L’operazione delle Foibe e i crimini italiani in Jugoslavia fra 1941 e 1943

di Giuseppe Dambrosio

Vorrei esprimere il mio punto di vista sulla commemorazione del “giornata del ricordo”, istituita nel 2004 per conservare la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe e dell’esodo forzato dalle terre istriane e dalmate tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947.

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Come dice lo storico Sandi Volk, nella prefazione alla ristampa del libro di Claudia Cernigoi Operazione Foibe tra storia e mito: «La legge istitutiva accoglie le tesi degli ambienti delle organizzazioni dei profughi degli istriani e dalmati e degli ex collaborazionisti secondo cui il fenomeno avrebbe riguardato esclusivamente italiani che sarebbero stati uccisi solo perché italiani. Con ciò lo stato italiano ha riconosciuto ufficialmente quali “martiri dell’italianità” personaggi come le SS Ottocaro Krisa e Ermanno Callegaris (e tanti altri) facendo implicitamente riferimento proprio al tipo di “italianità”- quella del fascismo, dell’imperialismo, del razzismo e dello sciovinismo – che tali personaggi hanno difeso. Ma c’è di peggio, perché ora, grazie all’avallo del parlamento, tale interpretazione è divenuta “verità ufficiale”».

Le cose, quindi, non sono andate proprio come vogliono farci credere. Se si analizzano gli avvenimenti, emerge in modo inequivocabile la volontà di riscrivere la storia in chiave revisionista, favorendo le mistificazioni di una estrema destra fascista, balzata agli onori della cronaca.

Ad essere precisi, dobbiamo dire che la vulgata revisionista affonda le radici nel periodo finale della seconda guerra mondiale quando il movimento partigiano divenne estremamente pericoloso per le classi dominanti che avevano voluto al potere il fascismo e che lo abbandonarono quando la catastrofe minacciava di spazzarli via dalla gestione del potere. Fu da allora che si incominciò a distinguere tra partigiani “buoni e cattivi”. Molti di loro subirono processi, condanne e carcere.

Nell’immediato secondo dopoguerra, l’apparato dello stato italiano fu epurato dai partigiani, mentre i fascisti ritornarono ai loro posti per servire gli stessi interessi che avevano perseguito durante il fascismo.

L’argomento delle foibe balzò agli onori della cronaca nazionale quando i presunti crimini dei partigiani jugoslavi furono usati per giustificare i criminali di guerra italiani e per negare l’estradizione richiesta dagli jugoslavi.

Parallelamente a livello culturale si diede fiato alla fandonia del colonialismo italiano “buono e umano” e alla mistificazione dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale come “completamento del Risorgimento”, oscurando del tutto gli scopi prettamente “imperialistici” dell’entrata nel conflitto. Si occultarono volutamente i crimini di guerra perpetrati dagli italiani nelle colonie africane, cancellando le tracce dei campi di concentramento in cui morirono migliaia di indigeni dei popoli occupati.

Gran parte della legislazione repressiva fascista rimase in vigore dopo la caduta del regime. Nonostante l’approvazione di leggi che vietavano la ricostituzione del partito fascista e l’apologia del fascismo, nel ’46 rinasceva un partito dichiaratamente fascista. Tutto questo avveniva in maniera guardinga anche perché il popolo aveva conosciuto direttamente quello stato di cose e quel periodo storico.

Si proclamò la Repubblica “nata dalla Resistenza” dando ai partigiani un ruolo di facciata e relegandoli ad un ruolo meramente oleografico e celebrativo. Per 50 anni ci si è richiamati retoricamente all’”antifascismo” nel mentre i fascisti agivano impuniti e, con vaste collusioni negli apparati dello Stato, compivano atti stragisti e squadristici.Dopo 50 anni dalla fine del conflitto mondiale, nel quale la borghesia aveva dato vita ad una fase di espansione imperialista, si rese necessario perseguire la pacificazione e la memoria condivisa.

Sono queste spoglie, venne fuori l’intento di riscrivere la storia da parte delle classi dominanti che cancellasse verità inoppugnabili e cioè che la borghesia si era riconosciuta nel fascismo e Mussolini era andato al governo con l’appoggio di gran parte dei popolari, nazionalisti e liberali presenti in parlamento.

