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di Mario Centorrino e Ferdinando Ofria

La confisca dei beni di proprietà mafiosa costituisce uno strumento giudiziario decisivo nella lotta contro la criminalità organizzata. Sono soprattutto gli immobili a essere sottoposti al provvedimento. La regione più interessata è la Sicilia, ma confische si registrano anche in Lombardia. Il legislatore è già intervenuto per cercare di ridurre i tempi tra il sequestro e la destinazione del bene al comune o allo Stato. Ora si dovrebbe rivedere la norma per meglio tutelare i terzi in buona fede e per prevedere norme-paracadute più efficaci per le aziende in fase di sequestro.

La confisca dei beni di proprietà mafiosa costituisce uno strumento giudiziario decisivo nella lotta contro la criminalità organizzata.

LUCI E OMBRE

È evidente che la destinazione dei beni confiscati a usi sociali ha effetti positivi nel territorio: dalla creazione di occupazione legale al valore pedagogico del fatto che la comunità si riappropria, grazie all’azione dello Stato, di quanto le era stato sottratto con la violenza. D'altra parte, rispetto al passato, è oggi più difficile individuare i patrimoni delle organizzazioni criminali perché queste – lo sottolinea il Rapporto Svimez 2008 sull’economia del Mezzogiorno – “hanno ridotto notevolmente l’acquisizione dei beni immobili prediligendo forme di ricchezza più difficilmente individuabili, ricorrendo a prestanome estranei alla cerchia familiare, mascherando i movimenti di denaro con affinate tecniche commerciali, tributarie e finanziarie, intensificando gli investimenti all’estero”. (1) Critiche vengono altresì rivolte ai tempi, spesso eccessivamente lunghi, che intercorrono tra il sequestro, la confisca e l’assegnazione del bene.
Tuttavia, nell’ultimo anno, proprio su questi due aspetti, il legislatore è intervenuto con importanti novità. Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, la legge 15 luglio 2009 n. 94, assegna la destinazione dei beni mobili e dei beni aziendali al prefetto dell’ufficio territoriale di governo del luogo dove si trovano i beni o ha sede l’azienda, su proposte non vincolanti dell’Agenzia del Demanio, cui resta intestata la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali. La norma dovrebbe favorire tempi più rapidi nella fase di affidamento. Risultati positivi dovrebbe produrre anche la cosiddetta “confisca estesa”: quando non è possibile procedere alla confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità economiche, il giudice ordina la confisca di altre somme di denaro, di beni e altre utilità per un valore equivalente, delle quali il mafioso ha la disponibilità anche per interposte persone o società.

I NUMERI DELLE CONFISCHE

Ma quale è il valore dei beni confiscati dal 1983, quando è entrata in vigore la legge Rognoni-La Torre che ha introdotto appunto le figure giuridiche del sequestro e della confisca di patrimoni illegalmente accumulati? La risposta è nella Relazione sui beni sequestrati e confiscati, presentata al Parlamento dal ministro della Giustizia: il valore dei beni confiscati ammonta (prezzi 2009) a 220.906.129 euro, e si tratta di una stima comunque per difetto. (2) E per avere un'idea dell'accumulazione mafiosa di capitale, basta pensare che il procuratore capo della Direzione nazionale anti-mafia, Piero Grasso, stima che il valore dei beni confiscati rappresenti ragionevolmente il 10 per cento del patrimonio mafioso.

Quale è, invece, la collocazione geografica degli 8.446 beni immobili complessivamente confiscati? L’83,5 per cento è stato confiscato nelle quattro regioni tradizionalmente interessate dai fenomeni di tipo mafioso, con una netta prevalenza della Sicilia (46,5 per cento), seguita dalla Campania (15 per cento), dalla Calabria (14 per cento) e dalla Puglia (8 per cento). Da notare però la presenza di regioni come la Lombardia (7,2 per cento) e Lazio (3,9 per cento). Tra le città con un maggior numero di beni confiscati, spicca Palermo (946), seguita da Roma (590) e Milano (374). Nella tipologia dei beni confiscati, prevalgono di gran lunga gli immobili, che raggiungono un valore di oltre 370 milioni di euro a prezzi 2009. I beni finanziari (quasi 38 milioni di euro negli ultimi cinque anni) prevalgono leggermente sui beni mobili (circa 34 milioni e mezzo). Peraltro, queste due tipologie mostrano tra di loro nel tempo un discreto tasso di sostituzione. (3)
La lettura di questi dati fa sorgere due quesiti, sui quali sarà necessario avviare una riflessione.

