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Giorno della memoria. Che cosa ricordare e perché farlo.

di Anna Foa

Capita di domandarsi, assistendo al moltiplicarsi delle iniziative in occasione del 27 gennaio, che cosa avrebbe detto Primo Levi di fronte a quest'ipertrofia della memoria, lui che fin dai primi anni tanto ne aveva orientato i percorsi. Perché nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, egli ci appare consapevole della necessità di un ripensamento, o meglio di un approfondimento, non certo sulla necessità o meno di ricordare, ma sul senso da dare a questa memoria. Un punto su cui sempre più negli ultimi anni ci si interroga, ebrei e non ebrei: cosa ricordare e perché?

E quale uso pubblico fare di questa memoria: quello di una ricostruzione sempre più attenta degli eventi, quello di una riparazione del crimine e di disvelamento di ciò che i perpetratori avevano voluto deliberatamente occultare, quello di un monito perché tali eventi non si ripetano mai più? Intanto, la rete porta ovunque i deliri negazionisti che solo pochi anni fa ci sembravano residui del passato, rendendo gli stessi strumenti della nostra memoria, l'insegnamento e il rito civico dell'anniversario, come desueti e inefficaci.

E mentre ogni anno le iniziative sembrano moltiplicarsi all'infinito, questa memoria sembra crescere su se stessa, staccata ormai completamente da qualsiasi rapporto con una storia che non sia la sua storia particolare, senza aver chiaro il rapporto tra un ruolo simbolico, che fa della Shoah il modello di ogni sterminio e fin di ogni trauma collettivo, e uno puramente celebrativo. Una funzione conoscitiva o una funzione etica? O ambedue, ma in che modo intrecciate? Questa è la domanda a cui ci troviamo di fronte, quella a cui, di fronte alle nuove sfide che ci vengono dal mutamento del mondo intorno a noi, non possiamo non tentare almeno di rispondere, nella consapevolezza della gravità della posta in gioco.

Perché di un punto almeno siamo sicuri, che la memoria della Shoah non è fenomeno irrilevante o marginale, ma un fondamento della nostra storia, della nostra cultura e della nostra etica civile. E intanto continuiamo a celebrare i nostri riti, non disconoscendone il senso e il valore, tormentati tuttavia sempre dal dubbio che una memoria di tal fatta non finisca per diventare un ricordo fine soltanto a se stesso, se non addirittura un modo per non ricordare.

Il Sole 24 Ore Domenica 24.01.2011