I bambini invisibili diventano gli schiavi del terzo millennio

di Andrea Riccardi

ragazzi optimizedLa storia di questi bambini invisibili è contenuta nel libro "Nascere non basta a" cura di Adriana Gulotta FOTO AP

Succede in Africa, ma non solo: nuove generazioni che non hanno né il nome né una cittadinanza riconosciuta
Riuscire a riscattarsi non è facile e solo l’intervento delle realtà umanitarie può aiutarli a uscire dall’anonimato

Nascere non basta. Bambini invisibili, tratta dei minori e stato civile in Africa, libro di San Paolo edizioni a cura di Adriana Gulotta, racconta la storia di tanti bambini e bambine, ma anche di giovani e adulti, che, di fronte alla vita, si ritrovano senza nome e cittadinanza. Si concentra in particolare sull’Africa, mostrando come, con un lavoro paziente, a mani nude, non sia impossibile contrastare un destino di anonimato dalla nascita, da cui non è facile riscattarsi. Dei 125 milioni di bambini che ogni anno nascono nel mondo, un terzo non viene iscritto allo stato civile: una fascia della popolazione che, annualmente, vede perpetuata una sorte di esclusione. Questa è la vicenda dei bambini “invisibili”, che diventano minori venduti, piccoli schiavi buoni per ogni mestiere, anche i più rischiosi, compreso quello del sesso, ma anche bambini soldati, manodopera a basso costo e di facile gestione (meglio degli adulti), fornitori di organi per i trapianti (e quindi condannati a morte), lavoratori domestici senza diritti e spesso retribuzione… gente destinata a essere sfruttata in ogni modo. Ci si sofferma in genere sui casi singoli, sui gruppi di sfruttati, ma qui si va al cuore di quello che è il meccanismo di esclusione: la mancanza di un’identità legalmente riconosciuta dallo stato, per cui – come si legge nel libro – “non si fa parte della popolazione della propria nazione, non si può essere iscritti a scuola, né usufruire dei servizi sanitari, si è più vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi”.

Una nuova schiavitù

Le conseguenze sulla vita dei singoli, bambini prima e adulti poi, sono tante, ma un’unica esclusione è alla base di tutto. Il libro rappresenta drammaticamente la carenza fondamentale di tanti piccoli di fronte al proprio futuro: esistono, ma non sono riconosciuti; vivono ma sono invisibili; il loro nome non ha rilievo legale e significato per la società e le sue istituzioni. Un popolo d’invisibili vive nel mondo. Adriana Gulotta, curatrice del lavoro, fin dall’introduzione ci ricorda che non si tratta di una storia solo africana, ma di molti paesi del mondo: dai Rohinghya, “il popolo mai registrato dell’Asia”, ai bambini indocumentados al confine con gli Stati Uniti, prime vittime di quell’esodo della disperazione e della speranza di migliaia di centroamericani che salgono dal sud verso gli Stati Uniti, e tanti altri. Anche a livello internazionale, si è ormai consapevoli che la tratta dei minori è una nuova schiavitù: un popolo di dieci milioni di bambini e adolescenti nel mondo. Se perdono la memoria di chi sono ancora o non l’hanno maturata, finiscono dispersi nel caos del mondo. Senza documenti, sono senza patria. La registrazione allo stato civile è tutt’altro che una banalità o un rito scontato. È la memoria oggettiva e legale di una persona esistente in una comunità nazionale, al di là della coscienza del soggettoo dei suoi familiari. A chi vive nei paesi europei l’iscrizione allo stato civile appare una normalità quasi un’ovvietà, anche se – nei casi in cui non avviene – si constatano le conseguenze davvero negative che ne derivano.E invece essa rappresenta non solo il fondamento soggettivo della propria esistenza legale e sociale, dei diritti e dei doveri, ma è anche un elemento decisivo perché un agglomerato di fatto divenga una società civile, con una base giuridica e con la presenza di istituzioni democratiche. Il voto, ad esempio, è strettamente connesso alla cittadinanza.


