La disobbedienza civile ebbe tra i fatti fondanti la rivolta dei pescatori della Baia di San Cataldo. Dolci guidò la protesta, Calamandrei capì che serviva un movimento per la speranza.
di Mirella Serri

«Il digiuno pubblico è illegale». Già, proprio così, brioches e panini per tutti. Nel gennaio del 1956, giusto sessanta anni fa, i magistrati cercarono di opporsi alla crescita di un fondamentale movimento politico e culturale, destinato a diventare il più importante progetto di egemonia della sinistra progressista nel dopoguerra. Proprio dall'arretrata Sicilia, terra di grande indigenza e dominio della Piovra, venne per la prima volta un messaggio che si sedimentò e condizionò il futuro della penisola. Tutto nacque dalla singolare sentenza giudiziaria che costrinse i pescatori della Baia di San Cataldo ad abbandonare lo sciopero della fame e a rientrare dal loro dissenso. Nel borgo oltre mille persone avevano in atto una rivolta collettiva - definita "il digiuno dei mille" - per denunciare la pesca di frodo: tollerata dallo Stato benché portasse danni a tutta la comunità. Senza Danilo Dolci, il Gandhi italiano, scrittore, poeta e attivista in nome della soluzione non violenta dei conflitti sociali, la compatta protesta popolare non ci sarebbe stata.
Dal 1952 Dolci aveva scelto di trasferirsi nell'isola per fare proselitismo e per condurre iniziative politiche contro la disoccupazione, l'analfabetismo e la fame. La presa di coscienza collettiva dei guai della Sicilia serviva al progresso e a spingere per lo sviluppo economico, ad esempio con la costruzione della diga sul fiume Jato, che avrebbe garantito lavoro e spezzato il controllo dell'onorata società.
A febbraio il promotore della disobbedienza civile ne inventò un'altra sostenendo a Partinico lo sciopero attivo: se gli operai per ottenere conquiste economiche o salariali si astenevano
dal lavoro, viceversa un disoccupato poteva scioperare lavorando. Così centinaia di persone si organizzarono per rimettere in sesto una strada comunale; ma i lavori furono fermati e Dolci, con alcuni collaboratori, fu arrestato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. L'episodio dell'opposizione poliziesca allo sciopero al contrario suscitò indignazione e provocò numerose interrogazioni parlamentari .
Si mise in atto un'inedita manifestazione di intellettuali , di studenti e di giovani lavoratori. Per la prima volta, su sollecitazione di Piero Calamandrei, scrittori e artisti si unirono in un unico afflato, parteciparono al processo contro Dolci, in veste di testimoni, Carlo Levi, Elio Vittorini, Giorgio La Pira, Guido Piovène, Renato Guttuso, Bruno Zevi, Bertrand Russell, Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Elio Vittorini, Cesare Zavattini, Ignazio Silone, Enzo Sellerio, Aldo Capitini, Paolo Sylos Labini, Erich Fromm, Jean-Paul Sartre, Aldous Huxley, Jean Piaget. Furono la loro presenza e i loro interventi che diedero un'enorme notorietà anche all'estero alle battaglie di Dolci e che contribuirono a porre sotto i riflettori il disagio sociale, le problematiche che affliggevano i meno abbienti, le minoranze e l'assenza di diritti civili. La cultura progressista di Dolci finì per dar vita a quel consenso di massa destinato a crescere in maniera straordinaria e che oggi la destra invidia alla sinistra. Nell'arringa difensiva Calamandrei evidenziò che «I' Italia vive uno di questi periodi di trapasso nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione».
Il progetto di una nuova legalità fu il patrimonio fondante di tanta politica basato sullo sviluppo della cultura e della non violenza, come quella del partito radicale per esempio, e anche quella delle organizzazioni (dall'editoria ai cinema ai festival ai teatri) che alimentano la vicenda progressista italiana. La variegata egemonia culturale della sinistra maturava non senza errori - non avremmo voluto, per esempio, vedere Dolci nel 1957, l'anno dopo l'invasione dell'Ungheria, accettare in Urss il premio Lenin per la pace - e diventava una forza coinvolgente per più generazioni.
Oggi il ministro della Cultura Alessandro Giuli, autore di un saggio proprio sulla creazione di un'egemonia di destra che prenda a modello la sinistra (Gramsci è vivo. Sillabario per un'egemonia contemporanea ), dovrebbe ripensare alla lotta pacifica dei siciliani. Ad Atreju ha però detto, con ironia e quasi smentendo se stesso, «egemonia, che palla micidiale» e ha sfidato uno degli intellettuali del suo stesso schieramento, Marcello Veneziani, reo di aver rimbrottato la premier Meloni, per non aver fatto quasi nulla sul piano delle idee. Come mostra il caso di Dolci, non è il recupero del passato che crea il nuovo (non certo le mostre su D'Annunzio o Marinetti che caldeggiava tanto l'ex ministro Sangiuliano): solo gesti provocatori e impensabili possono dar vita a una nuova cultura . «Vorrei, signori giudici - diceva Calamandrei - che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione». Dolci fu condannato a 50 giorni di carcere ma aveva dato nutrimento alla "speranza", come diceva Calamandrei, ad una nuova egemonia culturale che vedeva partecipi intellettuali e giovani. Oggi un miraggio per la destra di governo.
La Stampa 5 gennaio 2025
