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Guerra e Pace

La pace non è per l’umanità è possibile solo nell’individuo 

di Vito Mancuso

Il fatto che l’armonia non si possa ottenere per intero non deve impedire di ricercarla, la prova è che violenza e guerre sono globalmente diminuite rispetto ai secoli passati

foto mancuso

AP PHOTO/RODRIGO ABD. La disperazione di una donna che ha perso
il marito, rimasto ucciso a Bucha

Einstein chiedeva: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Credo che in questi giorni ce lo stiamo domandando tutti. È stato anche il senso della domanda rivoltami qualche giorno fa in un incontro con le scuole di Casale Monferrato da una studentessa: «Lei crede che la pace totale sia raggiungibile?». Ho risposto più o meno così: «La pace nella sua pienezza è possibile solo a livello individuale, nell’interiorità della coscienza di alcuni individui speciali; talora si possono anche dare esperienze di vita comunitaria in cui regni sovrana la pace, ma escludo che essa possa diventare la condizione permanente dell’umanità sulla terra». Collegato online, non ho avuto modo di vedere la reazione della ragazza e forse per questo mi sono poi ritrovato a chiedermi se avevo risposto bene oppure no: ho sbagliato a dirle che la pace universale non può essere storicamente raggiungibile, smorzando forse in lei l’azione a favore di questo ideale?

In realtà penso che la nostra mente abbia bisogno di un’utopia verso cui camminare, ma che essa altresì debba fare i conti con la realtà, e che sia da questa ininterrotta dialettica tra ideale e reale che nascono la consapevolezza e l’azione matura. Ogni rassegnazione allo status quo produce stasi e acquiescenza; ogni ideale che ignora la realtà si trasforma in ideologia finendo per generare violenza (Novecento docet). Tornando quindi alla domanda di Einstein e della studentessa, cosa pensare dell’ideale della pace universale? Cosa fare per liberare il genere umano dalla guerra? Scrivendo a Freud il 30 luglio 1932 (sei mesi dopo Hitler sarebbe salito al potere), Einstein chiedeva: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Credo che in questi giorni ce lo stiamo domandando tutti. È stato anche il senso della domanda rivoltami qualche giorno fa in un incontro con le scuole di Casale Monferrato da una studentessa: «Lei crede che la pace totale sia raggiungibile?». Ho risposto più o meno così: «La pace nella sua pienezza è possibile solo a livello individuale, nell’interiorità della coscienza di alcuni individui speciali; talora si possono anche dare esperienze di vita comunitaria in cui regni sovrana la pace, ma escludo che essa possa diventare la condizione permanente dell’umanità sulla terra». Collegato online, non ho avuto modo di vedere la reazione della ragazza e forse per questo mi sono poi ritrovato a chiedermi se avevo risposto bene oppure no: ho sbagliato a dirle che la pace universale non può essere storicamente raggiungibile, smorzando forse in lei l’azione a favore di questo ideale?

A metà del secolo scorso Norberto Bobbio scrisse un saggio intitolato Filosofia della guerra nell’era atomica (ora in Etica e Politica, Mondadori 2009), in cui sostenne che si può lavorare a favore della pace su tre vie: operando sui mezzi, sulle istituzioni, sugli uomini. Affermava poi che il valore delle tre vie andava giudicato in base a due criteri: attuabilità ed efficacia, visto che non tutto ciò che è attuabile si rivela poi davvero efficace e che non tutto ciò che sarebbe efficace è di fatto concretamente attuabile. Venendo alla prima via, Bobbio osservava che «il modo più sicuro per eliminare la guerra è distruggere le armi», vale a dire il disarmo.

È elementare. Basta però interrogarsi su «chi» dovrebbe distruggere le armi perché la situazione si complichi: la risposta infatti indica che a distruggere le armi dovrebbero essere gli stessi operatori che ne fanno uso, cioè gli Stati sovrani, per cui Bobbio conclude che «è come se si affidasse a un congresso di ubriaconi la decisione di emanare una legge contro l’uso delle bevande alcoliche». Chi sostiene il disarmo sostiene una cosa altamente auspicabile ed efficace, ma difficilmente attuabile. A ciò si aggiunge quanto scriveva Anna Politkovskaja nel 2004, due anni prima di essere uccisa: «Il Kgb rispetta solo i forti, i deboli li sbrana. E lo dovremmo sapere, ormai. Invece ci siamo scelti la parte dei deboli e siamo stati sbranati» (La Russia di Putin, Adelphi). Il disarmo, compiuto unilateralmente, conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno per sé può anche mettere in conto questa fine, ma non è ammissibile che uno Stato faccia correre ai suoi cittadini il rischio di essere «sbranati».

