I Partigiani altamurani deceduti e i fucilati
- Categoria: I Meridionali e Lotta di Liberazione
Continua l'omaggio a partigiani altamurani. In questa sezione i deceduti e i fucilati
ANGELASTRI VINCENZO
Partigiano combattente. Nato Altamura il 30 MAGGIO 1916, combatte nei Reparti Italiani in Grecia.

Verso il 25 APRILE
- Categoria: I Meridionali e Lotta di Liberazione
In prossimità del 25 aprile è doveroso ricordare gli altamurani che diedero un contributo concreto e fattivo alla lotta di Liberazione dal nazifascismo nelle più diverse formazioni partigiane. In questi 10 giorni li rammenteremo perché non ricadano nel dimenticatoio.
Oggi cominciano con 4 protagonisti che non sono presenti nel libro Gli altamurani e la Resistenza, pubblicato nel 2022 ed edito dal Circolo delle Formiche. La ricerca è sempre aperta e, forse in futuro, ne verranno fuori anche degli altri.
ABBRESCIA NICOLA,
Partigiano combattente, nato ad Altamura il 9 gennaio 1909, catturato dai tedeschi ad Argostoli in Grecia e tradotto in un campo di concentramento in Germania.

Quel no dei giovani trascurati da tutti
- Categoria: Blog
di Veronica De Romanis

Questa volta i giovani si sono fatti sentire, e la loro scelta è stata netta: un “no” secco, che racchiude molteplici motivazioni. Da un lato, la contrarietà al referendum in sé; dall’altro, il rifiuto di una classe politica che continua a trascurarli, nonostante dati sempre più allarmanti.
Trump è un seienne da caso clinico. Ma la sua destra è cinica e geniale
- Categoria: Blog
di Walter Siti

Il primo ministro spagnolo Sánchez formula in quattro parole l’atteggiamento del proprio governo: «No a la guerra». Trump risponde che allora lui ha il diritto di porre l’embargo sulle merci spagnole, anzitroncherà qualunque rapporto degli Usa con la Spagna, in violazione di un numero imprecisato di trattati e di prassi economiche. Dopo di che, in ossequio ai trattati, la Spagna accetta che dalle basi americane sul proprio territorio possano partire «missioni difensive».
Ricordi Gobettiani
- Categoria: Tommaso Fiore
di Tommaso Fiore
A cent'anni dalla morte di Piero Gobetti, la riprosizione di un articolo di Tommaso Fiore dal titolo Ricordi Gobettiani, pubblicato su "Il Paese" del 29 marzo 1956. Il suo rapporto con l'intellettuale torinese che chiama affettuosamente Piero, con la rivista «Rivoluzione Liberale», con sua moglie Ada e il figlio Paolo, con il modo politico-culturale torinese. La lezione di Gobetti, infine.

Il primo mio articolo su «Rivoluzione liberale» fu un lungo studio sulla politica giolittiana, una facciata intera e poi più di un’altra mezza facciata. A Piero questi mattoni piacevoli, erano segni d'impegno; a Rosselli invece no, bisognava scrivere breve, sul «Quarto Stato». Era stato Salvemini che ruggendo in Francia per evitare a Firenze di essere sicuramente ucciso, aveva consegnato al giovine torinese quel mio lavoro, non inutile. Vi era dentro tutta la ribellione del Mezzogiorno per essere trattato come colonia, in balia dell'iniziativa dei commissari di PS. E vi era l'osservazione indiscutibile che lo statista piemontese faceva realisticamente due politiche, una per il libero nord e l’altra per il servo sud. Così dunque i nostri rapporti furono impersonali, di lavoro.
Una deriva securitaria della nera
- Categoria: Blog
Una storia italiana
di Massimo Carlotto
Con il caso Garlasco, c’è stato il superamento dei confini narrativi imposti dalla natura criminale dei casi presi in oggetto, con l’idea di estenderla anche alla politica mascherata da cronaca

