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di Pietro Spirito

Negli ultimi dieci anni si è avuta una drastica redistribuzione di risorse dal Sud al Centro nord. In un libro di Gianfranco Viesti, i numeri di "una politica che non c'è".

 

Viviamo tempi caratterizzati dall’affermazione di principi politici e di analisi interpretative che sono in realtà luoghi comuni, basati sulla forza della ossessiva ripetizione, e non sulla effettiva realtà dei fatti. Che l’economia meridionale sia la sentina della inefficienza e l’idrovora che assorbe fiumi di denaro pubblico sottratto a finalità che sarebbero maggiormente produttive, è diventato uno dei temi scontati della discussione politica italiana.

Non si sta nemmeno a sottilizzare più di tanto nel cercare di reperire e leggere i dati, basta prendere dalle cronache l’ennesimo esempio di sperpero di denaro pubblico per confermare l’enormità del fenomeno. Episodi di questa natura ovviamente possono essere saccheggiati a piene mani dalla moltitudine degli eventi di pratiche devianti presenti nelle amministrazioni pubbliche meridionali. Però, basta questo approccio per giudicare le politiche economiche che si sono determinate nel nostro Paese ?

Gianfranco Viesti, nel suo recente volume (“Mezzogiorno a tradimento”, Laterza 2009, 12 euro), prova a riportare la discussione sui dati di fatto. Ed emergono alcune considerazioni radicalmente contrastanti con le opinioni correnti, che gettano una luce meno convenzionale sulle scelte sostanziali di politica economica degli ultimi decenni.

L’analisi si basa sulla evoluzione che si è determinata nel decennio 1996-2006 nella struttura e nella allocazione della spesa in conto capitale e della spesa corrente delle pubbliche amministrazioni e delle imprese pubbliche. Ne viene fuori un quadro assai divergente dalla vulgata che prevale nella opinione corrente.

Sul totale della spesa in conto capitale delle pubbliche amministrazioni, che nel 2006 era pari a 60 miliardi di euro, il Mezzogiorno ha assorbito circa il 36%, valore fortemente in calo rispetto al 2001 (40%), e largamente lontano dagli obiettivi fissati per legge dai governi e dai parlamenti che in questi anni si sono succeduti.

Nel 1998 era stato deciso di destinare allo sviluppo delle regioni meridionali il 45% della spesa in conto capitale del nostro Paese proprio per riequilibrare il deficit di infrastrutture e di capitale esistente rispetto alle regioni più avanzate; si è poi fatto esattamente il contrario, nonostante il contributo delle risorse comunitarie, che sono state sostanzialmente utilizzate per rimpiazzare risorse nazionali già stanziate, e non per generare un volano aggiuntivo destinato allo sviluppo.

Così le politiche di sviluppo regionale per il mezzogiorno si sono trasformate in strumento per il contenimento della spesa pubblica nazionale per gli investimenti. I fondi strutturali europei, più che promuovere lo sviluppo del Sud, hanno aiutato il risanamento dei conti pubblici italiani, liberando fondi nazionali.

La spesa in conto capitale è invece aumentata nel centro nord: dal 2001 al 2006, al Sud è passata da 21 a 22,2 miliardi di euro (+5,7% in termini nominali), mentre nel resto del Paese è passata da 31 a 38,2 miliardi di euro (+23,2%, sempre in termini nominali).

Per ricostruire un quadro completo delle scelte di investimenti indirizzate dalle risorse pubbliche, alla spesa in conto capitale delle amministrazioni pubbliche si deve aggiunge la spesa per investimenti delle imprese pubbliche del settore pubblico allargato, che costituisce un elemento aggiuntivo di particolare rilevanza (nel 2006 ammontava a 20,5 miliardi di euro, che si aggiungono ai 60 citati in precedenza).

Nel decennio 1996-2006 le imprese pubbliche nazionali hanno effettuato un sesto della spesa pubblica in conto capitale nel Mezzogiorno, ed addirittura quasi un quarto nel Centro-Nord. Infine, lo stesso fenomeno di ulteriore penalizzazione del Mezzogiorno si registra nelle scelte di investimento delle imprese pubbliche locali, che hanno speso al Sud circa 1,5 miliardi nel 2006, rispetto a circa 5 miliardi nel Nord.

Considerando l’insieme delle fonti finanziare riconducibili alla azione pubblica (amministrazioni statali, imprese pubbliche ed imprese pubbliche locali), nella media 2000-2006 gli investimenti pubblici pro-capite sono stati 680 euro al Sud e 946 al centro-Nord, con uno scarto che si è progressivamente ampliato nel tempo.

La realtà di alcuni settori strategici per la qualità della vita dei cittadini evidenzia squilibri ancora più radicali. Tra il 2000 ed il 2006 sono stati spesi ogni anno per investimenti nel settore dei rifiuti urbani 138 milioni di euro al Sud e 574 al centro-Nord.

Certo, una parte di questo divario è dovuto anche alla incapacità delle amministrazioni locali meridionali, che non sempre sono state in grado di imprimere accelerazioni ai processi decisionali, anche quando le risorse economiche erano disponibili. Resta però il fatto che si è allargata la forbice tra la retorica politica che indirizzava a parole le risorse per gli investimenti al mezzogiorno, mentre nella realtà dei fatti una parte più rilevante di risorse è andata al centro-nord. Non è improbabile però che nella testa dei nostri cittadini sia rimasta l’impressione che l’idrovora meridionale continuasse ad essere il pozzo senza fondo di investimenti giganteschi sottratti al produttivo cittadino del nord.