Proseguendo nella sua analisi, Bobbio afferma che la via più efficace per la pace sarebbe il cambiamento della mente degli esseri umani, secondo quel processo che la spiritualità denomina «conversione», ma dubita che sia veramente attuabile. Io penso che la conversione sia ciò a cui è chiamato ogni essere umano rompendo il cerchio dell’egoismo e aprendosi all’altro, laddove questo «altro» non è solo il tu umano, ma anche la natura, gli animali, le piante, il pianeta. Smettere di sfruttare e iniziare a curare: ecco cosa significa conversione. Ne parlava già Platone e poi molti altri filosofi tra cui Cartesio, Spinoza, Kant, Fichte, Jaspers, Arendt, oltre ovviamente tutte le religioni. Il problema però è evidente: perché possa essere efficace in ordine alla pace del mondo, la conversione deve riguardare tutti gli esseri umani o almeno la gran parte di essi. Vi sono segni in questa direzione? All’inizio della pandemia qualcuno sosteneva che ne saremmo usciti migliori, è accaduto così? E prima ancora che ne è stato di tutti gli appelli alla conversione lungo i secoli? Neppure la Chiesa sembra molto convertita a giudicare da scismi, divisioni, scandali, peccati impronunciabili. Persino le comunità monastiche non brillano per armonia. Occorre quindi concludere che la conversione capace di «vita nuova» è sì possibile, ma riguarda solo il singolo, e non è mai spendibile come strumento politico per la pace del mondo.

Rimane la riforma delle istituzioni, quanto Bobbio denomina «pacifismo giuridico» e che per lui è la via più realistica. Esso consiste nel superamento degli Stati nazionali in funzione di un’entità sovrastatale a cui rimettere la risoluzione delle controversie. È esattamente quanto auspicava Kant e che ha portato alla fondazione prima della Società delle nazioni e poi dell’Onu. Il problema però è che all’interno dell’Onu la logica imperante è sempre quella degli Stati nazionali, soprattutto delle cosiddette «Superpotenze» con il loro permanente diritto di veto, il che rende spesso inefficace l’azione dell’Onu a favore della pace, come dimostra il fatto che dalla sua fondazione nel 1945 a oggi le guerre non sono certo scomparse. Occorre poi riflettere sullo statuto delle Superpotenze, dette così non tanto per il potere economico quanto per il potere militare: il che rivela come, proprio nella sede del pacifismo giuridico, sia possibile avere voce in capitolo solo grazie alla forza militare.

Nessuna delle tre vie operative indicate da Bobbio, 60 anni fa, sembra quindi praticabile con successo. E infatti la situazione è quella sotto i nostri occhi. Siamo in trappola? In realtà occorre considerare che la pace è un’idea «regolativa», direbbe Kant, cioè un ideale in base a cui regolare il nostro lavoro sulla realtà. Il fatto che essa non si possa ottenere per intero non significa che sia inutile tendervi. Al contrario, è la sua assenza nelle menti a generare cinismo, sconforto, aggressività, violenza, guerra. Aggiungo inoltre che (anche se questi giorni non sono i più adatti per tale pronunciamento) a me pare di poter sostenere che la violenza e le guerre siano globalmente diminuite rispetto ai secoli passati, e se il numero delle vittime è cresciuto è solo a causa della potenza tecnologica raggiunta dalle armi. Consideriamo il nostro Paese: la storia ci ricorda innumerevoli sanguinosi conflitti tra le nostre città, oggi rimasti solo a livello di colorati campanilismi. Consideriamo il nostro continente: Francia e Germania, protagoniste di guerre feroci, oggi sono unite dalla stessa moneta e dalla stessa istituzione politica. Se quindi la pace universale non sarà mai possibile, non per questo non esiste un graduale (ma non lineare) cammino verso di essa.

La grande obiezione è rappresentata dalle bombe atomiche e dalla loro capacità distruttiva per tutto il genere umano. A questo riguardo è necessaria questa decisiva postilla: le armi atomiche, finanziate dalla politica, sono state pensate e fabbricate dalla scienza dimenticando del tutto l’istanza della coscienza. Il medesimo giudizio vale per l’economia, a sua volta guidata dalla scienza (del profitto) a prescindere dalla coscienza: il risultato è la sempre più spaventosa emergenza climatica.

Cosa intendo dire? Che se non è possibile la conversione di tutti, deve esserlo almeno quella degli scienziati, degli economisti, di chi occupa posizioni di rilievo nelle nostre società. Conversione a cosa? Al primato dell’etica, per non avere più scienza senza coscienza. Oggi infatti queste parole di Gesù, che fino a poco fa potevano farsorridere le menti emancipate, appaiono tragicamente reali: «Se non vi convertirete, perirete tutti» (Luca 13,5).

La Stampa, martedì 5 aprile 2022