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“Non ci sono parole per raccontare la Grande Guerra”

IL fumetto muto di Joe Sacco

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“La Grande Guerra ” (Rizzoli Lizard, 25 euro) si presenta come una notevole cesura: è un fumetto muto, senza vignette, un’unica tavola lunga sette metri, che si può sfogliare divisa in dodici quadri oppure stendere e “leggere” in un’unica soluzione. Non c’è una sola parola, non una sola vignetta, mancano le onomatopee. Eppure anche questo è un fumetto di Joe Sacco, coerente con tutta la sua opera: non potete solo “guardarlo”, bisogna studiarlo, l’occhio si muove tra i carri e che trascninano gli obici, le gavette del rancio, i recinti di filo spinato a difesa delle trincee e poi i cadaveri, tanti, tantissimi, abbandonati, quel giorno, il primo luglio del 1916 quando la Grande Guerra visse uno dei giorni più terribili, l’inizio della battaglia della Somme.
I fumetti di Joe Sacco sono sempre stati pieni di parole, per leggerli bisogna prendersi qualche ora libera, fare pause, digerire la sofferenza che riesce a far colare sulla pagina quando racconta le famiglie della striscia di Gaza o le cicatrici della Bosnia: per la sua capacità di raccontare la grande storia attraverso le sue vittime, l’Economist ha definito Sacco l’erede di Art Spiegelman, l’autore di Maus, il fumetto che è riuscito a raccontare la Shoah meglio di molti saggi. Visti i lavori precedenti – graphic journalism più che graphic novel, se proprio vogliamo scegliere un’etichetta – “La Grande Guerra ” (Rizzoli Lizard, 25 euro) si presenta come una notevole cesura: è un fumetto muto,
senza vignette, un’unica tavola lunga sette metri, che si può sfogliare divisa in dodici quadri oppure stendere e “leggere” in un’unica soluzione. Non c’è una sola parola, non una sola vignetta, mancano le onomatopee. Eppure anche questo è un fumetto di Joe Sacco,
coerente con tutta la sua opera: non potete solo “guardarlo”, bisogna studiarlo, l’occhio si muove tra i carri e che trascninano gli obici, le
gavette del rancio, i recinti di filo spinato a difesa delle trincee e poi i cadaveri, tanti, tantissimi, abbandonati, quel giorno, il primo luglio del 1916 quando la Grande Guerra visse uno dei giorni più terribili, l’inizio della battaglia della Somme.  
 “Il capitano Duncan Martin, 30 anni, comandante di compagnia e artista nella vita civile, aveva costruito un modello di creta del campo di battaglia su cui si sarebbe svolto l’attacco. Aveva previsto il punto esatto in cui lui e i suoi uomini sarebbero stati esposti al fuoco della mitragliatrice una volta usciti allo scoperto su uno dei fianchi della collina. Si trova qui anche lui, uno dei circa 21mila soldati britannici uccisi o fatalmente feriti nel giorno del più rande spargimento di sangue nella storia militare del loro Paese, prima o dopo di allora”, scrive lo storico Adam Hochschild nell’libretto che accompagna la tavola di Joe Sacco nel cofanetto pubblicato da Rizzoli Lizard. La “grande offensiva” degli inglesi sul fronte occidentale, in Francia, fallisce e l’esercito britannico scopre tutti i propri limiti tattici e di preparazione, i soldati di sua maestà vengono sterminati dai tedeschi. Se proprio si deve scegliere un istante per dare il senso delle proporzioni del massacro della Grande guerra, allora dev’essere il primo luglio 1916, l’inizio della battaglia della Somme. Ne abbiamo parlato con Joe Sacco, al telefono da Portland, in Oregon, dove vive e disegna tra un viaggio e l’altro. Joe Sacco, la Grande guerra si può raccontare soltanto senza parole?
Mi ha sempre affascinato l'idea di un racconto muto, il mio modello è stato l’arazzo di Bayeux, una tela di 70 metri realizzata quasi mille anni fa che racconta l’avanzata dei normanni in Gran Bretagna. I miei genitori vivevano a Malta durante la seconda guerra mondiale, e Malta è stata pesantemente bombardata dai tedeschi e dagli italiani. Sono cresciuto in un’Australia piena di immigrati dall’Europa che erano arrivati
con i loro ricordi nell'immediato dopoguerra. Ma non direi che il mio obiettivo è raccontare la guerra, piuttosto il conflitto in senso più generale. Non mi interessano le “avventure di guerra” ma le conseguenze dei conflitti sui civili. 
Come ci si prepara per lavoro così particolare, un’unica tavola di sette metri? Ho letto più libri sulla prima guerra mondiale che su qualsiasi altro argomento. Potrei direche ho studiato per “La Grande Guerra” da sempre. Ma quando ho cominciato davvero a lavorarci sono andato a Londra all'Imperial War Museum, ho passato molti giorni negli archivi fotografici per studiare le immagini più dettagliate che riuscissi a trovare di cose apparentemente insignificanti. Per esempio? Le selle dei muli. I modelli specifici di camion usati nelle trincee. Nei libri di solito non si trovano immagini delle cucine da campo. O di come i soldati si procuravano l'acqua. Ma sono il genere di cose che puoi scoprire all'Imperial War Musueum. Poi mi sono incontrato con uno storico, sempre a Londra, e gli ho fatto un milione di domande. Quando sono tornato a casa, negli Stati Uniti, e ho iniziato a disegnare. Ci sono voluti otto mesi. Un lavoro lungo. Otto mesi sembrano tanti, ma di solito i miei libri richiedono anni di preparazione, quindi per me è stato molto rapido.
La cosa più complicata è stata trovare il ritmo narrativo giusto, quanto spazio dedicare alla preparazione della battaglia, quanto alla battaglia vera e propria e quanto alle sue conseguenze. L’aspetto più interessante è stato dover disegnare un numero così elevato di personaggi, ricostruire l’incredibile capacità degli esseri umani di cooperare in modo estremamente sofisticato per sterminare i propri simili. Ha avvertito il fascino un po’ morboso che la guerra esercita spesso su chi la racconta? Raccogliere così tante persone insieme genera inevitabilmente una forma di eccitazione e di entusiasmo. Un entusiasmo per la guerra che per l’esercito inglese finisce nella battaglia della Somme. La maggior parte dei soldati che ho disegnato erano volontari: nei momenti che ho raccontato non c’erano coscritti nell'esercito britannico, sono arrivati dopo. Disegnare mi ha permesso di comprendere
davvero l’enorme sforzo organizzativo che richiede uccidere migliaia di persone.
Twitter @stefanofeltri