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Senza liquidi sfioriscono le imprese

di Antonella Sferrazza 

Le aziende meridionali denunciano strozzature nei finanziamenti bancari. Numerose ricerche danno loro ragione. Ma gli istituti di credito si difendono indicando nella debolezza strutturale dell’economia la maggiore cautela nell’erogazione dei prestiti

Per le banche, è una leggenda metropolitana. Per gli imprenditori, soprattutto del Sud, un incubo.

Parliamo di accesso al credito. Un tema che in Italia riveste un ruolo importantissimo nei processi di sviluppo locale. «Il Paese, infatti, è caratterizzato da un sistema di banking market e da una struttura produttiva composta per lo più da Pmi con scarse possibilità di ricorso ai mercati finanziari» come si legge in uno studio sul credito realizzato dall’università Magna Grecia di Catanzaro.
In altre parole, per finanziare la crescita economica in Italia, in mancanza di un sistema finanziario sviluppato, non si può che ricorrere al credito bancario.

E allora si intuisce perché tanta enfasi accompagni il dibattito sul credito, da Milano a Palermo. Dibattito che si infiamma quando si pone l’accento sul divario Nord-Sud, in termini di rapporto raccolta-impieghi e di costo del denaro.

Recentissime indagini di Unioncamere e di Confcommercio sono giunte alla stessa conclusione: se il 48,7% delle piccole imprese italiane(con un massimo quindi di 249 addetti) ha riscontrato difficoltà di accesso al credito dovute alla crisi economica, molto più problematica è la situazione nel Sud dove, ad esempio, in Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna, la quota supera il 55%.

«Il problema potrebbe presentarsi in maniera molto più accentuata al termine della fase più profonda della crisi, quando sarà importante presentarsi sul mercato per riottenere le quote perdute» si legge nell’indagine Unioncamere che prosegue: «La mancanza di investimenti e di innovazioni potrebbe causare allora la scomparsa di una quota consistente del tessuto produttivo italiano, soprattutto al Sud».

E l’entrata in vigore di Basilea 3, che imporrà alle banche di aumentare il capitale tenuto da parte per sicurezza, potrebbe aggravare ulteriormente la situazione. In base ai dati, inoltre, il tasso medio in Italia per i prestiti concessi a breve termine è pari al 6,43%, ma lungo lo Stivale si riscontrano notevoli discordanze: mentre le città del Centro-Nord possono beneficiare di tassi intorno al 5%, le città del Sud arrivano a pagare prestiti a breve termine con tassi fino al 9%.

A Trento spetta la maglia rosa quale città con il tasso di interesse più basso d’Italia (5,4% per una durata di 18 mesi), a Cosenza (maglia nera) si arriva a pagare per la stessa durata tassi superiori al 9,3%, quasi 4 punti in più.

Oltre che a Cosenza, anche a Vibo Valentia, penultima, Catanzaro, terzultima, e Crotone, quartultima, il costo del denaro supera il 9%. A Reggio Calabria l’interesse richiesto è pari all’8,9%. Le prime della classe sono tutte del Nord: oltre a Trento, troviamo Firenze, seguita da Bolzano, Bologna e Milano, tutte al di sotto del 6%. Roma al 36° posto con tassi al 6,4%, mentre la prima città del Mezzogiorno che si incontra in classifica è Palermo, al 62esimo posto, con un tasso sui prestiti a 18 mesi di circa il 7%.

La debolezza del sistema imprenditoriale meridionale, l’incidenza della criminalità sull’economia che si traduce in una maggiore rischiosità del finanziamento e l’elevata consistenza delle sofferenze, vengono solitamente indicate come le cause che determinano il divario Nord-Sud nell’accessibilità del credito.

Ma guardando oltre si arriva a quella che secondo molti meridionalisti, è la causa ‘madre’: la mancanza di grandi banche territoriali nel Mezzogiorno. Un dettaglio che non è sfuggito neanche al ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, che ha definito il Sud l’unica regione d’Europa «del tutto debancarizzata».
Da qui, il progetto di una banca del Sud che desta, però, non poche perplessità non solo per la compagine azionaria variegata ma anche per il nome che circola per la sua presidenza.

Si tratta del banchiere di simpatie leghiste, nonché presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini: «C’è un progetto di penetrazione politico elettorale nel Mezzogiorno» è il leit motiv di molti parlamentari meridionali «forse tra venti milioni di meridionali, ivi residenti o operanti nel Nord nel settore finanziario, non ci sono personalità idonee a presiedere una banca del Sud con ambiziosi progetti?».
Esplicito l’assessore del Comune di Reggio Calabria, Amedeo Canale: «Al di là delle valutazioni personali o politiche su Ponzellini quello che mi sembra assurdo è che il governo stia disegnando una banca del Sud con soggetti del Nord. Dai soci ai ruoli di comando».

