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La scuola di classe

di Toni Visentini


castello

 

 

 

 

 

 

 

Eccola qua una bella ricerca da fare presto, con tanto di dati, tabelle, interviste e magari proiezioni nel lungo periodo. Una ricerca per farci capire come vive, come si muove nel profondo (se si muove) la nostra società. Una ricerca che riguarda i giovani e le famiglie, il passato e il presente, ma soprattutto il futuro.

Lo spunto viene dall’Austria dove è stato il ministero alla pubblica istruzione a muoversi e dove è stato lanciato il primo allarme: nel campo dell’istruzione superiore c’è sempre meno mobilità tra le classi sociali. Insomma: l’istruzione universitaria e specialistica torna a essere una questione di censo. Vanno avanti non i più dotati, bensì i più ricchi o quelli che comunque provengono da famiglie in cui cultura e istruzione sono un dato storico acquisito. In parole semplici, come ha titolato l’austriaca Tt: studiare resta un privilegio.

I dati, per sommi capi, dicono che nel giro degli ultimi dieci anni la quota degli studenti provenienti dagli strati sociali più bassi è passata dal 26 al 19%. Quelli del ceto medio sono passati dal 28 al 31% mentre la quota di giovani proveniente da famiglie ricche ha fatto un balzo in avanti dal 28 al 33%.

La situazione non cambia — anzi peggiora, confermando questa sorta di selezione per censo e per classe — se si guarda poi al tipo di indirizzo di studio universitario. Solo il 9% degli studenti universitari provenienti da famiglie di ceto alto sceglie facoltà pedagogiche, appannaggio degli studenti dei ceti più bassi. Non sarà forse perché non ci si arricchisce con l’insegnamento?

Una sorta di controprova arriva dalla facoltà di medicina (quella del numero chiuso, delle italiche dinastie familiar-baronali e delle tanto contestate prove di ammissione): qui solo l’11% proviene da ceti sociali bassi. Ceti i cui giovani universitari sono poi quelli che con maggior frequenza abbandonano gli studi dopo pochi mesi. Fanno eccezione — la Chiesa in questo è grande madre democratica — gli studi di teologia dove ben il 31% degli studenti proviene da famiglie povere.

Come si vede anche da questi pochi dati austriaci, la questione è chiara: torna la scuola di classe, si marcia verso u na società i nt e r na mente s e mpre meno dinamica e aperta che rischia di perpetuare stratificazioni di censo e di cultura anziché eliminarle.

E in Italia come vanno le cose? E nel nostr o Al t o Adige-Südtirol che ha comunque visto in pochi decenni la trasformazione di una società quasi completamente rurale? La materia non è ininfluente per una società che voglia evolversi e crescere facendo valere merito nonché capacità, dunque per una società democratica, non di caste, come insegnava don Milani.

Corriere dell’Alto Adige 8 settembre 2010