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L’Italia più divisa che mai

di Birgit Schönau, Die Zeit, Germania

L’Italia compie 150 anni, bisogna festeggiare. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia fu proclamato re d’Italia. Così, all’alba dello stesso giorno di quest’anno, ci sarà l’alzabandiera in tutto il paese, sul Gianicolo a Roma tuonerà il cannone, il parlamento si riunirà in seduta straordinaria. La giornata si concluderà con l’esecuzione del Nabucco di Verdi in quei teatri dell’opera che non hanno ancora dovuto chiudere i battenti a causa dei tagli alla cultura.

Almeno su questa parte del programma non ci sono dubbi. Intorno a tutto il resto è scoppiata una polemica surreale. L’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha detto che il paese si avvicina a questo giorno solenne “con un cuore freddo”. È vero solo in parte. I sondaggi dimostrano che quattro italiani su cinque sono contenti di celebrare la nascita del loro pae­se, e anche che i più entusiasti sono i cittadini di sinistra. Il “cuore freddo” di cui parla Ciampi, difensore della costituzione, non è quello dei cittadini ma quello dei politici.

Ci sono stati mesi di accese discussioni per capire se gli italiani dovessero lavorare il 17 marzo. Le aziende erano naturalmente contrarie, i sindacati incerti, così come il governo. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi è troppo impegnato a prepararsi per i processi che dovrà affrontare nei prossimi mesi per occuparsi dei 150 anni dell’unità d’Italia. In ogni caso, all’ultimo momento, il governo ha emanato un decreto che stabilisce che il 17 marzo non si andrà al lavoro.

Un decreto legge per la festa nazionale: come se si trattasse di uno stato di crisi. Alcune regioni governate dalla destra, come Sicilia, Calabria e Lazio, avevano già deciso autonomamente di chiudere le scuole. La Lega nord, che fa parte della coalizione di governo, ha deciso di boicottare la festa. I suoi esponenti credono che lo stato italiano sia una cosa ormai del tutto superata e sognano un paese tutto loro chiamato Padania, libero dal peso di “Roma ladrona” e del “sud africano”.

Il partito di Umberto Bossi, che non si è tirato indietro quando si è trattato di piazzare un suo uomo al ministero dell’interno, rifiuta i simboli della repubblica come l’inno nazionale e il tricolore. Bossi è stato condannato per oltraggio alla bandiera italiana, dopo essersi vantato di usare il tricolore “per pulirsi il culo”. La bandiera della Padania è verde, con il disegno del sole delle Alpi che ricorda una runa celtica stilizzata. Come inno hanno il Va, pensiero di Giuseppe Verdi. I militanti della Lega non sembrano troppo dispiaciuti del fatto che Verdi sia stato un eroe del risorgimento. L’importante è che fosse del nord.

Nel suo categorico rifiuto della festa per i 150 dell’unità del paese, la Lega nord ha ottenuto l’appoggio dell’Alto Adige. Luis Durnwalder, presidente della provincia autonoma di Bolzano da più di vent’anni, ha detto che non ha nessuna intenzione di partecipare ai festeggiamenti, perché la “minoranza austriaca” in Alto Adige non ha niente da celebrare. A metà dicembre, quando il parlamento ha votato su una mozione di sfiducia al governo, i due deputati della Südtiroler volkspartei, che rappresenta la minoranza di lingua tedesca, si sono schierati con Berlusconi. La provincia di Bolzano avrebbe ricevuto in cambio la gestione di una parte del parco nazionale dello Stelvio.

Le polemiche dimostrano che i partiti al potere usano a piacimento la storia del paese, incuranti della verità storica, per fare bassa propaganda politica. L’interpretazione degli eventi del marzo del 1861 oscilla tra il rifiuto e lo snobismo da una parte e i toni entusiastici e l’esaltazione esagerata degli eroi dall’altra. Facendo emergere una crisi d’identità che dopo un secolo e mezzo il paese non riesce ancora a superare e riproponendo una domanda di preoccupante attualità: cosa tiene ancora insieme l’Italia oggi? Sicuramente non delle idee comuni né una forza politica unitaria, come quella che portò Garibaldi, Mazzini e Cavour a creare lo stato italiano.

Frammenti di storia
Nel circo dell’Italia di oggi l’idea di repubblica è stata sostituita dal reality della democrazia dell’intrattenimento. Quindi non stupisce che l’unico palco su cui sono saliti insieme tre ministri del governo Berlusconi in occasione dei 150 anni dell’Italia sia quello del teatro Ariston di Sanremo. I politici erano affiancati da un’ex concorrente dell’Isola dei famosi e dalla fidanzata dell’attore George Clooney. Inizialmente era previsto che durante il festival venissero interpretati anche due brani appartenenti alla storia recente d’Italia: l’inno partigiano Bella ciao e subito dopo, per par condicio, la canzone fascista Giovinezza. Per fortuna i dirigenti della Rai ci hanno ripensato. Ma il fatto che, nel teatrino della postdemocrazia italiana, il fascismo abbia trovato posto accanto alla resistenza, è alquanto bizzarro.

Il berlusconismo ha sostituito il termine “cittadino” con “italiano”, una parola che ha perso il suo significato. Sembrano essere i populisti di destra a determinare quello che si può definire italiano. Intanto coltivano un patriottismo vecchio stampo, in cui il fascismo sta vivendo una specie di revival. La rivoluzione culturale di Berlusconi ha fatto in modo che il patriottismo liberal-costituzionale fosse considerato di ispirazione comunista e quindi corrotto. Così si finisce per equiparare i combattenti della Repubblica di Salò – lo stato creato dalla Germania nazista dopo l’armistizio concluso dal Regno d’Italia con le forze angloamericane – ai partigiani della resistenza antifascista.

Anche nel sud del paese sono nati potenti partiti regionali. La Sicilia è in mano al Movimento per le autonomie, mentre alcuni ex berlusconiani stanno formando una nuova Lega del sud. Queste correnti politiche lottano contro la presunta “colonizzazione” del Mezzogiorno da parte del nord. Anche in questo caso si porta avanti una versione distorta della storia, in cui l’eroe nazionale Garibaldi è presentato come un usurpatore.

È giusto, dunque, festeggiare? Certo, scrive il giornalista Aldo Cazzullo: “Ogni famiglia italiana custodisce un frammento della storia nazionale”. E per poter cercare quei frammenti di storia e ritrovare se stessa, ora l’Italia ha un giorno libero a disposizione.

Traduzione di Anna Zuliani.

Internazionale, numero 888, 11 marzo 2011