Così si giunge a riscoprire il “lato umano” dei fascisti, la comprensione per i ragazzi di Salò, italiani come gli altri, dimenticando che essi avevano appoggiato uno stato criminale e razzista.

Ed ecco venir fuori i crimini partigiani e farsi strada una storiografia moralista che giudicava singoli fatti isolandoli dal contesto in cui avvenivano. Si addossavano ai partigiani le rappresaglie nazi-fasciste facendoli apparire come invasati, fanatici, incoscienti, che uccidevano per puro odio ideologico.

Ci voleva un argomento forte e, dopo reiterati tentativi, si trovò l’argomento delle foibe. Si trattava di vicende avvenute in territori periferici di cui molti italiani non sanno nemmeno dove si trovino con un vantaggio: si poteva addebitare ad un nemico esterno (gli “slavi”) la colpa. Se poi gli slavi erano comunisti il gioco era fatto.

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Tutto questo è avvenuto con l’Istituzione della Giornata del Ricordo. La sua istituzione, in altri termini, ha segnato la tanto decantata “riappacificazione”, una vera e propria svolta: i fascisti erano pienamente legittimati e le visioni più reazionarie e antidemocratiche ricevevano la legittimazione delle istituzioni della Repubblica. Sia chiaro, il problema non sta nel parlare di esodo o di foibe, ma nell’aver istituito una giornata per ricordare avvenimenti certamente tragici ma che sicuramente meno di altri che meriterebbero di essere ricordati tipo il colonialismo italiano. Ed è inaccettabile che quei drammi siano ano stati usati per un’operazione politica.

La storia viene usata per l’oggi e per le esigenze politiche attuali. Si è messa in atto una vera e propria strategia intesa a “condizionare” e a “indirizzare” le coscienze verso stereotipi sciovinisti e razzisti accettati anche dal ceto politico di sinistra. Tale campagna si è concretizzata nella legittimazione dei fascisti odierni che diventano portatori di una ideologia come tutte le altre. Una ideologia che ha i suoi contrafforti nell’ordine, nella sicurezza e nell’autoritarismo, fatti propri dal gran parte della classe politica che si definisce democratica.

Per rintuzzare le menzogne che vengono propagandate è bene riappropriarsi della conoscenza della storia. Molti sono i contributi in questa direzione. Già nel 1947 la Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, Ministro della difesa nel 3° Governo De Gasperi nel 1947, che aveva lavorato con impegno ed equilibrio tra il 1946 e il 1947 alla raccolta e al vaglio delle numerose denunce mostrava come gli italiani tra il 1941 e il 1943 avevano dato vita alla rappresaglia nei confronti delle popolazioni slave macchiandosi di gravi crimini.  

Il 6 aprile 1941 l’Italia occupa militarmente la Jugoslavia e in particolare La Slovenia; viene creata la “Provincia italiana di Lubiana” governata dal fascista Emilio Grazioli che diede seguito ad una furiosa repressione, molti esponenti antifascisti sloveni vengono arrestati originari delle province di Trieste e Gorizia. L’occupazione dura 29 mesi. La repressione compiuta dai fascisti in Istria, in Slovenia e nell’entroterra triestino durante la seconda guerra mondiale fu durissima: stragi, incendi di villaggi, deportazioni in campi di concentramento non tedeschi ma “italianissimi” come quelli di AbeRab in Dalmazia (accertata dalla storiografia slovene e croata) e di Gonars in Friuli di cui è disponibile un’ampia documentazione. Tra il 1941 ed il 1943 si parla di 11.000 internati civili sloveni e croati lasciati morire di inedia e di malattie nei lager italiani.

Nel luglio 1941 il Montenegro fu occupato dalla 18^ Divisione fanteria “Messina” e dai Reali Carabinieri ma il 13 luglio la popolazione insorse sconfiggendo l’esercito Italiano. Come reazione il Comando Supremo del Regio esercito trasferì in Montenegro sei divisioni sotto il comando del generale di corpo d’armata Alessandro Pirzio Biroli che attuò durissime repressioni e rappresaglie: la divisione “Alba” bruciò 6 villaggi nella zona di Čevo e ne massacrò gli abitanti.

