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8 settembre 1943, così diventai un partigiano

di Giorgio Bocca

IL Messaggero 9 settembre 1943.1

Che cosa si ricorda delle giornate decisive come l'otto settembre del '43? Subito il tempo: il cielo azzurro di un tiepido d'autunno, poi le cose minime della quotidianità, il risveglio, la colazione, come eri vestito? In divisa da sottotenente del 2 ° alpini? Sì certo, avevi giurato fedeltà al re imperatore solo due giorni prima, nella caserma di Cuneo. Chi c'era in casa? Tua madre, tua sorella, tua nonna Maria, la cameriera Bice che arriva il mattino presto con il pannello ancora caldo di forno.Del messaggio di Badoglio che la radio continua a ricevere c'è un ricordo breve e confuso, ma quanto bastava per capire che la guerra era finita una buona volta, ci eravamo arresi agli angloamericani.Ma che voleva dire «i nostri reparti reagiranno a qualsiasi attacco di altra provenienza». Perché non dire i tedeschi? Chi altri?

Ah Badoglio, furbo e ipocrita sino alla fine. Poi fuori da vedere come finisce una guerra persa, sul viale degli Angeli dove è già arrivata la prima ondata dei fuggiaschi della Quarta armata che torna a casa dalla Francia. Più che una umana vicenda quella fuga era una catastrofe naturale, come una slavina. I riparati dall'occupazione occupata dalla Provenza e dal Nizzardo arrivavano compatti fino ai valori di Tenda o della Maddalena poi rotolavano giù abbandonando armi e mezzi. In poche ore la grande onda di una divisione si frantumava, si disperde nel mercato frenetico con i concittadini usciti dall'era ancora buio dalle custodie per comporre o rubare radio, gomme, sigarette, farina. I primi principi nella fuga sulle loro auto con le tendine abbassate, le "eccellenze" Vercellino, Operti che il comitato antifascista di Cuneo, i Galimberti, i Dante Livio Bianco cercavano invano di raggiungere. Nel carrello dell'auto di Operti il ​​tesoro della Quarta armata, un centinaio di milioni di allora, direzione Benevagienna dove il generale aveva villa e cascina. Li ha usati per negoziare un comando con la Resistenza, dove sono i comandi non si negoziavano ma si guadagnavano scarpinando.

Dietro l'armata in fuga vittime migliaia di ebrei liberati da un campo presso Borgo San Dalmazzo, la maggior parte parte catturati dal maggiore Ss Peiper per spedirli nelle camere a gas. Salvo quelli della sopravvivenza indomita come Mira, la jugoslava incinta dagli occhi azzurri, che arriva sulla nostra montagna povera, rimase con noi tutti i venti mesi della guerra partigiana, fece il suo figlio e sopravvisse parlando a monosillabi, un'ombra di terrore negli occhi , ma più forte di tutte le sventure.

Quel mattino le porte della caserma del II alpini erano sbarrate, ordine del colonnello Boccolari. "Nessuno esca", salvo i suoi attendenti che dovevano mettere in salvo i vasi di fiori che teneva nell'ufficio. Tutte ferme nelle camerate le reclute del reggimento, appena arrivate. Andavano e seguivano dalle brande alle latrine da cui arrivava un odore acro. O si affacciavano alle finestre per capire cosa stava succedendo, rispondi dagli urli degli ufficiali che erano nel cortile. Ma non si muovevano, si era su quel filo della lama che da un momento all'altro può rompersi.

Salii a dare un'occhiata: sembrava di essere in un'incubatrice di bachi da seta disposti sui graticci. Il portone della caserma era sprangato, vi passavano solo le voci che arrivavano da un paese allo sbando, dalle stazioni gremite di soldati in fuga, molti già vestiti in borghese come se fossero riconoscibili. Da noi il colonnello Boccolari e gli altri ufficiali “penna bianca” sanno che una colonna tedesca, il reggimento Ss del maggiore Peiper, sta avanzando da Torino ma non sanno cosa fare, aspettano un ordine che non arriverà mai da un comando che non esiste più . Ma qualcuno che offre se lo dà da solo c'è ancora: il tenente Nardo Dunchi ha caricato una carretta di armi e di munizioni, ha fatto aprire con un urlo da toscanaccio il portone e se è andato alla montagna di Boves, dove lo partecipa un altro come lui, Ignazio Vian.

Alle cinque della sera il cielo azzurro di quel tiepido autunno viene squarciato dal rombo di un motore, è una Cicogna tedesca, passa bassissima. Il piccolo aereo compie due giri e poi si allontana, ma l'incubo si è spezzato, l'immobilità da incantesimo si è rotta, il nemico è visibile. Le reclute adesso scendono nel cortile e premono sui portoni laterali, non si sa se aprono o li sfondano, ma sono già fuori, tornano a piedi con le loro divise nuove verso il villaggio e le cascine da cui sono arrivati, i Probo e Costanzo e Maurizio con i loro nomi da martiri della legione Tebana.

Noi, gli amici giovani di Duccio Galimberti e di Detto Dalmastro, passiamo nell'ufficio di Duccio che è in piazza Vittorio a cento metri dalla caserma. «Ci ​​ritroviamo in Val Grana», ci dicono, «a Frise, il paese del sergente Durbano che ci aspetta». Io vado a casa mia per prendere il binocolo, un maglione di lana, un paio di calze. La guerra è orrenda ma ti fa riscoprire la divina provvidenza. In qualche modo si camperà, si combatterà, ci si coprirà. In quel tiepido autunno del '43 mia madre non aveva ancora capito. Aveva invece capito mia nonna che continuava a preparare la cena ma diceva «E bin la su saran i so cumandant». I comandanti dell'eterno ordine militare ci sono sempre nel Piemonte montanaro. L'armata si era sciolta, il comandante Ss Peiper e il suo reggimento corazzato tenuti per arrivare,

Ce ne andammo a piedi, nelle “pianche” in legno su cui si attraversava la Stura diretta a Caraglio. Le assi cigolavano sotto i nostri piedi, e saliti sull'altra sponda in vista delle montagne sentimmo che abbiamo davvero rotto gli ormeggi cittadini. Mia madre no, non lo aveva ancora capito. Mi aveva rincorso per le scale con una maglia e capii che si era trattenuta dal dirmi «non molto tardi stasera». Ci saremmo rivisti venti mesi dopo. L'incontro con Mulo Garibaldi che in quei venti mesi non è mai lasciato accaduto all'imbocco della Val Grana. Lì si è sciolto un battaglione di artiglieria alpina. Qualche soldato girava ancora per le tende. Seduto su una pietra, nel polverone rossastro, stava un capitano. Si era tolto il cappello con la penna nera, aveva lo sguardo perso nel vuoto. «Sale su con noi?». Non capiva. «Puoi prendere quel mulo?». Non rispondeva, era un'anima morta, di un esercito morto. Arriviamo al tramonto alla baita del sergente Durbano a Frise. Sulla porta della chiesa c'era don Graziano il parroco giovane. Nanette e Rosina, alla moda, tornate da Nizza al loro villaggio, con le mani dure di chi ha lavorato ai fiori nelle serre, in alcuni piatti sotto i maglioni, i capelli tinti, troppo neri, troppo rossi. Intorno, nel silenzio, le montagne di Santo Lucio come il chiamano gli occitani. i capelli tinti, troppo neri, troppo rossi. Intorno, nel silenzio, le montagne di Santo Lucio come il chiamano gli occitani. i capelli tinti, troppo neri, troppo rossi. Intorno, nel silenzio, le montagne di Santo Lucio come il chiamano gli occitani.

Repubblica 5 settembre 2003