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Verso il 25 aprile

Paolo Pezzino
storico*

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Sfilata di partigiani a Milano FOTO ARCHIVIO STORICO LAPRESSE

Si tende a semplificare la storia della liberazione come una lotta fra comunisti e fascisti, come se fosse
stata una guerra privata. La realtà è più complessa e solo capendola a fondo si riconoscono le nostre radici

Cosa ricordiamo e cosa celebriamo il 25 aprile, anniversario della liberazione del 1945? Ricordiamo la fine della guerra, la sconfitta dell’esercito tedesco nel nostro paese, la caduta definitiva del regime fascista. Celebriamo il sacrificio dei tanti per la liberazione: militari provenienti dalle nazioni alleate contro Germania e Italia, civili combattenti come partigiani, militari italiani internati nei campi nazisti dopo l’8 settembre. Resistenti senza armi, che si sono opposti al fascismo, deportati e perseguitati politici e razziali, molti morti per quel loro impegno; civili inermi trucidati perché considerati complici di coloro che tedeschi e fascisti repubblicani chiamavano sprezzantemente “banditi”.

La contrattazione
Nell’aprile del 1945 era ripresa l’offensiva alleata contro la Li-nea gotica. Le formazioni partigiane furono finalmente unificate sotto il Comando del corpo volontari della libertà (Cvl); i Comitati di liberazione nazionale avevano dovuto fare i conti con la presenza degli alleati in Italia, e con le differenziazioni, a volte veri e propri contrasti, fra le forze politiche che li componevano. Da un lato furono perciò costretti a ricercare la legittimazione alla loro funzione di governo in una continua contrattazione con gli alleati e col governo Bonomi. Dall’altro lato la loro unità non fu mai un dato scontato e acquisito una volta per tutte, ma il risultato di un compromesso difficile e continuo (ma per questo ancor più significativo) fra le diverse posizioni e strategie dei vari partiti impegnati a combattere contro i tedeschi e i loro alleati fascisti repubblicani.

Gli accordi
Il 7 dicembre del 1944 un accordo era stato firmato fra il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, generale Maitland Wilson, e una missione del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia: quest’ultimo si impegnava a cooperare con gli alleati, a riconoscere la loro autorità dopo la liberazione, cedendo al governo militare «tutti i poteri di governo e di amministrazione precedentemente assunti» e accettando di passare il comando del Corpo volontari della libertà alle dipendenze del comandante supremo alleato, di sciogliere le formazioni partigiane e consegnare le armi. In cambio ottenne una sovvenzione mensile di 160 milioni di lire, e la conferma a capo del Cvl di Cadorna, un militare, con Parri e Longo vicecomandanti. Poco dopo, il 26 dicembre del 1944, un altro accordo fu firmato col governo italiano, nel quale questo riconosceva il Clnai come organo dei partiti antifascisti nei territori occupati e lo delegava a rappresentarlo; da parte sua il Clnai dichiarava il governo italiano la sola autorità civile legittima nell’Italia giàliberata e in quella che lo sarebbe stata in seguito.

Arrendersi o perire
Quegli accordi segnarono la rinuncia ad una presa del potere da parte del Cln e dei partigiani dopo l’insurrezione, che nelle condizioni politiche dell’Italia avrebbe potuto attuarsi solo con una sanguinosa prosecuzione della guerra civile, e questa volta non fra fascisti e antifascisti, ma fra le stesse forze antifasciste (così come sarebbe avvenuto in Grecia nel 1946); ma quegli accordi segnarono anche la possibilità per il Clnai di dirigere l’insurrezione nazionale. Il 16 aprile le formazioni partigiane furono mobilitate per partecipare alla battaglia finale. Il 25 aprile il Clnai assunse tutti i poteri militari e civili: alle ore 8 da Milano proclamò via radio l’insurrezione armata in tutti i territori ancora occupati, e Pertini incitò all’insurrezione i milanesi: «Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire».