a) Il maggior numero di beni confiscati in Sicilia è effetto di un’azione giudiziaria locale che ha ormai una capacità di indagine consolidata oppure nasce da inestricabili radici nel territorio, più precipue a Cosa Nostra che ad altre organizzazioni?
b) La quota dei beni immobili rispetto alle altre tipologie è conseguenza di una legislazione che non impone rigidi controlli sulla loro acquisizione oppure è soltanto frutto di una vecchia concezione  del risparmio, “la roba” di verghiana memoria?

Ultimo punto è la destinazione dei beni confiscati. Nel 2008, il valore dei beni destinati ai comuni ammontava a 115 milioni di euro contro i 39 milioni del 2005, mentre sempre nel 2008 e rispetto al 2005, raddoppiava il valore dei beni destinati allo Stato: 23 milioni contro 12 milioni. La gestione di beni non è però agevole per le amministrazioni locali, per la scarsa solidità dei comuni stessi sia in termini di bilancio che di capacità operative, ma anche perché sono soggetti al ricatto delle organizzazioni criminali che hanno interessi su quel territorio. (4)
In conclusione, quali sono i punti sui quali dovrebbe incentrarsi una opportuna rivisitazione del sistema normativo sulle confische? Per un problema di risorse disponibili, finora è servito a poco affidare i beni mobili registrati (soprattutto veicoli) in custodia giudiziaria alle forze di polizia, non in grado di utilizzarli. L’Agenzia del Demanio, poi, suggerisce un ritocco alla legislazione civile sulla tutela dei terzi in buona fede. E infine occorrono norme-paracadute più efficaci per le aziende in fase di sequestro, in modo che non debbano chiudere nell’attesa che si proceda al suo dissequestro o a una definitiva confisca. Così da salvaguardare il lavoro dei dipendenti, spesso ignari di operare all’interno di un’azienda mafiosa. (5)

(1) Rapporto Svimez 2008 sull’economia del Mezzogiorno, Il Mulino, pag. 486.
(2) Ministro della Giustizia – Relazione sulla consistenza, destinazione e utilizzo dei beni sequestrati o confiscati e sullo stato di procedimenti di sequestro e confisca (aggiornata al 30 aprile 2009).
(3) Censis, Il condizionamento delle mafia sull’economia, sulla società è sulle istituzioni del Mezzogiorno, Roma, settembre 2009, pag.41.
(4) Pagina 15 della Relazione del ministro della Giustizia. Bisogna tuttavia sottolineare che, con eccezione della sola voce dei beni destinati, per i quali deve comunque essere resa nota la stima, nelle analisi ci si scontra con la scarsa sensibilità degli uffici giudiziari nella comunicazione degli importi dei beni oggetto di indagine, sia quando restano ancora a livelli di proposta di sequestro, sia quando risultano poi sequestrati e ancor più oggetto di confisca. Il fatto che conosciamo solo per  approssimazione il valore di tutti i beni sequestrati e confiscati è evidente nella voce dei beni mobili registrati che pur essendo la seconda per numero di beni oggetto di confisca (sono cinquemila circa dal 2005 al 2009) diviene poi l’ultima per valore, con importi statisticamente quasi irrilevanti: poco più di un milione di euro nei cinque anni citati. A dimostrazione che quando si parla di auto, moto, camion, imbarcazioni, spesso lasciate a lungo inutilizzate nei depositi giudiziari, il loro valore effettivo viene quasi sempre tralasciato.
(5) Vincenzo R. Spagnolo, “Tempi più rapidi tra sequestro e confisca”, Avvenire, 17.7.2009