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Il vizio antico dei latifondisti

di Gianni Donno

Così l’agricoltura meridionale restò ai margini della nuova Italia

Il Pianto antico del meridionale incavolato contro l'Unità d’Italia, vista come ragione prima di tutti gli odierni mali del Mezzogiorno, si scioglie attraverso alcune giaculatorie, luoghi comuni di consolazione ed autogiustificazione per le molte cose che non funzionano al Sud. Piangono molti intellettuali ed eruditi, giornalisti e politici, i tifosi del Giglio d’Oro borbonico, lamentando di un Sud «conquistato» e poi subito penalizzato, sul massacro dei briganti-patrioti, sull’emigrazione dal Sud, sul capitalismo settentrionale sfruttatore.

Ma dalla buona letteratura storiografica e dalle analisi dei meridionalisti del tempo si potrebbero comprendere molte cose su protagonisti e classi sociali del Sud. Ora, come è ben noto, nel Mezzogiorno il ceto sociale economicamente e politicamente dominante era la grande proprietà terriera. Da essa dipendeva una gran massa di conduttori della terra (mezzadri, fittavoli, ecc.) che subiva patti agrari angarianti e spesso ancora servitù di derivazione feudale. V’era poi un buon numero di piccoli e piccolissimi proprietari terrieri in un’economia di sussistenza, integrata da magri salari a giornata. Alla base della piramide sociale v’era il vasto popolo di contadini senza terra e di giornalieri di campagna.

Questa configurazione sociale risultava, agli occhi di molti osservatori, immobile, ingessata. Impossibile per il ceto medio rurale l’ascesa sociale nella classe superiore dei grandi proprietari terrieri. Ma assai facile, per contro, la caduta nel gran novero dei senza terra, a causa delle ricorrenti crisi agrarie o dell’indebitamento. Diventare poi piccoli proprietari era un’ambizione dei contadini, spesso conclusa con fallimenti.

L’analfabetismo era dominante, per la semplice ragione che il contadino meridionale, in quella strutturazione socio-economica del latifondo, dell’agricoltura di sussistenza e di ristretti mercati locali, non trovava alcun valore di scambio nell’istruzione anche primaria di cui il figlio si fosse dotato. Solo con la grande emigrazione nelle Americhe (1880-1910) le cose cambiano: il capofamiglia scrive a casa invitando la moglie a mandare i figli alla scuola, e ciò per il fatto che un domani prossimo, quando la famiglia si fosse riunita nei paesi di emigrazione, lì il giovinetto istruito avrebbe potuto accedere a mestieri meglio remunerati, in quanto svolti grazie a elementari livelli d’istruzione, nelle società del capitalismo avanzante. Da quei mestieri purtroppo il bracciante analfabeta meridionale immigrato si era ritrovato escluso.

Gli ispettori della Pubblica istruzione, in numerose inchieste scolastiche, rilevarono ai primi del Novecento proprio come l’alfabetizzazione crescesse al Sud, sotto lo stimolo dei possibili migliori guadagni all’estero. In patria, nelle plaghe meridionali, il bimbo era utile per lavori rurali: raccolta dei frutti, sorveglianza degli animali, manovalanza. E quindi, per quale necessità mandarlo alla scuola dell’obbligo? Quale valore di scambio aveva l’istruzione primaria in quell’arretrato sistema economico-sociale? Nessuna.

Anche nel Settentrione d’Italia la grande proprietà terriera era il ceto dominante, e intorno ad esso si era creata una compagine di medi e piccoli proprietari e conduttori terrieri e un vasto bracciantato agricolo. Ma il grande proprietario del Nord Italia non è latifondista assenteista, come quello meridionale, che si disinteressa dei miglioramenti della produzione, investendo la propria rendita agraria in titoli del debito pubblico, speculazioni immobiliari, spese e dimore di lusso nella ex e nella nuova capitale. Gli agrari del Nord hanno da tempo introdotto colture agro-industriali (in primis quella del gelso e del baco da seta), in ragione della forte richiesta di filati che proviene d’Oltralpe (sete di Lione, tessuti delle Fiandre), ove la rivoluzione industriale segna già da tempo la presenza di fabbriche tessili. Parte importante dell’agricoltura del Nord Italia si trova quindi inserita in un circuito capitalistico avanzato, centro-europeo, ove svolge la funzione di produttore di materia prima. Sorgono le grandi filande piemontesi e lombarde, manifatture con un numeroso proletariato operaio.

Ma il proprietario terriero del Nord investe anche in miglioramenti agricoli: fertilizzanti e macchine agricole, canali e bonifiche. A questo proposito esemplare del costume grande-proprietario del Nord e del Sud è l’esito dell’importante legge Baccarini del 1882 sugli incentivi statali per bonificazioni. Legge prevalentemente rivolta al Mezzogiorno paludoso e malarico, che tuttavia il grande proprietario del Sud utilizzò in minima parte, mentre al Nord favorì la bonifica delle grandi estensioni della Bassa Padana. Come mai questa diversità di comportamenti? Leggete le analisi del tempo: al latifondista del Sud importava poco lo sviluppo delle produzioni agricole e delle bonificazioni, che lo avrebbero impegnato in investimenti di capitale rischiosi. Esso trovava assai comodo vivere di rendita. La rendita delle colture estensive a grano (al momento opportuno protette dal dazio crispino) e dei canoni riscossi da fittavoli, mezzadri, piccoli conduttori.

Una questione di costume, di mentalità, culturale in una parola, divideva i Signori della terra del Nord da quelli del Sud. Alla fine dell’Ottocento gli Agnelli, proprietari terrieri piemontesi, scommettono sull’industrializzazione ed investono nell’ancora incerta industria automobilistica i capitali agricoli. Rischiano. Nasce la Fiat. I Rossi di Vicenza investono in filande e tessiture. In quello stesso tempo i proprietari terrieri del Salento, della Basilicata, del Molise. Reclamano l’esercito per soffocare le agitazione dei contadini affamati.

Corriere del Mezzogiorno 3  novembre 2010