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La spinta in noi che cerca di riportare tutto com'era

di Walter Siti

Appena qualcosa ci sposta dal nostro stato abitudinario, subito agisce in noi una spinta che cerca di riportare tutto com’era. Ma dal Covid alla crisi climatica, dobbiamo accettare che talvolta non è proprio possibile

immagine art. Siti

FOTO LAPRESSE

In questi giorni di caldo torrido ho pensato spesso a quanto sia potente la forza di inerzia: forse in psicologia ancora più che in fisica. Appena qualcosa ci sposta dal nostro stato abitudinario, agisce in noi una spinta a ripristinare la condizione precedente; a meno che lo spostamento non sia stato da noi (più o meno oscuramente) cercato e voluto.

 Voler stare meglio

La stragrande maggioranza (me compreso) ha l’impressione che l’attuale cambiamento climatico che ci minaccia non sia stato né cercato né voluto – è capitato, sta capitando. Quasi tutti gli scienziati sono d’accordo che l’accelerazione abbia una causa “antropica”, ma non sono io l’ànthropos: è l’umanità in generale, è il progresso che ha girato male, è l’economia capitalista (ma anche comunista, in Cina), è lo sfruttamento sconsiderato delle risorse del pianeta che però non è direttamente colpa mia, io mi sono limitato a voler stare meglio.

Reggere personalmente sulle spalle il peso dell’intera umanità appartiene a pochi santi, religiosi o laici. Il desiderio generalizzato di “stare meglio” ci ha condotto a un punto che porterà il futuro genere umano a star peggio, ecco tutto. Siamo stati l’apprendista stregone di noi stessi, che farci, che fare?

Se il cambiamento non è stato cercato, ecco entrare in funzione il principio di inerzia: per prima cosa rimuovere il problema, sostenere ai primi freschi che tutto ‘sto riscaldamento in fondo non c’è. O, più sottile, minimizzarlo e rimandarlo. Tre anni fa gli scienziati ci dissero che dopo undici anni il cambiamento sarebbe stato “irreversibile”: ne restano solo otto, che presumibilmente andranno come i tre che sono già passati – convegni preoccupati e inefficaci, promesse internazionali, raccomandazioni delle autorità, qualche guadagno di aziende lungimiranti e astute, manifestazioni giovanili incazzate per rassegnazione, servizi giornalistici spettacolarmente apocalittici, prese di coscienza limitate, un allargar di braccia degli ambientalisti («la nostra Fondazione già nel 2002 aveva avvertito…»).

Dunque non resta che cambiar senso all’aggettivo “irreversibile”; scenari diversi per il 2050, a reversibilità parziali a seconda che il mondo si comporti così o cosà. Convincere gli inquinatori che disinquinando guadagneranno lo stesso. Ci saranno qualche incendio e qualche alluvione in più, in alcuni luoghi della Terra (lontani da noi) qualche isola sparirà, altrove avanzerà il deserto, il Mediterraneo non godrà più del suo bel clima temperato, ma insomma si troverà un accomodamento. Si potrà condurre, più o meno, la vita che abbiamo sempre fatto.

Certo, se ciascuno di noi si sentisse davvero responsabile dell’insieme, anch’io dovrei cambiare radicalmente le mie abitudini più consolidate; basta col mangiar carne, basta coi viaggi aerei inutili (i cosiddetti “viaggi di piacere”), basta coi detersivi e con le macchine che fanno risparmiar tempo in casa; e basta comprare vestiti che comportano bambini sfruttati nel Terzo mondo, informarsi sempre sull’origine di ogni oggetto che compro, basta coi pomodori ciliegini che foraggiano la camorra che seppellisce i rifiuti tossici vicino alle falde acquifere. Una vita di attenzioni costanti, di autodivieti, di manifestazioni e sit-in, una vita in armi.

L’inerzia ci riporta dolcemente a mutamenti più blandi: qualche bistecca in meno, magari l’auto elettrica, i prodotti green, il commercio equo e solidale, la banca etica – e per il resto sperare. Si dirà che è un atteggiamento da vecchi borghesi indifferenti e ignavi, ma la nostra (occidentale, affluente fino a prova contraria) è una società di vecchi e a conduzione borghese; si fanno sempre meno figli, si vive schiacciati sul presente, sempre meno ingombrante è l’idea di un’eredità da lasciare alle future generazioni; alla gloria si è sostituita la notorietà, che dura un quarto d’ora. Mai del tutto confessato, serpeggia il pensiero che al clima ci penseranno quelli che verranno dopo quando proprio non potranno farne a meno. E, ancor meno confessata, si annida la bieca convinzione che i primi a soffrire mortalmente delle catastrofi ambientali saranno i paesi poveri, o i poveri in genere: se uno ha abbastanza quattrini, ci sarà sempre per lui un buen retiro, o un mare cristallino, o un verde parco in cui trincerarsi.

