente Ciampi. Reperti e documenti ripercorrono le sue vicende fino al 1897, quando Reggio organizzò le celebrazioni del primo centenario, chiuse da un pomposo discorso di Giosuè Carducci, attento a lamentarsi della nostra - evidentemente cronica - smemoratezza. Con la Restaurazione i colori nazionali finirono al bando. I carbonari preferirono il nero, il rosso e il turchino; fu Mazzini a imporre la ripresa del tricolore classico, che tornò sulle barricate nel Quarantotto. Carlo Alberto vi sovrappose allora lo scudo savoia. Perfino a Roma comparvero fazzoletti con fasce tricolori, inframmezzate da inquietanti icone di Pio IX. Il 25 marzo 1860 un decreto fissò le caratteristiche della bandiera dell’imminente Regno d’Italia, simile a quella albertina. Con questi connotati, pressoché immutata, sarebbe rimasta in vigore fino al referendum del 1946. Il 7 gennaio dell’anno successivo, alla presenza di Enrico de Nicola, Luigi Salvatorelli sottolineò a Reggio come il tricolore fosse stato riconsacrato da chi aveva combattuto contro il nazifascismo. Mario Luzi tenne il discorso per il bicentenario, nel 1997. «Il vessillo della nazione sovrastò le cariche delle truppe impiegate a reprimere scioperi, rivendicazioni, proteste», disse invitando a riflettere sulle derive autoritarie mascherate dal patriottismo. «Ma salvaguardò quel rivolo di continuità e di legittimità che sostenne e talora esaltò la Resistenza». Così non sorprende che siano stati due partigiani, Montanari e Bellocchi, a volere l’Associazione Nazionale Comitato Primo Tricolore, promotrice trent’anni fa della ricostituzione della Guardia Civica. La riportarono in vita sessanta volontari, indossando uniformi tessute dopo aver consultato l’archivio dell’esercito francese, collocato nel castello parigino di Varennes. A dirigere questi volontari, tra cui tanti ragazzi, è oggi Claudio Prati, che ha organizzato diverse rievocazioni storiche a Montechiarugolo e Reggio. «Il tricolore è la bandiera universale della libertà e dell'indipendenza», dice. «Gli stessi colori della nostra li ritroviamo nelle bandiere di altre nazioni fondate sui principi rivoluzionari del ’700 e dell’800». E la Guardia Civica? Sono concordi, tutti: «Era frutto di un concetto nuovo. Noi cittadini abbiamo una Res Publica da difendere, non possiamo affidarla a mercenari». Il loro è un gioco intelligente portato avanti con passione, che all'improvviso diventa serio. «Quando indossiamo i costumi e tiriamo fuori flauti e tamburi ci divertiamo - conclude Claudio - ma mai dimentichiamo che riflettere sulla nostra identità nazionale è la strada maestra per capire il senso dell'Europa».