Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

La Tunisia brucia

di Sami Naïr

Il filosofo algerino Sami Naïr analizza la rivoluzione popolare dei tunisini contro le ingiustizie sociali del paese. Una situazione economica insostenibile causata da un sistema basato sulla corruzione, a sua volta imperniata su un centro di potere gestito dalla famiglia del dittatore Ben Ali insieme a gruppi di speculatori e al braccio armato della polizia e della guardia nazionale. Secondo Sami Naïr, la rivolta tunisina ha dimostrato “con forza e dignità, che è possibile vincere l’oppressione”, diventando un esempio per tutti i popoli arabi del Maghreb.

La Tunisia ha appena vissuto una doppia rivolta, ma non è ancora una rivoluzione. Una rivolta popolare e una rivolta di palazzo nella cerchia del presidente Zine el Abidine Ben Ali. La ribellione popolare è cominciata il 17 dicembre quando Mohamed Bouazizi, 26 anni, si è dato fuoco a Sidi Bouzid per esprimere la sua disperazione di fronte alle ingiustizie sociali del paese. L’episodio ha causato un’ondata di sdegno che si è trasformata in una marea di proteste. Da una decina d’anni, infatti, i poveri in Tunisia vivono in condizioni terribili. Il potere di Ben Ali si basava su tre fattori. Il primo era il sostegno della classe media, relativamente integrata, che però negli ultimi anni ha visto peggiorare la propria situazione. Il potere ha cambiato base, fondendosi con i circoli degli speculatori e sprofondando in una corruzione familiare di stampo mafioso. La moglie del presidente e la sua famiglia, i Trabelsi, si sono impossessate di tutto ciò che aveva un minimo valore, con il beneplacito del presidente. Il potere si sosteneva anche grazie all’apparato composto dai dirigenti e dai militanti del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), il partito di governo, che controllava tutti gli ingranaggi e il sistema di corruzione nel paese. Una specie di milizia dall’impunità garantita, che sorvegliava la popolazione servendosi di delatori e spesso usava il carcere e le torture contro gli oppositori. Infine ci sono la polizia e la guardia nazionale che Ben Ali, ex ministro dell’interno, teneva sotto controllo. Negli ultimi ventitré anni l’esercito si è indebolito perché Ben Ali ne ha sempre avuto paura. Tunisi, considerati i frequenti colpi di stato militari in Africa, ha voluto un esercito con poco potere, dando la priorità alla polizia e alla guardia nazionale, che sono diventate i principali strumenti di repressione. Di fatto la polizia, insieme a una parte delle milizie dell’Rcd, è la principale responsabile delle violenze e degli omicidi degli ultimi giorni. La svolta è avvenuta grazie a un fenomeno collettivo straordinariamente potente: la scomparsa della paura. Perché? Per diverse ragioni, ma soprattutto perché il potere non ha saputo reagire al suicidio di Bouazizi. Facendo visita alla famiglia del martire, il presidente è sceso personalmente in prima linea. Offrendo denaro ai genitori per la morte del ragazzo, ha aggiunto l’umiliazione. Ben Ali voleva dimostrare di essere una persona compassionevole, ma in realtà ha dimostrato di avere paura. A partire da quel momento la paura ha cambiato versante, passando dalla popolazione al capo. Ben Ali ha cominciato a licenziare i ministri e a fare promesse, ma niente poteva fermare la ribellione del popolo, ormai consapevole del fatto che lo stato non era forte come sembrava. Ogni nuova vittima della repressione ha alimentato le proteste. All’interno del regime, l’esercito si è vendicato della polizia, che si è dimostrata incapace di guidare la repressione per due ragioni: da una parte perché il sindacato Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) si è schierato con la popolazione; dall’altra perché molti ufficiali, sostenuti dai soldati in servizio che in varie occasioni si sono rifiutati di aprire il fuoco sui dimostranti, hanno fatto capire a Ben Ali che non erano più disposti a difenderlo. Al presidente è rimasta solo una via d’uscita: la fuga.
La dificile transizione
L’opposizione, legale o illegale, non ha avuto nessun ruolo. Allo stesso modo, nelle manifestazioni non si è vista neanche una bandiera verde, simbolo dell’islam. Ma non durerà. Ben Ali è stato sostituito dal primo ministro Mohammed Ghannouchi, suo ex collaboratore. E qui cominciano le difficoltà. Gli alleati di Ben Ali temono la vendetta popolare e hanno deciso di fare terra bruciata, soprattutto nei quartieri borghesi e benestanti, per terrorizzare gli abitanti e rompere l’alleanza tra la classe media e il popolo. Negli ultimi giorni ci sono state decine di morti. Si sta diffondendo un caos che favorisce chi è al potere: il nuovo presidente ha promesso di convocare le elezioni entro sei mesi, un periodo molto lungo, che lascia presagire manovre pericolose. [...] I tunisini oggi affrontano una transizione verso una rivoluzione democratica e repubblicana, e questa è la cosa più difficile, perché il movimento popolare non ha una leadership riconosciuta né un programma. Si apre una nuova fase. I tunisini hanno dimostrato, con forza e dignità, che è possibile vincere l’oppressione. Sono anche riusciti, forse, a fare in modo che il mondo arabo condivida la stessa storia dei popoli dell’America Latina e dell’Europa dell’est del secolo scorso, che hanno conquistato con grandi sacrifici il loro diritto alla libertà di espressione. Quella di Tunisi è una lezione straordinaria.