Lettera a un ragazzo che vuole fare politica

di MICHAEL IGNATIEFF

CARO amico,

mi ha colpito che tu ti sia rivolto a me per avere un consiglio in vista del tuo ingresso in politica. Chi ha alle spalle una carriera politica difficile, crudele e breve — come la mia — è grato che qualcuno tenga in considerazione la sua opinione. Posso solo dire che il mio pensiero ha “l’autorità del fallimento”, come scrisse Francis Scott Fitzgerald.

Prima di tutto devi capire il perché di questo tuo desiderio. Non sai quanta gente entra in politica senza saper dire perché tiene tanto a farlo. Le motivazioni, in realtà, sono sempre le stesse: il desiderio di gloria e di fama, l’opportunità di fare qualcosa di importante, che davvero migliori la vita di tante persone. Devi far parte di quelli che hanno ambizioni smisurate, addirittura ridicole, che vogliono far valere le loro idee al di là di quella che può essere una conversazione intelligente attorno a un tavolo. Devi sentire una sorta di vocazione, essere convinto che sia assolutamente necessario fare qualcosa e che la persona giusta sei proprio tu. 

Io avevo la vocazione della politica. Mi mancava però l’attitudine alla lotta politica. Gli attacchi li vivevo come affronti personali, il che è un grave errore. Non c’è mai niente di personale, sono solo affari. È così da sempre. Ci si può preparare al combattimento guardando gli incontri da assistente, dietro le corde del ring, come facevo io quando avevo vent’anni. MA, credimi, quando sei tu a salire sul ring, il primo pugno ti lascia sempre sconvolto. È in quel momento, quando ti scuoti e ti riprendi, che capisci se il tuo primo istinto è combattere o scappare.

Sono entrato in politica con la convinzione che se sostenevo le mie tesi in buona fede qualcuno mi avrebbe ascoltato. È una supposizione logica, ma sbagliata. In cinque anni e mezzo di attività politica nessuno si è mai preso la briga di criticare le mie idee in sé. Il problema non è mai stato il messaggio. È sempre stato il messaggero.

Non attaccheranno ciò che dici e neppure il tuo diritto di dire quel che vuoi. Nel mio caso dicevano che ero stato troppo tempo all’estero, non ero “uno di noi” bensì “uno di loro”. Ero “in visita”. Le critiche più dure da affrontare non sono quelle false, ma quelle che hanno in sé un pizzico di verità. 

La mia permanenza all’estero non era motivo di vergogna, ma non mi è stata esattamente d’aiuto nel costruire la fiducia che qualsiasi politico deve instaurare con il proprio elettorato. 

Per creare dal nulla quella fiducia serve autenticità. Non si può far finta di essere diversi da ciò che si è. Chi dice che la politica è una recita ha capito male. Non si interpreta un personaggio. Si è in palcoscenico, questo è vero, ma nel ruolo di se stessi. La gente non deve identificarsi con la tua vita per votarti, ma deve credere che tu sei chi dici di essere.

Adesso mi farai l’elenco di tutti i farabutti ipocriti che sono arrivati al potere senza essere autentici. Mi hai frainteso. Uno come Richard Nixon aveva autenticità da vendere. Gli elettori sapevano esattamente chi era: ambiguo, manipolatore, ipocrita e del tutto simile a loro. In lui vedevano loro stessi. Per essere autentico devi avere pieno possesso della tua vita. Riconoscere tutto. John Kerry è stato vittima degli attacchi dei veterani perché non è riuscito a ammettere, nel suo intimo, di essere stato quel giovane tenente che, al ritorno dal Vietnam, rese al Congresso una testimonianza sulle atrocità di cui era stato testimone sul delta del Mekong. 

Non ha saputo dire: «Sì, ero proprio io. Se non volete votare per un uomo che ha criticato il suo Paese, fate pure».

La gente finisce per perdonare quasi tutto ai candidati se lottano per il diritto di essere se stessi. La vera battaglia in politica è sulla reputazione, il diritto di essere ascoltato per la persona che sei. Dopo che i veterani avevano colpito nel segno senza ricevere replica, Kerry poteva anche parlare, ma nessuno lo ascoltava più. Aveva perso la sua reputazione. 

Dopo che i miei avversari dissero che ero qui solo “in visita”, persi la mia. Potevo parlare, ma senza avere ascolto. Ecco quindi il mio consiglio: non permettere che i tuoi avversari abbiano in pugno la tua vita. Se non riesci a farlo sul serio, cambia mestiere. E se non sai difendere la tua vita dagli attacchi hai un’ampia scelta di altre vite che non esigono un’esposizione così totale. 

Un’altra cosa che non paga è pretendere di essere migliore dell’ambiente di cui fai parte. Non puoi riuscire in politica se dai troppo a vedere che disprezzi le vili prassi con cui si governa. Esprimere tedio e disgusto per le rozzezze e le meschinità della politica può funzionare nell’aula di un’università, ma è fatale in campagna elettorale. 

Il disgusto per la politica è comune tra le persone che si sono distinte al di fuori di essa, a livello accademico, giornalistico o imprenditoriale, e che entrano in politica con la ragionevole presunzione che il prestigio guadagnato in precedenza nella loro professione si trasferisca automaticamente al campo politico. Non è così. Quelli che pensano di aver diritto a una buona reputazione perché sono intelligenti, ricchi o famosi quasi sempre hanno la peggio. Dimenticano che la reputazione si guadagna, non è un diritto acquisito. Questo è l’aspetto migliore della democrazia, l’unica ragione per cui ancora non siamo completamente governati da ricchi oligarchi. 

Può darsi che io sia entrato in politica con un atteggiamento non riconosciuto di superiorità nei confronti di quel gioco e di chi ne faceva parte, ma ne sono uscito con più rispetto per i politici di quanto ne avessi prima. I peggiori di loro — i carrieristi e i predatori — li trovi in ogni professione. I migliori erano un vanto della democrazia. Sapevano distinguere tra un avversario e un nemico, sapevano quando accontentarsi di mezza pagnotta e quando pretendere tutto il forno, quando fidarsi del proprio giudizio e quando ascoltare la gente. 

Osservando i colleghi più saggi e avveduti di me nel corso di una legislatura in democrazia, ho imparato che davvero è ammirevole andare comunque ogni giorno al lavoro e sforzarsi di realizzare qualcosa, nonostante il disincanto circa le motivazioni, l’avidità e le capacità di inganno dell’umanità che possono comparire in questo mondo. Il liberalismo diventerà l’enclave di una minoranza sempre più ristretta se i sedicenti liberali non riagganceranno la fede nella tolleranza, eguaglianza e opportunità per tutti alla più ardua fede nel mestiere sporco, strillato, falso e mendace della politica. 

Disprezzarlo è cinismo mascherato da nobili principi. La massima fedeltà del politico democratico non va al partito, neppure ai princìpi, ma alla prassi corrotta chiamata politica. Il mio consiglio finale è quindi il seguente: la politica non è un volgare mezzo per raggiungere un obiettivo, ha nobiltà in sé. E senza amore non puoi farla bene. Io non ci sono arrivato, ma mi auguro che tu ci riesca.
Con affetto, Michael 

Repubblica 7 gennaio 2015

L’autore è stato leader del Partito Liberale canadese dal 2009 al 2011. Il suo ultimo libro è “ Il male minore - L’etica politica nell’era del terrorismo globale” ( Carocci) 
Traduzione di Emilia Benghi