La macchina mediatica che si occupa di cronaca nera funziona a pieno regime da anni, ma con il caso Garlasco ha raggiunto livelli inimmaginabili, riuscendo a riproporre la vicenda sotto forma di un simulacro del processo penale che si celebra tutti i giorni in televisione, sulla rete, sui giornali. Giornalisti, esperti, opinionisti, avvocati, ex magistrati ed ex appartenenti alle forze dell’ordine, spaccati tra innocentisti e colpevolisti, si scontrano con rara veemenza come se davvero la verità fosse il fine reale e ricercato. Il caso si presta: l’ennesimo lampante esempio di un processo terminato con una condanna priva di sufficienti elementi di colpevolezza.
Lezioni di egemonia
- Categoria: Blog
La disobbedienza civile ebbe tra i fatti fondanti la rivolta dei pescatori della Baia di San Cataldo. Dolci guidò la protesta, Calamandrei capì che serviva un movimento per la speranza.
di Mirella Serri

«Il digiuno pubblico è illegale». Già, proprio così, brioches e panini per tutti. Nel gennaio del 1956, giusto sessanta anni fa, i magistrati cercarono di opporsi alla crescita di un fondamentale movimento politico e culturale, destinato a diventare il più importante progetto di egemonia della sinistra progressista nel dopoguerra. Proprio dall'arretrata Sicilia, terra di grande indigenza e dominio della Piovra, venne per la prima volta un messaggio che si sedimentò e condizionò il futuro della penisola. Tutto nacque dalla singolare sentenza giudiziaria che costrinse i pescatori della Baia di San Cataldo ad abbandonare lo sciopero della fame e a rientrare dal loro dissenso. Nel borgo oltre mille persone avevano in atto una rivolta collettiva - definita "il digiuno dei mille" - per denunciare la pesca di frodo: tollerata dallo Stato benché portasse danni a tutta la comunità. Senza Danilo Dolci, il Gandhi italiano, scrittore, poeta e attivista in nome della soluzione non violenta dei conflitti sociali, la compatta protesta popolare non ci sarebbe stata.
Dal 1952 Dolci aveva scelto di trasferirsi nell'isola per fare proselitismo e per condurre iniziative politiche contro la disoccupazione, l'analfabetismo e la fame. La presa di coscienza collettiva dei guai della Sicilia serviva al progresso e a spingere per lo sviluppo economico, ad esempio con la costruzione della diga sul fiume Jato, che avrebbe garantito lavoro e spezzato il controllo dell'onorata società.
Il mondo di Gobetti
- Categoria: Tommaso Fiore
Essere "Politici" non è una posa
di Paolo di Paolo

Un personaggio che non c'è più da un secolo - un intero secolo, febbraio 1926-febbraio 2026 - può apparire remoto come un'altra galassia. Nella storia dell'Universo, un secolo è una minima frazione di secondo; nella storia di questo pianeta tanto più nell'epoca vorticosa, accelerata in cui viviamo -cento anni sono un'enormità. Che cosa può dirci qualcuno che è vissuto al tempo delle lettere e del tram a cavalli? Come può parlarci un essere umano che non poteva immaginare l'esistenza di certi luoghi, non poteva nemmeno sognarli? E che credeva con appassionata devozione al potere di oggetti leggeri, fatti di carta e inchiostro? Nei giornali, nelle riviste. Ancora prima che nei libri, forse. Nella possibilità del passaparola, di un contagio emotivo e intellettuale insieme che passa per la distribuzione porta di fogli scritti fittamente. Raggiungere duecento, trecento persone, mille se va bene, è un trionfo. Che cosa può dirci qualcuno che leggeva Benedetto Croce e dialogava con Gaetano Salvemini, che discuteva con Antonio Gramsci e intervistava Eleonora Duse? Che cosa può dirci a un secolo dalla morte l'impressionante - anche solo per mole - produzione giornalistica e saggistica di Piero Gobetti, tutta stretta fra il 1918 e l'inizio del 1926: otto anni spesi con una intensità, per un tempo esistenziale tanto breve e precoce, che forse non ha eguali nel Novecento italiano.