Se però gli investimenti pubblici non hanno privilegiato il Mezzogiorno nell’ultimo decennio, resta da capire quanta spesa corrente sia stata assorbita e sprecata dalle regioni meridionali. Recenti stime della Banca d’Italia quantificano il trasferimento implicito di risorse nel decennio 1996-2006 tra il 10% ed il 15% del PIL del mezzogiorno.

Negli anni settanta ed ottanta questi trasferimenti erano pari al 20%. Ma soprattutto tali risorse non provenivano dal gettito fiscale delle regioni del centro-nord, bensì dal deficit pubblico: il centro-nord aveva un flusso di spesa pari al suo gettito fiscale, mentre la spesa pubblica al Sud – superiore, come abbiamo detto, al 20% del suo Pil - era finanziata con nuovo debito pubblico.

La contrazione dei volumi complessivi di trasferimenti correnti verso il Mezzogiorno, per effetto del vincolo di finanza pubblica dettato da Maastricht, ha indotto le amministrazioni locali del Mezzogiorno a fare ricorso alla fiscalità aggiuntiva territoriali in misura superiore rispetto al resto del Paese: l’addizionale Irpef in media è dell’1,23 al Sud e dell1,03% al Nord; la leva fiscale dei Comuni è dell’81,1% al Sud e del 69,1% al Nord.

Ma vediamo ora alla dimensione quantitativa della spesa pubblica corrente. Certamente registreremo qui il privilegio radicale della casta meridionale che conserva rendite di posizione intollerabili. E invece no. Nel 2006 la spesa pubblica corrente pro capite è stata in Italia pari a 14.141 euro. Il valore sale a 15.719 euro al centro-nord e scende a 11.253 nelle otto regioni del Mezzogiorno.

Dunque, un cittadino del Sud beneficia di una spesa pubblica corrente inferiore del 28% rispetto a quella di un cittadino del Centro-Nord. La spesa pubblica corrente svolge quindi in Italia una funzione regressiva: premia di più le regioni dove risiedono i cittadini con i redditi più alti.

Insomma: al Sud sono state destinate sempre meno risorse, sia per gli investimenti sia per la spesa pubblica corrente. Nella retorica del dibattito politico si sono magari riaffermati spesso obiettivi mirabolanti, salvo poi ad operare nel concreto per ridurre gli investimenti e le spese di gestione corrente destinate al Mezzogiorno. Di converso, le regioni centro-settentrionali hanno assorbito risorse crescenti, sino a configurare un quadro di politica economica sostanzialmente antidistributivo, mentre la retorica della politica continuava a strombazzare la centralità delle azioni di riequilibrio regionale per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno, determinando peraltro le vibrate proteste dei leghisti che reclamavano di smetterla con sprechi del tutto intollerabili di fiumi di risorse che andavano ad amministrazioni inefficienti. Piccolo particolare: era tutto falso, era invece in corso un processo sostanziale di inversione di tendenza davvero significativo, con una contrazione delle risorse disponibili per le politiche di sviluppo regionale e per gli interventi di sostegno al reddito.

Quello che è accaduto nel corso dell’ultimo decennio è una drastica redistribuzione di risorse verso il centro nord del Paese. E questo processo è ancora in corso. Nel luglio 2008 il Governo Berlusconi da un lato ha utilizzato circa 2 mliardi di euro disponibili per investimenti nelle infrastrutture di trasporto per la Calabria e la Sicilia per finanziare in parte, per il primo anno, la cancellazione dell’Ici su tutto il territorio nazionale, e dall’altro ha finanziato oltre la metà della dura manovra di bilancio per il primo triennio cancellando quasi otto miliardi di euro di fondi per la spesa in conto capitale per il mezzogiorno. Inoltre è stato definanziato il credito di imposta, rendendolo un intervento di efficacia quasi ridicola: alcune imprese dovranno aspettare sette anni dopo l’investimento per ottenerlo.

 

Tutto questo accade nel silenzio della politica. Ed anzi, continua la retorica sullo sperpero delle risorse pubbliche nelle regioni meridionali, fenomeno certamente esistente e diffuso, che però è servito come clava ideologica per realizzare un radicale riorientamento delle politiche regionali dalla regioni svantaggiate verso le regioni forti del Paese.

 

Gli esiti non sono stati però particolarmente fausti. Neanche la concentrazione degli interventi di sostegno pubblico verso le regioni forti è servita ad evitare che l’economia italiana ristagnasse sempre più, sino a giungere alla crisi dei nostri giorni.

 

Si è affievolita, sino quasi a scomparire, la centralità dell’interesse nazionale. Ogni attenzione è ai singoli, ai gruppi, alle piccole patrie. Non si ragiona più sulla riforma sanitaria, ma sul funzionamento dell’ospedale cittadino, non si ragiona sul potenziamento della scuola pubblica nazionale, ma si chiede un voucher per assicurare la migliore istruzione ai propri figli.

 

La questione meridionale torna ad essere una questione squisitamente politica, come lo era forse nelle note di Antonio Gramsci, o nella azione dei meridionalisti più avveduti del secolo passato. Però, nel deserto della politica italiana non si riescono a vedere segnali di ripresa di una iniziativa capace di dare nuovo fiato alla necessità di considerare l’interesse collettivo e nazionale come leva per un nuovo patto di cittadinanza. Ed in questa assenza, il rischio di una ulteriore marginalizzazione del Mezzogiorno è uno scenario tristemente probabile.