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Martone e i vinti del Risorgimento

martone

di Alessandro Leogrande

Con il suo ultimo film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, Noi credevamo, Mario Martone ha affrontato un tema fondamentale nel 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia: l’esistenza non di uno, ma di due Risorgimenti, spesso contrapposti tra loro. Il Risorgimento di Cavour e dei Savoia, moderato e annessionista (a vantaggio del Piemonte); e il Risorgimento dei democratici, dei mazziniani, dei repubblicani, dei cospiratori, dei rivoluzionari, pienamente in linea con le rivoluzioni di mezzo continente.

Come noto, dopo la sconfitta della Repubblica romana, sarà il primo Risorgimento a prevalere, a «fare l’Italia», e a determinare le sorti del nostro Paese (e non solo del Meridione) per molti decenni. In parte, fino a oggi. Questo tema (la netta differenza tra il Risorgimento istituzionale e conservatore, che forse non merita neanche di essere chiamato Risorgimento, e quello rivoluzionario) in Martone è strettamente intrecciato a un altro, che si svolge attraverso tre distinte biografie. Sono esistiti anche dei patrioti meridionali che, non stando né con i Borbone né con i Savoia, hanno sognato e lottato per un’Italia diversa.

Noi credevamo riprende in parte la storia di Domenico Lopresti, mazziniano del Cilento protagonista del romanzo di Anna Banti che ha il medesimo titolo. Ma la sua biografia è intrecciata a quella di altri due giovani cilentani, che crescono precocemente nella cospirazione: Angelo e Salvatore. Angelo ricalca la figura, realmente esistita, di Giuseppe Andrea Pieri, che attentò alla vita di Napoleone III insieme a Orsini, e che per questo fu ghigliottinato. Salvatore ricalca invece la figura di Antonio Sciandra, coinvolto in un attentato a Carlo Alberto.

Martone, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Giancarlo De Cataldo, ha deciso di narrare episodi minori, e oscuri, del nostro Ottocento. Non il 1848 o la Spedizione dei Mille, ma appunto l’attentato di Orsini (una vera e propria azione terroristica), l’insurrezione fallita in Savoia nel 1834, e la spedizione di Aspromonte del 1862, dove lo scontro tra i due Risorgimenti raggiunse la massima tensione. «Garibaldi fu ferito», recita la canzoncina che tutti sappiamo, ma quei versi dissimulano un conflitto molto più aspro, fratricida, che si concluse con i piemontesi che presero a sparare sui garibaldini, spargendo morti. Nel mezzo, una lunga parte del film, è dedicata al carcere politico di Montefusco, dove il Regno di Napoli rinchiuse i suoi «sovversivi». E qui, nella ricostruzione di quel composito e ristretto mondo carcerario, Martone non si è rifatto solo al romanzo della Banti, ma anche a Carceri e galere politiche, le bellissime memorie di Sigismondo di Castromediano, patriota di Cavallino che lì fu recluso, e che poi - nell’Italia unita - sarebbe diventato deputato.

Il carcere di Montefusco è stato ricreato fedelmente sull’altro versante appenninico, nei castelli di Bovino e Deliceto. E Martone ha saputo ricreare molto bene non solo il dibattito carcerario tra monarchici e repubblicani, tra moderati e radicali, ma anche le profonde differenze tra aristocratici e popolani. Il Domenico protagonista di Noi credevamo (Edoardo Natoli da giovane, Luigi Lo Cascio in seguito) è uno sconfitto, che si aggira in un’Italia che ha preso tutta un’altra piega, tra i fantasmi di compagni morti. Muoiono il settario Angelo (Andrea Bosca da giovane, Valerio Binasco poi) e Salvatore (Luigi Pisani), ucciso dallo stesso Angelo, che lo crede una spia. E muore Saverio (Michele Riondino), il figlio di Salvatore, negli scontri sull’Aspromonte. Sullo sfondo, visti con gli occhi e i pensieri dei cospiratori minori, si stagliano la figura titanica di Mazzini (Toni Servillo) e quella enigmatica di Crispi (Luca Zingaretti), che compirà tutta la parabola da rivoluzionario a primo ministro conservatore. Una parabola molto italiana. Per entrare ancora di più nei meandri del film, è utile leggere il volume pubblicato dallo stesso Martone per Bompiani Overlook ( Noi credevamo) che contiene, oltre alla sceneggiatura e molte foto di scena, anche una corposa introduzione.

Che siano esistiti dei patrioti meridionali, dei democratici meridionali, e che questi siano stati stritolati da una Storia travagliata, è la miglior risposta da dare a chi oggi intende riscrivere il nostro Ottocento. Non solo da Nord (da un certo Nord) sparando su tutto ciò che odora di unità. Ma anche da Sud (da un certo Sud), sostenendo che il Risorgimento è stato fatto unicamente da «criminali» al sevizio dei piemontesi «simili ai nazisti», e che quello delle Due Sicilie era in fondo un regno fiorente e liberale. Invece bisogna sempre ricordare che i Borbone inviarono le loro truppe a reprimere nel sangue la Repubblica romana, e che fecero spegnere nelle loro galere decine, centinaia delle migliori intelligenze meridionali, come Lopresti o Castromediano.

Qui si rischia di perdere il bandolo della matassa. Tra gli sconfitti degli anni sessanta dell’Ottocento non ci sono certo i Borbone, e le loro corti militar-amministrative che seppero riciclarsi rapidamente. I veri sconfitti furono tutti coloro che come Domenico avevano sognato un paese, una società, delle istituzioni radicalmente diverse, libere da tutte le ottuse monarchie esistenti. E che invece furono sommersi dalla solita melma.

Corriere del Mezzogiorno 16 settembre 2010