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L'assalto all'umano sapere

di Jean-Paul Sartre

Jean Paul Sartre nel suo studio a Parigi anni Cinquanta

Nei libri ho incontrato l’universo: assimilato, classificato, etichettato, pensato, temibile anche; e ho confuso il disordine delle mie esperienze libresche con il corso casuale degli avvenimenti reali. Da ciò venne quell’idealismo per disfarmi del quale ho impiegato trent’anni.

Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri. Nell’ufficio di mio nonno ce n’era dappertutto; era fatto divieto di spolverarli, tranne una volta all’anno, prima della riapertura delle scuole. Non sapevo ancora leggere, ma già le riverivo queste pietre fitte: ritte o inclinate, strette come mattoni sui ripiani della libreria o nobilmente spaziate in viali di menhir, io sentivo che la prosperità della nostra famiglia dipendeva da esse. (…) Li toccavo di nascosto per onorare le mie mani con la loro polvere, ma non sapevo bene cosa farne e assistevo ogni giorno a un cerimoniale di cui mi sfuggiva il significato: mio nonno – goffo, di solito, tanto che mia madre gli doveva perfino abbottonare i guanti – maneggiava quegli oggetti culturali con una destrezza da officiante. L’ho visto mille volte alzarsi con un’aria assente, fare il giro del tavolino, attraversare la stanza in un paio di passi, prendere un volume senza esitazione, senza concedersi il tempo di scegliere, scartabellarlo, riandando alla poltrona, con un movimento combinato del pollice e dell’indice, poi, appena seduto, aprirlo con un colpo secco “alla pagina giusta” facendolo crocchiare come una scarpa. Talvolta mi avvicinavo per osservare queste scatole che si aprivano come ostriche, e scoprivo la nudità dei loro organi interni, fogli pallidi e muffiti, leggermente gonfi, coperti di venuzze nere, che assorbiva- no l’inchiostro e mandavano un sentore di fungo. (…)

ERO IL NIPOTE di un artigiano specializzato nella fabbricazione degli oggetti sacri. (...) Lo vidi all’opera: ogni anno ri- stampavano il suo Deutsches Lesebuch. Durante le vacanze tutta la famiglia aspettava con impazienza le bozze. (...) Il postino, finalmente, recapitava grossi pacchetti flosci, con delle forbici tagliavano gli spaghi; mio nonno spiegava le bozze incolonnate, le sparpagliava sul tavolo da pranzo e le crivellava di segnacci rossi; a ogni errore di stampa bestemmiava tra i denti, ma non gridava più, salvo quando la domestica pretendeva di preparare la tavola. Tutti erano contenti. In piedi su una sedia, contemplavo estatico quelle linee nere striate di sangue. (…) Non sapevo ancora leggere, ma ero abbastanza snob da esigere di possedere libri miei. Mio nonno si recò da quel mariuolo del suo editore e si fece regalare Les Contes del poeta Maurice Bouchor, narrazioni tratte dal folklore ridotte per l’infanzia da un uomo che aveva conservato, diceva, occhi di fanciullo. Volli subito cominciare il cerimoniale d’appropriazione. Presi i due volumetti, li annusai, li palpai, li aprii negligentemente “alla pagina giusta” facendoli crocchiare. Invano: non avevo la sensazione di possederli. Tentai senza maggior successo di trattarli come bambole, di cullarli, di baciarli, di picchiarli. (...) Mi impadronii di un’opera intitolata Tribulations d’un Chinois en Chine e me la portai in uno sgabuzzino; là, appollaiato su un letto pieghevole di ferro, feci finta di leggere: seguivo con gli occhi le righe nere senza saltarne una, e mi raccontavo ad alta voce una storia facendo attenzione a pronunciare tutte le sillabe. Mi sorpresero – o mi feci sorprendere – ci furono esclamazioni, e decisero che era venuto il momento di insegnarmi l’alfabeto.

Fui zelante come un catecumeno; arrivavo al punto di darmi lezioni private: mi arrampicavo su quel letto di ferro con Sans Famille di Hector Malot, che conoscevo a memoria, e, metà recitando, metà decifrando, ne scorsi tutte le pagine, una dopo l’altra: quando l’ultima fu voltata, io sapevo leggere. Ero pazzo di felicità: mie, mie quelle voci disseccate nei loro piccoli erbarii, quelle voci che mio nonno rianimava col suo sguardo, ch’egli capiva e che io non capivo! Le avrei ascoltate, mi sarei riempito di discorsi cerimoniosi, avrei saputo tutto. (…) Non ho mai razzolato per terra, non sono mai andato a caccia di nidi, non ho erborizzato né tirato sassi agli uccelli. Ma i libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità. Mi buttavo in incredibili avventure: ero costretto ad arrampicarmi sulle sedie, sui tavoli, col rischio di provocare delle valanghe che mi avrebbero sepolto. (...) Steso sul tappeto, intrapresi aridi viaggi attraverso Fontenelle, Aristofane, Rabelais: le frasi mi resistevano come fossero oggetti; bisognava osservarle, girare intorno a esse, fingere di allontanarmi e ritornarci sopra all’improvviso per sorprenderle quando non tenevano la guardia: quasi sempre esse conservavano il loro segreto. (...) Di queste parole dure e nere ho conosciuto il senso soltanto dieci o quindici anni dopo, e anche oggi esse conservano una loro opacità: è l’humus della mia memoria. (…) Nei libri ho incontrato l’universo: assimilato, classificato, etichettato, pensato, temibile anche; e ho confuso il disordine delle mie esperienze libresche con il corso casuale degli avvenimenti reali. Da ciò venne quell’idealismo per disfarmi del quale ho impiegato trent’anni.

Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2020