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L'indifferenza per la cultura, ecco la fonte perenne della crisi

 di Antonio Polichetti

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I rapporti della Corte dei Conti degli ultimi anni attestano alla voce “corruzione”uncosto per la collettività equivalente a 60 miliardi di euro all’anno. Il costo più alto sta nella sottrazione di servizi, nella diminuzione metodica del welfare state, nella crescente impossibilità di offrire prospettive einvestimenti per le future generazioni.

 (…) Si può osservare in tutta evidenza che, mentre i centri di ricerca di base e gli istituti di cultura sono privi di risorse, il “blocco sociale” denunciato da Pasquale Saraceno(un coacervo di forze formatoda imprenditoria corrotta, politicae pubblica amministrazionedeviata in favore di interessi criminali, intellettuali o professionisti che mettono al servizio di tali interessi le proprie competenze e le stesse organizzazioni criminali) domina incontrastato nella sua capacità di drenare a proprio piacimentoi flussi di denaro pubblico che servirebbero ai servizi più essenziali e allo sviluppo del Paese. (…) Il campanello d’allarme dovrebbe suonare per tutti noi proprio osservando la raggelante indifferenza delle classi di governo verso l’istruzione, verso le risorse intellettuali soprattutto giovani presenti nel Paese, verso la cura necessaria che dovrebbe essere dedicata alla formazione del cittadino.(…) Non è casuale l’opposizione tra cultura e “blocco sociale” perché proprio Pasquale Saraceno intravedeva nella cultura,intesa come formazione degli uomini e di un ceto medio colto e civilmente forte, non soltanto  preparato tecnicamente alle professioni, l’unica via per sconfiggere il “blocco sociale”senza accettare connivenze e compromessi come, invece, troppo spesso avviene in ambito economico e professionale, politico e dirigenziale in tutto il Paese. (…) Tale elemento patologico della vita pubblica trasforma questioni di interessegenerale in questioni di profitto, interessi e potere. (…) La crisi economica è soprattutto una crisi morale e non c’è speranza di venirne concettualmente a capo se non la si colloca nel posto giusto. (…) I potentati che controllano e dominano gli Stati temono la cultura e il pensiero critico. (...) Un popolo capace di guardare razionalmente al presente è un popolo dotato di cultura e senso storico ed in grado di teneregli occhi aperti su ciò che accade per capirne la logica e cambiarla. (...) Senza la formazione del cittadino, ma con la sola istruzione professionale e specialistica, quest’obiettivo non è realisticamente raggiungibile. Senza la formazione dell’uomo e del cittadino, resa pienamente accessibile a tutti, non vi è la possibilità di esprimere, se non in forma spiritualmente impoverita, capacità politica diffusa in tutte le pieghe della società, facoltà più necessaria e allo stesso tempo manchevole nel nostro tempo. Né sarà possibile far concorrere i migliori talenti allo sviluppo della nostra società e secondo interessi e valori etici comuni. La disuguaglianza nello sviluppo delle facoltà umane e dei talenti e della capacità politica di ognuno, ancor più grave della disuguaglianza materiale da cui pur in parte dipende, risale a una scarsa attenzione dei governi alle politiche della formazione. Non solo istruzione, ma formazione, costruzione della personalità umana in tutti i suoi aspetti: costruzione che afferisce anche all’educazione politica in senso proprio. La diseducazione politica che riscontriamo diffusa e radicata ogni giorno è alla base di tutti inostri mali.

 

Il Fatto Quotidiano 08.03.2014