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Nord e Sud nella storia

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di Uccio Barone*

A 150 anni dall’unità d’italia la questione meridionale è tutt’altro che risolta. Nel ripercorrere la storia del nostro Paese, dal 1860 ad oggi, si nota il rapporto contraddittorio tra lo Stato e il Mezzogiorno. L’ultima farsa quella dei Fas.

La ricorrenza dei 150 anni di unità nazionale presenta profonde differenze con i due cinquantenni precedenti. Nel 1911 l’Italia di Giolitti celebrò il primo mezzo secolo di vita unitaria con l’orgoglio dei progressi economici e sociali di un Paese che nel 1861 era ancora agricolo ed arretrato, ma che in pochi decenni si era affermato come una media potenza in grado di espandersi oltremare (conquista della Libia) e con una robusta base industriale diffusa nel nord-ovest.

Anche nel 1961 le celebrazioni del centenario coincisero con il “boom” del cosiddetto miracolo economico che collocava l’Italia al secondo posto nel mondo (dopo il Giappone) per tasso di crescita del Pil e con un sistema politico che si apriva al centro-sinistra e alle riforme di struttura (nazionalizzazione dell’energia elettrica, scuola media unica).

Nel 2011 l’Italia di Berlusconi non riesce ad uscire da una ventennale fase di declino economico e di smarrimento dell’etica pubblica, al punto da far passare quasi sotto silenzio (per il ricatto della Lega) lo storico anniver-sario che, invece, dovrebbe servire a ripensare con serenità di giudizio luci ed ombre della nostra identità nazionale.
Ciò che però accomuna le tre ricorrenze (1911, 1961, 2011) è la non risolta “questione meridionale” . Eppure non può certo essere dimenticato il fondamentale contributo fornito dal Sud alla crescita del sistema-Paese: si pensi alle rimesse degli emigranti drenate dalle banche del Nord dal 1880 al 1925 e alla risorsa lavoro costituita dai 5 milioni di immigrati meridionali nelle regioni settentrionali dal 1950 al 1980. In realtà, la storia di queste due macroaree territoriali rivela una mancata saldatura dall’Unità d’Italia ad oggi.

Con la pubblicazione, nel 1900, di Nord e Sud spetta a Francesco Saverio Nitti il merito di aver mobilitato l’opinione pubblica nazionale per una diversa politica economica. Con una rigorosa indagine scientifica lo statista lucano dimostrò su base statistica il costante trasferimento di risorse dal Sud al Nord nel primo quarantennio di vita unitaria, e quella denuncia servì ad aprire in Parlamento un serrato dibattito sulla “questione meridionale” ed a ribaltare per circa un decennio l’indirizzo della politica economica dello Stato.

La cosiddetta “età giolittiana”, infatti, segna il temporaneo successo di una legislazione a favore del Sud: la legge del 1901 per combattere la malaria nelle campagne, la costruzione dell’acquedotto pugliese nel 1902, i provvedimenti per l’industrializzazione di Napoli nel 1904, i fondi stanziati per le bonifiche, lo sviluppo della rete ferroviaria e stradale. Si trattò di una fase virtuosa, ma troppo breve. La “grande guerra”, una cronica fase di stagnazione economica, e la dittatura fascista interruppero il ciclo favorevole, facendo ripiombare il Sud nel circolo vizioso dell’arretratezza.

Bisognerà aspettare gli anni cruciali dell’Italia repubblicana per rilanciare la “questione meridionale” come questione nazionale. Con la riforma agraria e con la Cassa del Mezzogiorno (Casmez), nel1950, si aprì un’intensa stagione nella quale l’intervento straordinario dotava finalmente mezza Italia di essenziali “opere di civiltà”: energia elettrica, acquedotti e fognature, strade, riforestazione delle pendici montane, dighe e serbatoi artificiali per l’irrigazione. Una “nuova leva” di meridionalisti accompagnò questa seconda fase virtuosa: la Svimez di Morandi e Saraceno, la Cgil di Di Vittorio, la pattuglia keynesiana della Democrazia Cristiana, l’ala ri-formista di Pci e Psi.

Dal 1951 al 1990 la Casmez ha investito nel Mezzogiorno circa 200 miliardi di euro, cioè 5 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,6-0,8% del Pil nazionale, cifra davvero modesta rispetto alle politiche di riequilibrio territoriale sperimentate da altri Paesi occidentali (Usa, Germania).

Queste risorse, inoltre, sono state spalmate “a pioggia” su migliaia di progetti senza un piano organico di intervento, con l’ulteriore aggravante di essere state largamente “sostitutive” degli ordinari stanziamenti statali.

Negli anni Novanta inizia la “programmazione negoziata”, un’invenzione interessante del Cnel di De Rita che lega i finanziamenti pubblici alla concertazione “dal basso” delle forze locali. Un’impostazione presto svuotata dalla scarsità delle risorse impiegate e dalle collusioni clientelari del ceto politico. Soprattutto nell’ultimo decennio, come dimostra Gianfranco Viesti nel saggio Mezzogiorno a tradimento (Laterza 2009), è in atto un imponente trasferimento di fondi pubblici dal Sud al Nord, simile a quello denunciato da Nitti agli inizi del Novecento.

L’accordo-quadro del 1998 che prevede di assegnare l’intera spesa dello Stato in conto capitale (fondi ordinari e straordinari, finanziamenti europei, Fas) per il 55 per cento al Centro-Nord e per il 45 per cento al Centro-Sud, è stato disatteso.
I dati ufficiali del ministero dell’Economia, infatti, attestano che dal 1998 ad oggi la spesa totale in conto capitale destinata alle regioni meridionali non supera il 33%. Sotto questo profilo la vicenda dei Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) è illuminante: in base alla legge tali risorse avrebbero dovuto essere destinate per l’85% al Sud.

Ma i 64 miliardi di euro originari sono stati invece utilizzati per altre finalità: è stata finanziata l’abolizione dell’Ici (3 miliardi), si sono coperte le perdite di Trenitalia e delle Ferrovie (4 miliardi), sono stati aumentati i fondi per gli ammortizzatori sociali (8 miliardi), si è avviata la ricostruzione post-terremoto in Abruzzo (4 miliardi), si sono ancora finanziate la rottamazione dei frigoriferi, le borse di studio per l’Università e, soprattutto, sono stati dirottati ingenti fondi alla Cig (Cassa Integrazione Guadagni) per le imprese del Nord in difficoltà.

Il rovescio della medaglia è stato lo smantellamento delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno, aggravato dal fatto che anche i 30 miliardi di euro di fondi erogati dall’Unione Europea hanno finito con il sostituire gli stanziamenti ordinari del bilancio statale.

E oggi? Pensare che il Nord non ha bisogno del Sud perché le imprese settentrionali sono internazionalizzate ed ormai inserite nei circuiti di scambio europei è un errore strategico, poiché l’Italia potrà superare la crisi e diventare più competitiva solo se riuscirà ad integrare le regioni meridionali in un progetto di forte espansione euromediterranea, agganciato alle economie emergenti del mare nostrum e alle grandi rotte intercontinentali tra America ed Asia che fanno perno sul Mediterraneo.

 *Preside della Facoltà di Scienze Politiche, università di Catania

dalla rivista Il Sud il mezzogiorno al centro