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La Comune di Parigi, una liberazione di spazio e tempo

di  Roberto Finelli

Edito da Treccani, un saggio di Kristin Ross, docente di letterature comparate alla New York University. L'autrice indaga l'immaginario politico dell'esperienza cominciata nel marzo 1871. Alcune indicazioni, scrive, sono valide ancora oggi come presagio dell'avvenire.

comune

L’evento della Comune di Parigi, che autogestì la capitale francese per 72 giorni dal 18 marzo al 28 maggio e che fu conclusa con circa 20.000/30.000 fucilazioni, perpetrate dall’esercito francese di Thiers, rimane un simbolo capitale della storia moderna, quale primo esempio di una società organizzata da un potere proletario e ispirata all’immaginario di una vita senza oppressione.
Al di là dei tanti libri che sono stati scritti su quella densissima esperienza sociale, politica ed esistenziale a cominciare dal testo famoso di Marx su La guerra civile in Francia del 1871, ritorna a parlarne e a discuterne oggi Kristin Ross con il volume, uscito in edizione italiana, Lusso Comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi (a cura di Mario Pezzella e Sebastiano Taccola, Rosenberg & Sellier, pp. 192, euro 16).

ROSS, professoressa di letteratura comparata alla New York University, studiosa di Rimbaud, di cultura e storia francese, non ricostruisce tanto le vicende politico-organizzative-militari della Comune, quanto appunto il suo immaginario. Ossia quell’insieme di idee e valori – di nuove forme di relazione e socialità, di istituzioni radicalmente democratiche della politica, di una nuova concezione dell’estetica e dell’arte – sottratto quanto più possibile ad un ordito discriminatorio di classe, che la Comune è riuscita a disegnare nella storia moderna: come un fondo di possibilità d’essere che, al di là di quella datazione storica, possono, secondo l’autrice, ancora valere come interrogazioni del presente e come presagi dell’avvenire. La nota di fondo che ha ispirato la rivoluzione di Parigi e l’animo dei suoi partecipanti è stato, nota la studiosa americana, il trascendimento di un orizzonte nazionale di senso, ancora concluso negli spazi della République française, cui si erano riferiti in precedenza la Grande Rivoluzione dell’89 e la rivoluzione del 1848.

GIACCHÉ ORA, nel marzo del 1871, dopo che nei decenni precedenti la rottura popolare con la borghesia del Secondo Impero era stata sempre più radicale, la Parigi del popolo, anche in seguito al crollo dell’esercito e dello Stato francese di fronte alla vittoria dei Prussiani, veniva con la sua insurrezione a rappresentarsi come la prima decisiva tappa di una Repubblica Mondiale, il cui senso non avrebbe dovuto più assegnare allo Stato-Nazione alcuna funzione e legittimità d’esistenza.
Quei residui nazionalistici, che avevano ancora offuscato il cosmopolitismo della Grande Rivoluzione e che si erano poi cristallizzati nell’imperialismo napoleonico, venivano ora del tutto dissolti, lasciando luogo a una latitudine esemplare, di estensione mondiale, di un nuovo modello di organizzazione sociale, federale, proletaria e socialista, valevole come idea guida per tutti popoli della Terra.

NELLA SUA ISPIRAZIONE antinazionale e antistatuale, la Comune nasceva infatti con l’abolizione di tutte le strutture amministrative, politico-istituzionali, militari, dello Stato francese. Aboliva la verticalità dei poteri tradizionali per rifondare il politico quale sinonimo, per eccellenza, di orizzontalità: a muovere da una moltiplicazione di poteri dal basso, distribuiti nella formazione dei clubs rivoluzionari istituiti in ciascun quartiere parigino e unificati nel Comitato Centrale dei Venti Arrondissements. Aboliva l’esercito, la polizia, ammettendo tra le sue fila tutti gli stranieri perché «la nostra bandiera è la bandiera della Repubblica Universale». Chiudeva le scuole religiose, istituiva gli asili, proclamava la necessità di una educazione scolastica generale e, a partire dalla scuola, la parificazione dei salari tra uomini e donne. E confermava con una amplissima partecipazione popolare la sua peculiare natura proletaria ed operaia, tanto che la sua destinazione utopica a Repubblica Universale è potuta ben valere, a uno sguardo retrospettivo, come la prima, ed ultima, testimonianza di un autentico internazionalismo di classe operaia, drammaticamente poi non più rivissuto e riproposto nella storia della nostra modernità.

Ma ciò su cui soprattutto Kristin Ross appunta la sua attenzione è la liberazione dell’immaginario, la riscrittura dello spazio e del tempo, la diversa immagine urbanistica del vivere, l’uso e la diffusione pubblica dell’arte, il godimento del bello, che la Comune genera e inaugura come sentire e pensare di massa, non più legato al privilegio dei pochi. È quello che appunto la studiosa americana chiama il «lusso comune», ossia l’apertura della vita quotidiana a una dimensione di gioia e di partecipazione festosa. Più propriamente al fatto che una cornice istituita e permanente di socialità e comunitarismo venisse a togliere la differenza tra negotium ed otium, tra tempo dell’obbligo e della fatica e tempo del riposo e del ristoro – in termini marxiani potremmo dire tra tempo pubblico della produzione e tempo falsamente privato della riproduzione – e che si generasse dunque un «nuovo tempo», sia individuale che collettivo, in cui il necessario e l’utile fosse mediato, attraversato e risignificato dal godimento del bello e del superfluo.

REINVENZIONE dello spazio e del tempo, di cui l’episodio più simbolico fu di certo l’abbattimento voluto dai comunardi della Colonna Vendôme, innalzata da Napoleone e simbolo per il proletariato parigino del bellicismo imperialista e nazionalista. Ma a tal fine, oltre ad apprezzare l’ottima traduzione dall’originale inglese fatta da Sebastiano Taccola, non si può non leggere l’acuta e raffinata postfazione al volume ad opera di Mario Pezzella, per intendere quanto la dissoluzione dell’ordine simbolico tradizionale, operata dalla Comune, si sia venuta incidendo nella memoria della modernità come un trascendentale storico, nel senso di essere stato un evento rivoluzionario sconfitto nel passato, ma ricco, per il solo fatto di essere esistito, della possibilità di tornare «riattualizzabile in una contingenza storica completamente diversa».

Il Manifesto 5 gennaio 2021