Una storia italiana

di Massimo Carlotto

Con il caso Garlasco, c’è stato il superamento dei confini narrativi imposti dalla natura criminale dei casi presi in oggetto, con l’idea di estenderla anche alla politica mascherata da cronaca

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La macchina mediatica che si occupa di cronaca nera funziona a pieno regime da anni, ma con il caso Garlasco ha raggiunto livelli inimmaginabili, riuscendo a riproporre la vicenda sotto forma di un simulacro del processo penale che si celebra tutti i giorni in televisione, sulla rete, sui giornali. Giornalisti, esperti, opinionisti, avvocati, ex magistrati ed ex appartenenti alle forze dell’ordine, spaccati tra innocentisti e colpevolisti, si scontrano con rara veemenza come se davvero la verità fosse il fine reale e ricercato. Il caso si presta: l’ennesimo lampante esempio di un processo terminato con una condanna priva di sufficienti elementi di colpevolezza.

POTEVA ESSERE L’OCCASIONE per ragionare seriamente sul processo indiziario, su una magistratura giudicante che non ha mai coltivato la cultura del beneficio del dubbio, su prassi investigative troppo spesso lasciate all’improvvisazione, sulla reale valenza processuale delle scienze forensi. Invece è solo spettacolo, intrattenimento. I protagonisti, soprattutto quelli televisivi, vengono percepiti come personaggi, ognuno con il proprio ruolo e con una tifoseria accanita che li sostiene. Per la prima volta nell’ambito dei cosiddetti esperti forensi si è sviluppato il fenomeno del divismo, anche attraverso forme di spettacolarizzazione della professione. Il che induce a riflettere una volta di più sul carattere di classe della giustizia perché è evidente che, se l’imputato non dispone del denaro necessario per pagare avvocati e criminologi di grido, parte decisamente svantaggiato.

QUESTA VICENDA dimostra che dopo più di vent’anni di questo tipo di narrazione, la macchina mediatica è in grado di catalizzare l’attenzione di una parte importante, se non maggioritaria, dell’opinione pubblica italiana, necessariamente portata a schierarsi con una delle due fazioni. E non è un mistero che questo significa possedere gli strumenti per orientarla. Lo ha capito benissimo Giorgia Meloni che ad Atreju ha tuonato «che non ci sarà più una vergogna come il caso Garlasco» riferendosi alla separazione delle carriere come strumento correttivo delle storture dell’attuale sistema giudiziario. E Meloni sapeva altrettanto bene di raccogliere consenso perché sottotraccia è proprio la magistratura a essere messa sotto accusa. Con un certo livello di ragione nel caso di specie, ma il problema di fondo è che la narrazione della cronaca nera in questo Paese non è, e non è mai stata, politicamente neutra. Anzi.

Oggi è così potente e radicata che sta sperimentando il superamento dei confini narrativi imposti dalla natura criminale dei casi presi in oggetto, con l’idea di estenderla anche alla politica mascherata da cronaca. Due trasmissioni specializzate hanno dedicato lunghi servizi al Venezuela, di fatto legittimando l’intervento americano a salvataggio di una popolazione stremata dalla dittatura di Maduro. E poi, singolarmente, cronisti di nera, noti e seguiti sui social, hanno sostenuto le parole d’ordine governative sui recenti scontri di Torino.

IN GENERE, PERÒ, vengono selezionati gli episodi di nera più eclatanti, che possono suscitare forti emozioni, meglio se provocano sdegno. Delitti relazionali, crimini più o meno violenti commessi da extracomunitari, preferibilmente maranza, truffe agli anziani, occupazioni di abitazioni. Il dato che emerge da sempre è che ovunque domina l’insicurezza, il cittadino ha paura. Le città sono preda dei delinquenti e di bande di giovani dediti alla droga, alla violenza, a comportamenti sociali devianti. E quindi le autorità devono intervenire, come deve intervenire il governo con leggi più severe. Ordine e disciplina. Non passa giorno che su tutte le reti non vengano promosse politiche securitarie: più polizia, più esercito a controllare le strade, oltre ovviamente a vecchie parole d’ordine, come la certezza della pena e carceri più dure. Propaganda precisa, efficace, martellante.

Eppure dal punto di vista della relazione tra crimine e società la situazione è ben peggiore, solo che la macchina mediatica omette di raccontarla. Una scelta culturale e politica che esclude sistematicamente un certo tipo di reati. Guai a occuparsi di corruzione, di morti sul lavoro, caporalato e sfruttamento, sofisticazione alimentare, traffici illegali di rifiuti, argomenti che destano inquietudine e abbassano l’audience.

Soprattutto si evita accuratamente di svelare agli italiani che il sistema criminale dominante vede le mafie alleate con settori corrotti dell’imprenditoria, della finanza e della politica. Mafiosi e colletti bianchi, infiltrati nelle istituzioni, nelle banche, nelle imprese che fanno affari, che cercano, spesso con successo, di influire nelle scelte del Paese.

È PIÙ CHE LECITO il sospetto che lo Stato, oggi più di ieri, non abbia la minima intenzione di investire mezzi, uomini ed energie nella lotta alle mafie. La scelta è la obbligata convivenza, come ha suggerito più di un esponente politico. D’altronde ammazzano giusto il necessario, la fase stragista è storia passata, investono in attività pulite, insomma sono partner economici accettabili nelle logiche di questo capitalismo feroce.

Se nell’Italia delle fasi emergenziali, combattere le onorate società non rappresenta più una priorità, lo è diventato il dissenso. Il progetto a breve e medio termine di questo governo è quello di varare decreti sicurezza in grado di restringere l’ambito di azione delle «piazze», chiudere gli spazi di aggregazione antagonisti, limitare le agitazioni sindacali, con lo scopo manifesto di un controllo sociale capillare che reprima a tutti i livelli lo sviluppo di lotte future, che ritengono inevitabili. Con il necessario corredo di impunità garantita alle forze dell’ordine. In particolare sullo scudo penale si gioca una partita importante nelle carceri, dove l’innalzamento del livello di violenza nei confronti dei detenuti è teorizzato e praticato in quanto funzionale al governo degli istituti, dove vengono compressi gli spazi e abolite le attività formative e ricreative in nome del nuovo corso, improntato sul carattere meramente punitivo della pena. Galere che devono fare paura. Ai criminali e a coloro che non intendono rinunciare a lottare.

IMPUNITÀ anche ai colletti bianchi e in generale alla classe dirigente del Paese con una magistratura asservita a determinati interessi, in caso di vittoria dei sì al referendum. Se lo Stato non ha intenzione di combattere le mafie, nemmeno è sfiorato dall’idea di contrastare la piaga dell’illegalità in campo economico, che comprende un numero sempre più consistente di reati a partire dall’evasione fiscale, e che dai tempi di Berlusconi a oggi, soprattutto nel Nord Italia, si è trasformato in un vero e proprio blocco sociale dal punto di visita elettorale. Vota chi lo protegge, chi sostiene come nel Nordest, che il «nero» faccia girare gli affari e poco importa se poi parte dei capitali finiscano risucchiati nelle casse delle banche clandestine cinesi.

Purtroppo questo è un dibattito ancora limitato agli addetti ai lavori. A «sinistra» c’è una grande capacità di comprendere e analizzare, per nulla adeguata, invece, l’idea di immaginare e praticare una narrazione «altra». Provvediamo.

Il Manifesto 4 febbraio 2026