Tornando all’assenza di grandi gruppi bancari nel Sud, l’università della Magna Grecia di Catanzaro e la Svimez (solo per citare gli studi più recenti) concordano sul fatto che gli effetti della ristrutturazione del sistema bancario iniziata negli anni ‘90, con grandi banche del Nord che hanno rilevato istituti del Sud, ha reso molto critico l’accesso al credito delle Pmi meridionali.

Il Mezzogiorno e il Nord del Paese sono stati interessati da una quota di acquisizioni simile (39% a fronte del 40%); tuttavia, i processi sono stati sostanzialmente diversi: mentre nel Nord la quasi totalità delle acquisizioni è avvenuta all’interno della stessa ripartizione territoriale, nel Mezzogiorno solo 9 acquisizioni su 89 sono state realizzate da banche avente sede legale nell’area. Dal 1990, il numero di banche con sede legale nelle regioni meridionali è diminuito di oltre la metà passando da 313 a 168.

Condotte su dati Banca d’Italia, Federcasse, Unicredit e Centrale dei rischi, le due ricerche prendono in considerazione numerose variabili per misurare il rapporto tra banche e imprese dal 1990 al 2009 nel Sud e nel Nord. Dal rapporto Svimez si rileva che le banche locali meridionali hanno dimostrato di essere efficienti. In dieci anni, dal 1993 al 2003 si sono allineate per efficienza di costo e di profitto a quelle del Nord.
Considerando l’indicatore di efficienza, la media del Sud è stata per il costo di 0,94 (il Nord 0,95), per il profitto 0,92, come il Nord. I motivi? Maggiore conoscenza della clientela, miglior gestione delle informazioni, più controllo del rischio di credito.

Analizzando, poi, le serie storiche del rapporto tra impieghi e depositi al Sud e al Centro-Nord dal 1990, la Svimez registra un forte aumento del divario: il differenziale di 20 punti tra le due ripartizioni del 1990 è salito a oltre 45 punti. Nulla è cambiato negli ultimi due anni. Il rapporto tra impieghi e depositi sul Pil nel periodo in questione è passato al Sud da 32 a 61, mentre al Centro-Nord da 48 a 109, con una crescita del differenziale tra le due aree da 16 a 48 punti.

Un’ulteriore conferma arriva da un’indagine realizzata da Giuseppe Ammanato per l’università di Parma: «Dal 1996 gli impieghi in Italia sono cresciuti del 69% ma con un incremento del 96% al Nord e del 33 al Sud. Inoltre, si è complessivamente ridotta la quota dei prestiti bancari indirizzata ad imprese di aree meridionali».

Il problema, quindi, è obiettivo. Quando le banche parlano di un aumento degli impieghi al Sud parlano di incrementi su base annuale, che non chiudono il gap e non sono sufficienti a placare la sete di credito nel Mezzogiorno. Non è un caso che negli ultimi anni nel Sud (in Puglia in particolare) si punta molto sui Confidi. Ed è in questa direzione che guardano economisti e imprenditori. Come non è un caso che nelle regioni meridionali il fenomeno dell’usura è allarmante.
Un ruolo importante rivestono le Bcc ma nel complesso la loro struttura patrimoniale non è in grado di rispondere alla domanda complessiva.

Le banche comunque ci tengono a sottolineare che, nonostante tutto, il credito continua nel Sud a crescere: «I nostri studi testimoniano la valenza del sistema bancario soprattutto nel Mezzogiorno – dice Giuseppe Castagna, direttore generale del Banco di Napoli (Gruppo Intesa) – dove il credito continua a crescere a tassi superiori a quelli dell’intero Paese: a dicembre 2010 circa +5%, il doppio della media nazionale». Per Pietro Cirrito, vice direttore del Credito Siciliano (gruppo Creval) e profondo conoscitore del sistema bancario meridionale, «il problema non è la mancanza di credito, semmai le banche dovrebbero puntare più su un ruolo di tipo consulenziale e di affiancamento per il superamento di momenti critici.

Non c’è dubbio che si possa fare buon credito anche al Sud. Lo dimostra, ad esempio, la storia del Banco di Sicilia che nel periodo della gestione Libonati-Caletti uscì a testa alta da una ispezione della Banca d’Italia, con un tasso di decadimento degli impieghi più basso di tutte le altre banche operanti nel territorio».

Anche per Roberto Bertola, responsabile di Territorio per la Sicilia di UniCredit, il punto non è la mancanza di credito, ma le imprese: «Impieghiamo nel Sud più di quello che raccogliamo, L’ esigenza forte da parte delle imprese è quella di una maggiore apertura ai mercati esteri; e ciò in quanto vi è la consapevolezza che nei prossimi anni la domanda interna dovrebbe essere modesta.

Le imprese quindi avranno bisogno di nuove sponde e non c’è dubbio che la rete estera di UniCredit, parliamo di una presenza operativa in ben 22 paesi europei, è una carta vincente. Fare dialogare i nostri imprenditori con buyers esteri attraverso le nostre banche del Gruppo significa agevolare il percorso di internazionalizzazione delle nostre imprese».

Sud