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Maledetto il Paese che non ha bisogno di giovani

di Miguel Deunamuno

Non ci sono correnti vive interne nella nostra vita intellettuale e morale; questo è un pantano di acqua stagnante, non una corrente sorgiva. Solo una sassata può agitare la superficie e, tutt’al più, smuove il fango sul fondo e intorbidisce l’acqua del pozzo. Sotto un’atmosfera soporifera si estende un deserto spirituale di un’aridità terrificante. Non c’è freschezza né spontaneità, non c’è gioventù.

Ecco qui il punto terribile: non c’è gioventù. Ci saranno i giovani, ma la gioventù manca. E il punto è che l’Inquisizione latente e il formalismo senile la tengono repressa. In altri Paesi europei appaiono nuove stelle, la maggior parte di esse sono erranti e scompaiono subito dopo la loro comparsa; c’è il galletto del giorno, il genio della stagione; qui no, non c’è nemmeno questo: sempre gli stessi cani e con gli stessi guinzagli.

Si dice che, qua e là, ci siano germi vivi e fecondi,mezzi nascosti, mail terreno è così pressato e compatto che i teneri germogli dei semi profondi non riescono a rompere lo strato superficiale della crosta, non ce la fanno a ne nei confronti della gioventù, si trova un superstizioso servilismo verso gli incensati. È stato esercitato con furia implacabile il compito di tormentare e schiacciare i germogli freschi, senza distinguere il tenero dalla sterpaglia in cui cresceva, e non sono stati toccati il vischio, i tumori e le escrescenze delle vecchie querce, incensate e intoccabili. Quanti giovani morti nel fiore di questa società, che ha occhi solo per il trito e ritrito, cieca verso quello che si sta facendo! Giudica morti tutti quelli che non si sono iscritti in una delle tante massonerie, quella bianca, quella nera, grigia, rossa, blu...

Si aggiunga, inoltre, che la povertà della nostra nazione rende difficile guadagnarsi la vita e mettere radici; il primum vivere soffoca il deinde philosophari. I giovani tardano a lasciare i lembi della gonna materna,a separarsi dalla placenta familiare e, quando lo fanno, disperdono le loro forze nella ricerca di un padrino che li guidi in questa savana agghiacciante.

Per sfuggire all’eliminazione, mettono in atto tutte le loro facoltà camaleontiche sino a prendere il colore grigio scuro e sbiadito dell’ambiente circostante, e ci riescono. Non è un adattarsi alle circostanze facendo sì che queste si adattino a loro volta, attivamente, a essi; è un adagiarvisi passivo.

Viviamo in un Paese povero, e dove non c’è farina è tutta una moina. La povertà economica spiegala nostra anemia mentale; le forze più fresche e giovanili si esauriscono nel tentativo di affermarsi, nella lotta per il destino. Sono poche le verità più profonde di quella per cui, nella gerarchia dei fenomeni sociali, quelli economici sono i primi principi, gli elementi.

E il nostro male non è tanto la povertà, quanto l’impegno a esibire quello che non c’è. La povertà del bollito fatto con le ossa, l’insalata di carne delle altre sere, i dolori e le lamentele dei sabati e le lenticchie del venerdì contribuirono senz’altro alle veglie notturne passate nella lettura dei libri di cavalleria che seccarono il cervello al povero Alonso il Buono. Ed è ancora corrente tra noi l’aforisma di Dómine Cabra secondo cui la fame è salute; fa proseliti il dottor Sagredo, e si continua a ribadire gravemente che i tumori esprimono la forza del sangue, e gli attacchi di epilessia l’eccesso di salute. E ci prescrivono la dieta come ricetta. E attenzione a dire la verità! Quello che la dichiara virilmente, senza ambasce né circonlocuzioni, viene accusato di pessimismo dagli spiriti fragili e scettici. Si vuole continuare la ridicola commediadi un popolo che finge di ingannarsi riguardo al proprio stato.

Non c’è una Giovane Spagna, né qualcosa che vi corrisponda; nessuna protesta che non sia quella trincerata attorno ai tavolini dei caffè, dove si dispensa ingegno e si spreca vigore. E quegli stessi oratori protestanti dei caffè, molti di loro briosi e pieni di vita, quando si trovano di fronte al pubblico si comprimono e, paralizzati e come stregati dalla vista della bestia collettiva, si mettono a intessere le più colossali volgarità e i canti più ritriti della pubblica routine. Si soffoca la gioventù senza comprenderla, volendola di certo seria e formale; come Dio vuole il Faraone, prima la si assorda, poi la si chiama e, vedendo che non risponde, la si denigra. La nostra società è la vecchia e castiza famiglia patriarcale allargata. Viviamo in piena presbitocrazia  ( vetustocrazia, è stata chiamata), sotto il senato dei sachems, subendo l’imposizione di vecchi incapaci di comprendere lo spirito giovane e che mormorano: «Non spingete, ragazzi», quando non fanno da anestetici per quelli che accolgono sotto la loro protezione: «Ah! Lei è ancora giovane; ha molto tempo davanti a sé...», come dire «lei non è ancora abbastanza tonto per potersi avvicendare con me. La sconcertante  gerarchia chiusa dell’antichità e l’occlusione di tutte le vie.

Gli stessi giovani invecchiano o, meglio, si invecchiano subito, si formalizzano, si istupidiscono, si incasellano e fanno quadrato e, diventando disciplinati come un turacciolo, possono entrare come pedoni nella nostra scacchiera spagnola e, se si comportano da bravi bambini, diventare alfieri.

Dov’è assente la gioventù manca anche un vero spirito di aggregazione, che nasce dal traboccare della vita, dal vigore che monta e si travasa. Qui le società nascono ossificate - se nascono -, perché l’asocialità è uno dei nostri tratti caratteristici. Estesa alle relazioni sessuali, la nostra asocialità fomenta la brutalità maschilista, fonte di grandi volgarità e di oscene posture, per finire sottomettendo gli uomini a capricci e piccoli intrighi femminili, cometanti pulcinella. È deprimente per l’anima vedere i danni della nostra asocialità, del nostro stato brado mascherato. [...]

Nella vita comune e nei commerci della gente, l’estrema povertà di idee ci porta a saturare la conversazione, come riempitivo, con parolone goffe, mascherando così la balbuzie mentale, figlia di quella povertà; e l’opacità di ingegno, digiuno di nutrimento sostanzioso, ci conduce a divertirci con la barzelletta da taverna e altre basse oscenità. Persiste la propensione alla volgare ordinarietà che ho segnalato come caratteristica del nostro vecchio realismo castizo.

Su questa miseria spirituale si estende il polipo politico e in questa anemia si sono congestionatii centri più o meno parlamentari. In una politicuccia così meschina l’ingegnosità soppianta il sapere solido e si fanno scaramucce da guerriglia. La piccolezza della politica diffonde il suo virus a tutte le altre estensioni dell’anima nazionale. Ed è in crisi persino il polipo. I vecchi partiti, rinsecchiti nella loro scorza autoritaristica, si trascinano aridi e spunta, come segno dei tempi, il bon ton scettico, quello della distinzione elegante, il neoconservatorismo dilettantesco e da signorini con colpi plutocratici.

La Stampa 19 febbraio 2011