La rivolta
Il libro mostra, attraverso tante storie dolorose, le conseguenze dell’assenza di registrazione allo stato civile. Si può dire: si nasce, ma si vive in modo dimezzato. Le testimonianze sulla realtà provengono da attori sul territorio connessi all’impegno della Comunità di Sant’Egidio e del programma Bravo! (Birth registration for all versus oblivion!). Non racconta semplicemente casi limite, vicende dolorose, di un costume che si fa fatica a cambiare, istituzioni che non funzionano…Già sarebbe meritevole. È anche la storia di una “rivolta” contro la realtà dei bambini invisibili che le comunità di Sant’Egidio incontrano quotidianamente in Africa e in altri paesi del mondo. Questa rivolta non è solo una denuncia, ma anche uno studio laborioso e appassionato per aiutare le istituzioni civili a farsi carico di questa domanda di vita. La rivolta è stata paziente, fatta di competenze acquisite e di capacità di collaborazione e di servizio alle istituzioni. Perché c’è bisogno di istituzioni funzionanti sul territorio per accedere alla comunità civile con la propria identità legalmente riconosciuta, sancendo l’uscita dalla fascia dei discriminati di fatto, sudditi del caso e della volontà altrui, non cittadini liberi di uno stato che riconosce l’uguaglianza dei diritti.

Una condanna per la società
La non registrazione allo stato civile produce non solo un mondo di invisibili, ma anche di sudditi, privi di diritti, impossibilitati a contrattare, soggetti a ogni violenza, prima di tutto quella dell’economia. Penalizza in modo tutto particolare le bambine e le donne, il cui futuro non è pensato in quanto soggetti di una società civile e di un’economia in crescita. Più gli invisibili diventano attori, più le donne diventano protagoniste, più si sviluppa l’economia di un paese. Lo sappiamo bene. L’arretratezza di intere fasce della popolazione è legata proprio a questo “anonimato”, che le destina a non accedere a nessuna opportunità, ma a limitarsi a sopravvivere. Per questo, inizialmente, si è parlato dell’assenza di registrazione allo stato civile come di una condanna per i singoli, ma lo è anche per molta parte della popolazione e, a ben vedere, per una società sempre più caratterizzata dalla disuguaglianza. Ma tanta disuguaglianza si paga. Perché, nel mondo globale i giovani non si rassegnano all’anonimato ma cercano vie, anche violente e oppositive, per affermare sé stessi.

Contro l’esclusione
È una riflessione che dovremmo fare con più attenzione. Nelle pagine di questo libro si legge la dinamica di un lavoro che merita attenzione anche nei particolari. La ricostruzione dettagliata spiega infatti come la storia di una “rivolta” contro una grande ingiustizia passi attraverso un costruttivo ecompetente impegno, nonché attraverso la rivitalizzazione delle strutture e istituzioni dello stato, le quali avevano sofferto per le crisi economiche e i tagli di bilancio. Uno stato con istituzioni che funzionano è una grande conquistaspecie per le fasce meno protette. Bravo! mostra come passione e competenza vadano insieme. L’una non si esaurisce con la crescita dell’altra. La competenza non logora la passione, ma anzi indica che la “rivolta” contro l’inuguaglianza è possibile e può dare quotidianamente frutti concreti. Bravo! nasce da questa rivolta contro l’esclusione e offre, attraverso la registrazione allo stato civile, alla bambina o al bambino, ma anche all’adulto, le possibilità di ritrovare appieno la propria cittadinanza, di essere libero. Non è il raggiungimento di una condizione di opulenza o di successo, ma la liberazione da una schiavitù che diventa un fatto culturale e anche una festa in comunità marginali e periferiche.

Spaesati
Tzvetan Todorov ha parlato dell’uomo contemporaneo come di un “uomo spaesato”. Spaesato vuol dire senza paese: non l’ha mai avuto, l’ha perduto, vi è estraneo o tale si sente. La globalizzazione accentua lo spaesamento e crea spaesati di fronte agli ampi orizzonti che si aprono. La reazione è chiudersi ma, per vivere un’apertura globale, c’è bisogno di una comunità di appartenenza, di una patria. Leggendo questo libro, sono stato colpito non solo dalle storie di dolore, ma anche da quanto si può fare per cancellarlo e aprire opportunità di futuro. Ho ripensato alla parola “patria”, che spesso abbiamo confinato nella retorica nazionalista. Patria, dal latino pater, padre, ma anche da patrius, è la terra dei padri. Lo stato civile è la memoria dell’appartenenza a una patria. Il lavoro di Bravo! è quello di trovare un nome e una patria, un’opera di grande umanesimo. Il senso di una persona, di una bambina o un bambino, stanno scritti in un nome e in un cognome, in generalità che vengono registrate e affidate, nello stato civile, alla memoria delle istituzioni. Poi ci sarà una storia di una vita che si sviluppa, cresce, muore. Ma avrà lasciato una traccia sulla terra.

Andrea Riccardi ha fondato la Comunità di Sant'Egidio

Domani 27 dicembre 2021