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L’egemonia si sposta a destra: Marine Le Pen si prende Gramsci.

Dopo Sarkozy, anche la leader del Front National imbocca la strada “italiana” 

 di Giampiero Martinotti

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Destra ed estrema destra sono insomma riuscite ad occupare lo spazio delle idee e della riflessione lasciato libero dalla sinistra dopo la realizzazione dei grandi obiettivi socialdemocratici (il Welfare prima di tutto) e il crollo del Muro. E non hanno esitato a impadronirsi di Gramsci e a teorizzare un gramscismo di destra. Lacerata tra un desueto ritorno alle ideologie degli anni 60-70 e un blairismo col fiato corto, la gauche (francese e europea) ha disertato il campo della lotta culturale. “La sinistra ha perso la battaglia delle idee”, ha riconosciuto il segretario socialista, Jean-Christophe Cambadélis: se il sonno della ragione genera mostri, l’assenza di pensiero genera impotenza politica.

Marine Le Pen non vincerà le prossime presidenziali francesi, le sue idee continueranno invece a dominare il dibattito politico. E se questa (facile) profezia si rivelerà esatta, sarà anche perché destra e estrema destra transalpine hanno letto con molta attenzione Antonio Gramsci. Non è un paradosso e nemmeno una battuta: oggi, le idee di Gramsci sono pensate, assimilate e messe in atto a destra. Magari in maniera superficiale, ma non per questo meno efficace: introdotto nel pensiero politico anti-progressista quarant’anni fa da Alain de Benoist, ideologo della nuova (estrema) destra francese, il concetto di egemonia culturale è il pane quotidiano del Fronte Nazionale ‘m a r i n i z z a t o’ e di buona parte degli intellettuali più o meno reazionari che oggi occupano la scena mediatica francese.

UN ITALIANO ha difficoltà a pensare Gramsci in mano a politici e intellettuali che ammiccano verso il razzismo e la xenofobia, quando non li sposano apertamente. Bisogna tuttavia farsene una ragione. Già nel 2007, alla vigilia del primo turno delle presidenziali che lo videro vincitore, Nicolas Sarkozy sene vantò in un’intervista al Figaro: “In fondo, ho fatto mia l’analisi di Gramsci: il potere si conquista attraverso le idee. È la prima volta che un uomo di destra si assume questa battaglia”. Sarkozy è tutto fuorché un intellettuale, ma è coerente e onesto nel rivendicare una precisa identità culturale e politica di destra. Nel suo campo, anche il movimento nato dall’opposizione al matrimonio gay aveva fatto di Gramsci una bandiera, citando spesso un suo articolo del fe bbra io 1917: “Odio gli indifferenti”. Non so se l’ex presidente abbia mai letto de Benoist, il quale, nel marzo 1978, rivendicò alla “nuova destra” il compito di rileggere Antonio Gramsci. Chi ha voglia può cercarsi su Internet un articolo apparso sul Figaro magazine, che riassume in maniera giornalisticamente efficace e, credo, corretta il pensiero gramsciano. Alla base della sua riflessione c’era questo passaggio: “Ci si può chiedere se la posta fondamentale della politica è ancora contesa nell’arena della ‘politica politicante’.

Le competizioni politiche non sarebbero piuttosto l’occasione per misurare in maniera concreta la risultante politica di un’azione più diffusa, di tipo ‘metapolitico’, messa in opera altrove che nel ristretto cerchio degli stati maggiori di partito? Porre questa domanda vuol dire evocare l’esistenza di un potere culturale che ha preso piede di fronte al potere politico e che, in un certo modo, l’ha preceduto. Vuol dire anche evocare la figura del grande teorico del ‘potere culturale ’: il comunista italiano Antonio Gramsci, la cui influenza negli ambienti della sinistra europea si è rivelata considerevole, se non decisiva”.

ALAIN DE BENOIST non è un membro del Fronte Nazionale, anche se non ha nascosto qualche simpatia per il nuovo corso di Marine Le Pen. Quest’ultima, a quel che si dice, sarebbe una lettrice di Gramsci. Anche se non lo fosse, è però riuscita a ispirarsi l suo metodo: dopo aver sbarazzato il partito, sia pur non completamente, d all’antisemitismo e dalla nostalgia pétainista del padre, ha imposto come un rullo compressore le sue idee, basate sull’essenzialismo culturalista, cioè sull’idea che l’islam è culturalmente incompatibile con i valori occidentali. Un’idea oggi accettata anche dalla destra democratica e assai poco combattuta perfino a sinistra: Guido Rampoldi ne ha parlato con invidiabile chiarezza su queste pagine. La novità del Fronte Nazionale sta proprio qui. Poco più di un anno fa, il politologo Olivier Roy lo ha messo in luce in un articolo apparso sulla Revue des Deux Mon des: “La modernità dell ’Fn è di aver capito Gramsci e di sapere cosa farne”. Secondo Roy, il Fronte si è sbarazzato del vecchio armamentario ideologico del l’estrema destra e del razzismo biologico cari al vecchio Jean Marie Le Pen. In questo modo, è riuscito ad articolare un populismo di base ben poco concentualizzato con “un discorso intellettuale relativamente sofisticato ”. L’Fn, secondo Roy, ha così superato l’odioso razzialismo biologico e lo ha rimpiazzato con un “differenzialismo culturale fondato sull’antropologia moderna”, recuperando (e sviando) l’opera di studiosi come Claude Lévi-Strauss o Margaret Mead. Il Fronte ha costruito la propria modernità anche accettando l’evoluzione dei costumi (l’opposizione alle nozze gay è stata blanda) e appropriandosi della laicità, concetto riletto in funzione culturale e quindi anti islam.

COSÌ MARINE LE PEN ha imposto la propria egemonia culturale non solo a destra, ma anche a sinistra: secondo Roy, parlare di multiculturalismo, come fanno molti progressisti, vuol dire accettare l’essenzialismo culturale, perché significa supporre che “la cultura è il punto di ancoraggio essenziale dell’individuo nella collettività politica”. Destra ed estrema destra sono insomma riuscite ad occupare lo spazio delle idee e della riflessione lasciato libero dalla sinistra dopo la realizzazione dei grandi obiettivi socialdemocratici (il Welfare prima di tutto) e il crollo del Muro. E non hanno esitato a impadronirsi di Gramsci e a teorizzare un gramscismo di destra. Lacerata tra un desueto ritorno alle ideologie degli anni 60-70 e un blairismo col fiato corto, la gauche (francese e europea) ha disertato il campo della lotta culturale. “La sinistra ha perso la battaglia delle idee”, ha riconosciuto il segretario socialista, Jean-Christophe Cambadélis: se il sonno della ragione genera mostri, l’assenza di pensiero genera impotenza politica.

Il Fatto Quotidiano 2 gennaio 2016