DIBATTITO SULLE (SOLITE) LETTURE ESTIVE

di MARCO BALZANO
insegnante e scrittore

Io non lo so se la maggior parte degli insegnanti è legga o non legga. Il campione relativo alla mia esperienza personale è insufficiente e non ci sono dati statistici ufficiali per un'affermazione di carattere generale. Nonostante questo, Gaja Cenciarelli probabilmente ha ragione quando scrive (Domani, 17 agosto)che in un paese in cui si perdono continuamente lettori non si capisce perché gli insegnanti dovrebbero fare eccezione. Ma al di là dei numeri il discorso è troppo importante, per limitarci a separare chi legge e chi no. Mi sembra più utile, partendo dall'articolo della scrittrice, cogliere alcuni spunti per ulteriori considerazioni.
Il primo è questo: agli insegnanti viene garantito un tempo per leggere e per studiare? È prevista una formazione obbligatoria, ad esempio sulla lettura e sulla scrittura, in modo che possano fare propri nuovi stimoli da condividere poi coi loro alunni? La risposta è no. No con Valditara e, ahimè, ancora no con tutti i ministri che lo hanno preceduto. Senza una seria volontà e un serio investimento, le lezioni assegnate ai ragazzi per l'estate resteranno i classici del Novecento, ossia quelli che verosimilmente gli insegnanti, anche i più giovani, hanno frequentato ai tempi dell'università.
Ha ancora ragione Cenciarelli ad affermare che la grande assente tra i banchi è la contemporaneità. E come potrebbe essere presente in una scuola dove la Storia quasi sempre termina con la Seconda guerra mondiale, la Letteratura con Ungaretti e Montale (quest'anno gli Ossi di seppia compiono cent'anni) e la Storia dell'Arte con Picasso? Un docente oggi dovrebbe saper spiegare con facilità perché ha ancora senso leggere Virgilio e Leopardi, ma anche che la letteratura è ancora viva e lotta insieme a noi. E lo è perché – al di là di tutte le mutazioni sociali, comunicative e antropologiche – corrisponde al nostro bisogno di raccontare e sentirci raccontare storie al fine di ritrovarci nell'altro e di non restare prigionieri della nostra unica realtà. Affinché questo accada, ancora, ci vorrebbe una politica interessata ad avere insegnanti con il polso del presente e con un respiro intellettuale capace di collegare il passato a questo presente, e non sono affatto sicuro che né chi governa né chi ci ha governato siano interessati a questo obiettivo.

Un problema politico
Visto che il tema mi coinvolge in prima persona e che ho la fortuna di avere molti studenti tra i miei lettori, aggiungo una domanda più specifica: si può pensare di proporre autori della contemporaneità che possono formare non dico un canone, ma almeno essere considerati dei capisaldi per gli argomenti e lo stile proposti? O, invece, ci va bene che i docenti procedano in ordine sparso purché leggano anche dei viventi? Non ho una risposta, ma la domanda è urgente, altrimenti i classici rimarranno un mondo parallelo e sempre più lontano rispetto al contemporaneo, che annovera certamente dei talenti assoluti, ma anche tanti prodotti di nessun valore.
Veniamo alla scrittura: oggi, nel suo percorso formativo, un docente è obbligato a scrivere solo la tesi di laurea. La pratica assidua e l'esercizio protratto della scrittura non sono previsti. Anzi, quando entra in servizio, la scrittura che il sistema scolastico gli richiede è principalmente di tipo burocratico (compilazione di progetti, relazioni di classe, documenti di fine anno…), che forse peggiora persino le cose. Perché stupirsi, quindi, se i docenti scrivono poco e qualcuno nemmeno benissimo? Il problema, a mio avviso, è di nuovo politico: o si investono soldi in formazione o avremo dei formatori con lacune, anche importanti. In diciotto anni di insegnamento nella pubblica istruzione, ho capito che la scuola sta in piedi non tanto perché il sistema funziona, ma per il buon senso, la volontà, l'eccezionale intelligenza di molti docenti che fanno quel che possono con gli arnesi che hanno. È un discorso che vale in ogni ambito della scuola: dal disagio di un alunno agli spazi di lavoro, dai rapporti con le famiglie a quelli col dirigente scolastico e, naturalmente, dalla didattica della scrittura a quella della lettura.

Proposte
Vorrei evitare, per quel poco che è nelle mie facoltà, che queste righe siano solo una minuscola polemica estiva. Quindi concludo con qualche proposta pratica. Per educare alla lettura e alla contemporaneità sarebbe interessante, ad esempio, portare i ragazzi in libreria e far conoscere loro cosa possono trovare sugli scaffali; mostrare loro come viene catalogata una biblioteca in modo che sappiano
orientarsi e avere voglia di andarci; fare laboratori di scrittura creativa con chi lavora nell'editoria e nel giornalismo; visitare una casa editrice; far leggere con costanza un quotidiano; creare gruppi di lettura; invitare a scuola scrittori, filosofi, registi, scienziati, medici, pittori, rappresentanti della società civile e creare uno spazio di confronto libero e aperto, da cui escono arricchite tutte le parti coinvolte. Abdicare a questo genere di azioni, significa far passare un'idea dell'arte come cosa morta, senza renderci conto di quanto
sia socialmente pericoloso, poiché porta i ragazzi a credere che il mondo che gli tocca vivere sia, a differenza di quello passato, privo di arte. Un mondo dove l'artista non è un uomo in carne e ossa con cui interagire, ma un nome di un tempo lontano ormai consegnato ai manuali. Così facendo, lasceremo che accada, in silenzio, ciò che mi è successo qualche anno fa: mi avevano invitato in una scuola
primaria perché i bambini di seconda avevano fatto dei disegni sul protagonista di un mio romanzo. Sono entrata, la maestra ha annunciato agli alunni che ero lo scrittore e una bambina ha alzato subito la mano per chiederle con la faccia perplessa: «Maestra, ma com'è possibile che lui sia lo scrittore se non è morto?»