Scala di piaceri

Il principio d’inerzia sta funzionando in pieno anche nell’affrontare la pandemia. Anch’essa un cambiamento improvviso di abitudini, non voluto né cercato; e anche in questo io non ho avuto nessuna responsabilità (ma semmai i cinesi, lo spillover, la zoonosi e quindi ancora l’incoscienza dell’ànthropos in generale che ha disboscato eccetera, io sono sempre stato attento). In primo piano, anche qui, la rimozione: è poco più di un’influenza, ai ragazzi non gli fa niente, ora ci penseranno i vaccini, diamo fiducia alla scienza, ringraziamo i medici eroi; ne saremo fuori entro il 2020, no ci vorrà tutto il 2021, macché ci tormenterà per tutto il 2022, sicuro per il 2024 il problema sarà risolto. Si è cominciato a parlare di “pandemiocene”, cioè addirittura di un’èra in cui alla fine di una pandemia ne seguirà un’altra; ma nessuno ci crede nel profondo, tutti nell’anima nutriamo il sogno che le cose tornino com’erano nel 2019: abbracciarci quando ci incontriamo, fare sesso se capita l’occasione, urlare allo stadio e ai concerti, respirare senza museruola. Ripristinare la condizione iniziale anche se è stata quella, quel modo di vivere, che ha causato i guai di ora; ma, di nuovo, non tornare alla condizione precedente significherebbe invertire il nostro modello di sviluppo, cioè cambiare in modo complicato e pesante le nostre abitudini di vita e la nostra scala di piaceri – un compito così faticoso che quasi quasi converrà dare per scontato un certo numero di morti all’anno per il virus di turno e via (come già facciamo per i morti sulla strada, sul lavoro, per i tumori da inquinamento eccetera).

E allora vediamola, ‘sta benedetta scala di piaceri. Temo che si possa ridurre a una verità malinconica e banale: i piaceri esteriori sono più sicuri e più facilmente riproducibili di quelli intimi, e tra i piaceri esteriori i più soddisfacenti sono quelli che si possono ostentare, mostrare in immagini; alla fine pare una coincidenza un po’ strana anche a noi, ma si scopre che i piaceri in cima alla scala sono i più facili, quelli che si ottengono pagando o manipolando le opinioni altrui – insomma soldi e potere, come sempre, innervati dal nuovo slancio della tecnologia e dei social media. Ci vorrebbe l’etica, un’etica popolare e condivisa, che però pare latitante. (Escludiamo i religiosi autentici, i maniaci di un’unica passione, i pochi artisti asceti e gli innamorati persi). È questo, grosso modo, che la nostra società intende per benessere (il famoso “stare meglio”); è per difendere questo tipo di piaceri che siamo disposti ad accettare passivamente cambiamenti strutturali decisivi ma invisibili, in termini di perdita di democrazia o di cessione della nostra diversità più segreta – purché, appunto, questi cambiamenti (tecnologici, finanziari, psico-sociologici) siano invisibili, così lenti che non ce ne accorgiamo e non mettano in allarme il nostro principio di inerzia.

La droga del benessere

Una settimana fa mi trovavo a visitare i resti dell’antico palazzo di Cnosso, a Creta, turista come molti sotto un sole cocente e sotto il volo ansiogeno dei canadair. Il turismo è l’attività in cui, contrariamente alle apparenze, il principio di inerzia ha più agio di imporsi: col pretesto della curiosità, dei luoghi nuovi, perfino dell’avventura, quel che il turista cerca è il ripetersi rituale, anno dopo anno, della stessa fuga – e del poterselo permettere. Eravamo tutti lì, estivanti policromi, decisi a far finta che le nostre mascherine non esistessero, che all’aeroporto non ci avessero chiesto il green pass, che non cercassimo istintivamente di evitare gli assembramenti al bookshop o in fila per una spremuta d’arancia. Stavamo accettando di mettere le limitazioni tra parentesi pur di avere una (consolatoria) sensazione di ritrovata normalità. Così come mettevamo tra parentesi che il nostro viaggio era stato registrato in mille siti, che decine di aziende ci avevano tracciato a nostra insaputa, avevano venduto i nostri dati, sapevano tutto delle nostre preferenze su quello e su altri piaceri; e come mettevamo tra parentesi gli incendi sull’isola, l’aver visto boschi carbonizzati, l’inefficienza spocchiosa e imbarazzata del governo greco di destra.

Mai come in quel momento ho sentito che il benessere così inteso funziona come una droga, capace di dare dipendenza o le smanie dell’astinenza, e che assomiglia a una prigione.

Da cui forse, a livello di inconscio collettivo, desideriamo uscire – forse desideriamo fermare una corsa che ha un traguardo sempre più buio, ma quanto a cambiare direzione è più difficile.

Il principio di inerzia, in fisica, ci insegna che un corpo abbandona il proprio stato di quiete soltanto se intervengono forze esterne; in psicologia, la forza esterna può essere soltanto una conversione. Ma sul piano sociale? In All’ombra delle fanciulle in fiore Proust descrive la sala da pranzo di un luogo turistico in cui cenano i ricchi – una sala così adorna di vetrate che i poveri, il naso schiacciato contro i vetri, la immaginano come un acquario popolato di pesci favolosi; quanto ci vorrà, si chiede Proust, prima che i poveri si decidano a rompere il vetro e a mangiarsi i pesci?

Domani, 17 agosto 2021