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Crisi, il 62% dei posti si è perso nel Meridione

In due anni senza occupazione 361 mila persone. Emorragia fra Campania e Puglia.

di Patrizio Mannu

Il tributo più alto alla crisi in termini di posti di lavoro persi l’ha pagato il Mezzogiorno: in due anni sono andati in fumo 361 mila posti di lavoro (vale a dire oltre 15 mila al mese), avendone il resto d’Italia persi 213 mila. Tre su cinque, così, vengono dal Sud; uno su 5 dalla Campania (121 mila in valori assoluti fra il 2008 e il 2010; -7,1%): l’emorragia più copiosa a livello nazionale; un po’ meno grave il caso pugliese: 90 mila posti persi (-6,8%) nello stesso periodo.

In un rapido giro di cifre il mito che si sfata diventa presa in giro: quante volte governo e analisti ci hanno raccontato che la crisi ha mietuto occupati più al Nord, visto che lì c’è la maggiore concentrazione industriale? Ebbene, Bankitalia ha svelato le gambe corte della bugia presentando ieri il rapporto congiunturale dell’economia campana (il report pugliese http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/aggcong/economia_primo_semestre/2010/puglia). Il quadro che ne viene fuori disegna una Campania che ha probabilmente esaurito tutte le speranze, anche se il direttore della sede campana Sergio Cagnazzo parla di «tenue luce in fondo al tunnel» ma che non equivale per nulla al panorama pre-crisi. Insomma, c’è ancora da masticare amaro. Secondo il report della banca centrale, a giungo, il tasso di disoccupazione si è attestato al 14,3%. Un dato che tuttavia, come sottolineato da Giovanni Iuzzolino, responsabile divisione Analisi e ricerca, «misura solo una parte dello scarso utilizzo della forza lavoro disponibile». Secondo le stime, infatti, se al numero di disoccupati si aggiungessero i cassintegrati e tutti coloro che un lavoro ormai non lo cercano più, il tasso di «lavoratori disponibili ma non utilizzati» si attesterebbe al 22% «pari al doppio della media nazionale». Ma non solo. Negli ultimi 15 trimestri, l’occupazione è calata 14 volte e a farne le spese soprattutto giovani e donne. E proprio il livello di inoccupazione femminile in Campania, aggiunge Iuzzolino, «è straordinariamente elevato rispetto a tutte le altre aree del mondo dalle quali possono ricavarsi dati». La flessione occupa onal e rilevata è stata «più intensa» nella componente del lavoro autonomo (-2,4%) e si è concentrata soprattutto nell’industria (-15,1%), nell’agricoltura (-5,1%) e nel commercio (-3,7%). Nel primo trimestre dell’anno, il tasso di occupazione della popolazione in età da lavoro è stato pari al 39,9 per cento, valore «più basso tra le regioni italiane» e in calo di 0,7 punti percentuali rispetto al 2009.

La mancanza di un lavoro, il più delle volte, si traduce in un avvicinamento alle soglie di povertà. Secondo Bankitalia in Campania il 25% delle famiglie (che rappresentano il 28% della popolazione) vive in uno stato «di grave disagio economico». Un dato che si discosta da quello nazionale che, invece, nelle rilevazioni degli ultimi 5-6 anni, come spiegato, si mantiene stabile e attorno al 10-12%. E l’industria? Secondo il sondaggio congiunturale, tra settembre e ottobre su un campione di aziende con almeno 20 addetti, in relazione al fatturato, per il 36% delle imprese è aumentato, ma per il 28% è in calo; il 31% ammette di aver diminuito la spesa per investimenti, solo il 13 gli ha aumentati; positiva la valutazione da parte delle imprese in merito alle condizioni di accesso al credito: il 68% delle aziende, non ha ravvisato un inasprimento, a differenza di quanto sostenuto dal restante 32%, percentuale tuttavia in diminuzione rispetto al 2009 in cui tale percentuale era del 35,8%. La politica può far qualcosa? «Le risorse sono poche — commenta Iuzzolino — ma possono essere spese meglio pur matenendo parità di bilancio».

Corriere del Mezzogiorno 9 novembre 2010