Il 2 dicembre 1941 i reparti del Regio Esercito irruppero nel villaggio di Pljevlja fucilando 74 civili; il 14 dicembre vennero fucilati 14 contadini nel villaggio di Drenovo mentre nei villaggi di Babina Vlaka, Jabuka e Mihailovici vennero uccise 120 persone, tra cui donne e bambini.

Il 12 gennaio 1942 il generale Pirzio Biroli ordinò che per ogni soldato ucciso, o ufficiale ferito, la rappresaglia avrebbe comportato 50 ostaggi fucilati per ogni militare italiano e 10 ostaggi fucilati per ogni sottufficiale o soldato ferito.

Furono rastrellati 18.708 uomini e nel solo mese di marzo del 1942 gli italiani fucilarono 102 ostaggi: le truppe del Regio Esercito italiano furono impegnate in una dura lotta contro le formazioni partigiane jugoslave; in un incontro con gli alti comandi del Regio Esercito a Gorizia il 31 luglio 1942 Mussolini disse: “Sono convinto che al «terrore» dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta”.

Nel febbraio 1942 Lubiana fu circondata con reticolati di filo spinato.

Dall’aprile 1942 al gennaio 1943 nella sola città di Lubiana, oltre ai «regolarmente processati», furono eliminati senza processo e senza prove di colpevolezza 145 uomini.

Tra il febbraio e l’aprile 1942 i battaglioni alpini “Ivrea” e “Aosta” operarono rastrellamenti nella zona delle Bocche di Cattaro, fucilando 20 contadini e distruggendo 11 villaggi.

il 7 maggio 1942 a Cajnice il generale Esposito ordinò l’esecuzione di 70 ostaggi presi tra la popolazione civile e il 20 giugno 1942 Pirzio Biroli fece fucilare 95 militanti comunisti.

Il 12 luglio 1942 nel villaggio di Podhum per rappresaglia furono fucilati dai militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio, 91 vittime; il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate. Un comunicato del generale Lorenzo Bravarone documenta l’azione di intimidazione compiuta dai militari italiani il 6 giugno 1942 nei pressi di Abbazia, che comportò la fucilazione sommaria di 12 persone e la deportazione di 131 loro familiari.

In 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5.000 civili ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 persone (su 33.000 deportati), in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, con circa 13.100 persone uccise su 339.751 abitanti.

Il generale Mario Roatta, comandante della seconda armata italiana in Jugoslavia, che nella circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine. Le conclusioni della Commissione Gasparotto chiamavano in corresponsabilità anche il generale Mario Robotti, comandante dell’11° corpo d’armata, che aveva inasprito gli ordini del generale Roatta affermando che «qui si ammazza troppo poco», e il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi inermi.

A macchiarsi di tali efferati crimini non furono soltanto i fascisti ma anche ufficiali e soldati normali; il prefetto del Carnaro Temistocle Testa per l’eccidio perpetrato al villaggio di Podhum, in cui il 12 luglio 1942 militari italiani, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere, fucilarono oltre cento uomini, si servì di normali reparti dell’esercito.

Sulle foibe è molto utile e prezioso il lavoro di Claudia Cernigoi “Operazione Foibe tra storia e mito nel quale si sostengono tesi assolutamente interessanti. L’autrice non nega la realtà delle foibe ma cerca di inquadrare gli avvenimenti nell’epoca in cui sono avvenuti e di riportare il fenomeno fuori dal mito che tra l’altro che l’esistenza dei corpi giustiziati in quella che è la foiba-simbolo di Trieste, quella di Basovizza (dichiarata non tanti anni fa monumento nazionale) è molto dubbia, come hanno dovuto riconoscere anche gli storici che hanno scritto monografie sull’argomento. Il libro presenta anche altri meriti.  Affronta, con dovizia di dati, la questione chiave delle biografie delle vittime e quella della loro quantificazione. Ma ci fornisce anche la ricostruzione dell’utilizzo propagandistico delle foibe. Per esempio, analizzando i curricola da squadristi, aguzzini, spie ed altro e nonché la presenza tra gli uccisi sloveni, smentisce la tesi degli “infoibati” uccisi solo in quanto italiani e chiarisce i veri motivi del fenomeno foibe. Per quanto riguarda l’uso propagandistico delle foibe l’autrice ci dimostra come venga da lontano e come sia una vera e propria opera di “disinformazione oggi come ieri. Tale operazione fa parte di un progetto politico molto più ampio che mira a mantenere la tensione alta nazione sul confine orientale italiano e aizzare lo scontro politico tra le nazionalità diverse.

