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Sud, siamo oziosi o stupidi?

Si torna a discutere sull’eterna questione del carattere nazionale. Con esiti imprevedibili Silvana Patriarca fa la storia del concetto di «italianità» Le tesi razziste di Richard Lynn

Di Marco Demarco

«Guai a lasciarsi prendere d a l l ’ o z i o ! L’ozio è una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi, se no, quando siamo grandi, non si guarisce più». Così, a circa metà della storia, la fatina si rivolge a Pinocchio per ammonirlo a proposito dei vizi e delle virtù. Siamo nel 1883 e Collodi scrive questa frase non a caso, ma nel vivo di un appassionato dibattito sul carattere degli italiani. A quel tempo, archiviate le antiche e benevole considerazioni di un Platone o di un Aristotele e non ancora sedotti dalle suggestioni postmoderne di un De Masi o di un Cassano, l’ozio era considerato il vizio nazionale numero uno. E poteva accadere che la Reale Accademia di Scienze e Arti di Modena bandisse, senza che la cosa apparisse curioso o eccentrica, un concorso sulla ricerca delle cause e degli effetti dell’ozio in Italia, nonché sulle iniziative di carattere morale per ridurlo. E l’espressione «dolce far niente» era per Carlo Lozzi, avvocato e patriota marchigiano, autore di un saggio intitolato Dell’ozio in Italia, la prova che quel vizio aveva ormai influenzato anche il lessico.

A oltre vent’anni dall’unità e di fronte alle immani difficoltà con cui fare i conti, il ceto dirigente trovò del tutto normale scaricare sul popolo, e in particolare su quello meridionale, le responsabilità degli insuccessi. Così, se con Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo le riflessioni sul carattere degli italiani riguardavano in modo particolare le élites nazionali, al tempo di Collodi e Lozzi, ma anche della nobildonna milanese Cristina Trivulzio di Belgiojoso o dell’economista genovese Gerolamo Boccardo, il discorso diventava più generale. Gli italiani erano ormai un popolo debole e corrotto; un popolo di cicisbei nelle classi alte e di nullafacenti, si direbbe oggi, in quelle basse.

Queste e molte altre considerazioni sono contenute in un libro assai avvincente scritto da Silvana Patriarca ed edito da Laterza, intitolato Italianità, la costruzione del carattere nazionale. Un libro per certi versi inquietante, perché a un certo punto quasi legittima un dubbio: è di storia che si sta parlando o di cronaca? Tutti noi, a esempio, conosciamo bene quel processo che, specie nel Sud, incatena inesorabilmente la spesa pubblica, il malgoverno, la raccolta del consenso e la stabilità dei sistemi di potere. Ed ecco quel che scriveva Cesare Balbo: «La dipendenza produce vizio, il quale mantiene dipendenza (...) questo è il vizioso circolo ond’è difficile uscirne». Siamo dunque al punto di partenza. Il che spiega come mai anche oggi, come allora, sia molto forte la tentazione di trovare spiegazioni semplificate, legate appunto al carattere dei meridionali, e di farne strumenti di battaglia politica o alibi sovrastrutturali per inefficienze fin troppo materiali.

Un secolo fa la ragione fu appunto trovata nell’ozio, poi fu la volta dell’individualismo estremo, o «soverchiamente sviluppato», come diceva Jacob Burckhardt, e poi ancora del familismo amorale di Banfield e Putnam. Senza contare Lombroso e i suoi allievi che ci dipinsero addirittura come una razza maledetta. E domani? Che cosa diranno di noi?

Pochi giorni fa è passata quasi inosservata la notizia di uno studio pubblicato su Intelligence, una rivista accademica che si occupa di psicologia, rilanciata da molti motori di ricerca. A elaborarlo, dopo aver raccolto dati e statistriche da varie fonti, è stato Richard Lynn, professore emerito presso l’università dell’Ulster, il quale si è posto appunto la domanda, più che legittima, che tutti ci poniamo. Vale a dire: com’è possibile che nonostante tutto, nonostante i fondi nazionali e internazionali, le Casse per il Mezzogiorno, i poteri straordinari, le elezioni dirette dei sindaci e dei governatori e molte altre cose ancora, il Sud è sempre così lontano dal Nord? Quale mistero si nasconde dietro tanta immobilità? Ebbene, ecco la risposta: il Sud è più arretrato, dice Lynn, perché i meridionali sono meno intelligenti; e le differenze nel quoziente intellettivo spiegano l’88% della varianza nel reddito presente nelle regioni italiane. Non solo. Siamo poco intelligenti, dice ancora il prof lombrosiano, «a causa della mescolanza con le popolazioni del Vicino Oriente e del Nord Africa», anch’esse, evidentemente, ritenute poco aduse alla lettura e allo studio della matematica.

Dunque, ci risiamo. Più di un secolo fa, e se ne parla diffusamente anche nel libro di Silvana Patriarca, si rifletteva sulla «orientalizzazione» della società italiana e i ragionamenti di allora non erano molti diversi da quelli di Lynn. Il che può dir poco, vista la relativa notorietà del Nostro e confidando nel fatto che probabilmente mai riceverà il Nobel per le sue teorie; ma come non avvertire il brivido di un cerchio che, inesorabilmente, si chiude ai danni dei meridionali?

La verità è che in mancanza di risposte convincenti sulle cause del perdurante dualismo italiano, quelle più semplici o semplificate, al punto tale da sconfinare in nuove forme di razzismo, rischiano di diventare anche le più facili da memorizzare. E, di conseguenza, quelle più utili ad alimentare il pregiudizio antimeridionale.

Corriere del Mezzogiorno 13.02.2010