La resa
Il 29 aprile alla reggia di Caserta i tedeschi, alla presenza di ufficiali del Regno Unito, degli Stati Uniti, e di un osservatore sovietico, firmarono l’atto di resa incondizionata, operativa a partire dalle ore 14 del 2 maggio: a quella data le principali città del nord erano state liberate dai partigiani. A Genova il generale Meinhold a villa Migone firmò la resa tedesca davanti al presidente del Comitato di liberazione nazionale per la Liguria, Remo Scappini, unico caso di una grande città europea nella quale i tedeschi si arresero ai “banditi”. Il 28 aprile a Milano cessarono i combattimenti, e gli alleati vi entreranno il 30 aprile. Il 27 e 28 aprile Torino fu liberata per opera dei partigiani.mA Milano il 6 maggio 1945 i componenti del comando generale del Cvl guidarono la sfilata della liberazione: in prima fila, tutti in abiti civili, Parri, Longo, Cadorna, Argenton, Mattei e Stucchi. In quello stesso giorno la bandiera del Corpo volontari della libertà (oggi custodita nel museo sacrario delle bandiere al Vittoriano) fu decorata dal generale americano Crittenberger con la Medaglia d’oro, conferita con decreto luogotenenziale del 15 febbraio 1945.

Resistenze
Qualcuno ha voluto ridurre la resistenza armata a una sorta di guerra privata fra fascisti e comunisti. Chi lo afferma non conosce la storia di quei mesi: non erano comunisti i soldati della divisione Acqui a Cefalonia che si rifiutarono di arrendersi ai tedeschi, in nome di motivazioni certo molteplici – l’onore militare, il giuramento di fedeltà al re, la speranza di conquistarsi con le armi il rientro in Italia, in alcuni il manifestarsi di una coscienza antifascista – ma che rappresentarono comunque un segnale di riscossa per tutto il paese, per la patria comune. Non erano comunisti le centinaia di migliaia di soldati italiani internati, dopo l’8 settembre, nei campi tedeschi, senza che venisse loro riconosciuta la qualifica di prigionieri di guerra, che in maggioranza si rifiutarono di barattare la propria libertà con l’adesione al regime di Salò, seppure sottoposti a durissime condizioni di prigionia, alle quali molti non sopravvissero. E se proviamo a declinare al plurale la parola Resistenza, per comprendervi tutta la varietà di comportamenti e vissuti che il popolo italiano mise in atto nei mesi dall’armistizio alla Liberazione, ne ricaveremo anche un’immagine diversa da quella di un’enorme massa di indifferenti al conflitto che si combatteva in Italia fra fascisti e antifascisti. Accanto all’antifascismo consapevole, con o senza armi, ricordiamo allora i gesti e i comportamenti di coloro che si opposero comunque all’occupazione tedesca e alla Repubblica sociale, in una resistenza civile diffusa e articolata. Con atteggiamenti di disobbedienza, spesso in nome di un antifascismo esistenziale e prepolitico, comunque sempre pericoloso per chi lo praticava.

La ricostruzione
Ma anche solo limitandoci alla resistenza armata, dobbiamo ricordare che, accanto alle formazioni comuniste (nelle quali peraltro non erano comunisti tutti coloro che vi militavano) vi erano gli azionisti, i cattolici, i liberali, le formazioni autonome e quelle composte prevalentemente da militari. Le forze politiche che avevano guidato la Resistenza si legittimarono come nuova classe dirigente dell’Italia proprio in quanto avevano saputo dirigere la lotta contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca, valorizzando ciò che le univa rispetto ai loro programmi divergenti per il futuro dell’Italia; e la Costituzione, che contribuirono a elaborare, fu un felice compromesso che vide l’apporto di tutte le principali correnti ideologiche e forze politiche, ognuna delle quali rinunciò a una parte delle proprie posizioni per privilegiare l’accordo con le altre sui princìpi generali che avrebbero regolato da allora in poi la vita della Repubblica. La rottura politica del 1947 e il piombare del paese nella guerra fredda fecero sì che entrambi gli schieramenti, quello sconfitto e quello vittorioso, sentissero la necessità di preservare, pur con un percorso non sempre lineare nelle varie fasi della storia repubblicana, un terreno di unità sui fondamenti, rappresentato da quell’accordo.

*Storico e accademico,è presidente dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri – Rete degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea. Autore di Paesaggi della memoria. Resistenze e luoghi dell’antifascismoe della liberazione in Italia, a cura di Archividella Resistenza, Pisa, Ets, 2018

Domani 12 aprile 2022