Per non perdere la memoria storica di quelle vicende è molto illuminante un articolo pubblicato da “Trieste sera” il 4 febbraio 1948 che dà il segno che da allora non è cambiato assolutamente niente:

Sulle vittime del maggio 1945 728x1024

"A Trieste non avvenne come nell’Italia settentrionale. Niente morti ai margini delle strade, niente uccisioni sulla soglia di casa. Gli arresti o “prelevamenti” avvenivano sulla base di precedenti segnalazioni. La maggior parte degli arrestati ritornavano a casa dopo alcuni giorni di indagini e molti subito. Sarebbe interessante invitare tutti gli arrestati durante i primi giorni di occupazione della città che hanno ripreso immediatamente la loro vita civile e sarebbe interessante vedere quanti di essi erano compromessi col fascismo e col nazismo per giudicare le autorità popolari d’allora. Circa 2.500 persone vennero arrestate e trattenute, 2.500 su 250.000, dunque l’uno per cento. Molte di queste ritornarono durante questi due anni e mezzo, ma del loro numero nessuno si occupò di tener conto. Oggi tutti, anche i ritornati, vengono sempre fatti figurare come scomparsi.
S’era costituito, circa 20 mesi addietro, un comitato delle famiglie degli scomparsi, infatti al raduno presero parte circa 500 persone a detta dei giornali. Perché non sono intervenuti i familiari degli altri duemila?
(…) Nella propaganda audace ed in malafede condotta da certi gruppi politici, si accomuna l’azione del maggio 1945 con quella del luglio 1943 (deve intendersi “settembre”, n.d.a.). Allora c’era la guerra e le foibe “lavoravano” in qualche distretto istriano dove il fascismo aveva imperversato con maggior forza. Quella campagna venne iniziata con incredibile spudoratezza dai repubblichini del settembre, ma di un tanto non si poteva meravigliarsi. Era ritornato il fascismo. (…) Eppure le “foibe” del 1943 vengono citate come rincalzo alle “foibe” del maggio 1945. È dunque evidente che sono sempre gli stessi che nel 1943 sfruttarono le foibe per conto dei repubblichini e che oggi le sfruttano in favore degli eredi dei repubblichini.
(…) La gazzarra inscenata sul maggio 1945 cesserà, come cesseranno tutte le altre consimili speculazioni. Resterà a noi di chiedere solamente: “Fate i nomi degli scomparsi”. Tutti sanno che questi nomi sono conosciuti e che in un certo armadio di ferro vi sono le relative cartelle. Perché si parla sempre d’un grande numero di scomparsi per mantenere l’opinione pubblica in agitazione? Un settimanale liberale di sabato scorso portava già gli scomparsi a tremila e parlava di una foiba a Basovizza dove dovrebbero esserci mille cadaveri, senza tener conto che il pozzo indicato è già stato esplorato e vuotato del suo macabro contenuto (…) la maggior parte dei morti erano tedeschi caduti nei combattimenti (…).
Ma questo non conta, bisogna attizzare l’odio, bisogna non lasciar cadere il pretesto, bisogna esagerare, bisogna, se è necessario, anche mentire.
(…) Bisogna dunque finirla con questa propaganda d’odio. Abbiamo atteso affinché le cose si sistemassero da sole, vediamo invece che non si vuole giungere ad una distensione. Dobbiamo per questo chiedere al Governo Militare Alleato che possiede i dati degli scomparsi un aiuto, affinché noi si possa in qualche modo collaborare al fine di chiarificare questo argomento che tiene ancora tanto a disagio l’opinione pubblica
".