di Walter Siti

Il primo ministro spagnolo Sánchez formula in quattro parole l’atteggiamento del proprio governo: «No a la guerra». Trump risponde che allora lui ha il diritto di porre l’embargo sulle merci spagnole, anzitroncherà qualunque rapporto degli Usa con la Spagna, in violazione di un numero imprecisato di trattati e di prassi economiche. Dopo di che, in ossequio ai trattati, la Spagna accetta che dalle basi americane sul proprio territorio possano partire «missioni difensive».
Che cosa sia una missione difensiva, quando il paese che ha attaccato definisce «rappresaglie» le reazioni del paese che è stato attaccato, non è chiarissimo, ma tutti sono concordisu un punto: Sánchez si è messo nei guai perché ha “detto di no” a Trump. I matti pericolosi bisogna sempre assecondarli, così insegna il senso comune.
Trump sostiene che vuole interloquire sulla scelta del nuovo capo di Stato del paese di cui lui ha appena ucciso il capo precedente,
vorrebbe fare come in Venezuela – tremila anni di storia iraniana svaporano in un lampo, forse Trump non sa nemmeno esattamente dove sia l’Iran, con tutti quei paesi mediorientali che finiscono in -an ha sempre fatto confusione. Trump fa e disfà, mentitore compulsivo, pesta i piedi come un seienne, in bilico tra il caso clinico e il meme comico. Se l’uomo più potente del mondo è affetto da ignoranza patologica, non resta che ridere per non piangere.
Odio e amore
Mi sono riletto, in una nuova edizione uscita da Quodlibet, il libro di uno dei miei maestri all’università, Per una teoria freudiana della letteratura di Francesco Orlando. In quel testo Orlando sostiene che le radici del comico nascono dal bisogno di racchiudere in una formazione di compromesso una identificazione rimossa; il riso è una forma distanziante, un “io non sono ridicolo come lui” che nasconde un ben più imbarazzante “nel fondo io vorrei essere lui”.
La stessa cosa che nel contesto della musica aveva detto il cantautore Gian Piero Alloisio, poi citato da Gaber: «Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me». Certo Berlusconi, confrontato con Trump, ora sembra Talleyrand: Silvio non sarebbe mai stato così sfacciato, in Parlamento cercava le alleanze e sdoganava Fini, nel tigì di Canale 5 lasciava che Mentana facesse il suo lavoro, provava a essere simpatico nei consessi internazionali, non voleva governare con la paura.
Certo la sua ricchezza e il suo potere avevano conosciuto passaggi non tutti lodevoli, non gli dispiaceva che qualcuno lo considerasse l’Unto dal Signore, ma la sua passione per le ragazze giovani ora sembra innocua rispetto al verminaio sessuo-spionistico che stanno rivelando gli Epstein Files.
L’identificazione di tanti maschi italiani che “avrebbero voluto essere lui” non era nemmeno così inconscia; ora invece chi ha il coraggio di ammettere “vorrei essere Trump” e che tutti ubbidiscano ai miei capricci?
La cosa che unisce i due, nella distanza di origini culturali e di peso geopolitico, è la loro irresistibile convinzione di stare dalla parte dei buoni; difensore della libertà contro i comunisti per Berlusconi, “patriot” contro i “bad” e i “terribles” nel trumpiano linguaggio da seienne. Quando alla fine del 2009 Berlusconi fu colpito al viso da una riproduzione metallica del Duomo, una di quelle che si vendevano in piazza come souvenir, decise di rispondere (smaltito il trauma) raccogliendo in un libretto i messaggi di sostegno che aveva ricevuto: il libretto si intitolava L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio.
Fu dal titolo di quel libretto che Michela Murgia (almeno a sentire Alessandro Giammei, curatore dell’attuale trascrizione in volume da Einaudi Stile Libero) ebbe l’idea di intitolare un suo breve ciclo di lezioni appunto Lezioni sull’odio.
È un testo bello, coraggioso e paradossale in cui l’autrice rivendica la funzione catartica dell’odio, non solo verso chi lo merita, ma anche verso chi non lo merita: l’odio è un sentimento indimostrabile come l’amore, spesso fa meno danni dell’amore (soprattutto di quello materno, commovente immersione autobiografica) pur che si sappia gestirlo; rifiutarlo in sé o in altri è stupido nonché controproducente. «L’odio è naturale… bisogna ripristinare la normalità dell’odio». Giusto, ma è proprio sul rapporto tra scelte politiche e naturalità che vale la pena riflettere.
Buoni, cattivi e Peter Thiel
Molti a sinistra ritengono che la posizione di chi sta a destra sia “più facile” di quella di chi sta a sinistra, perché la destra non farebbe che assecondare la china degli impulsi primitivi e animali, possedere odiare sopraffare godere, mentre la sinistra richiederebbe una mediazione più complessa e adulta, un freno degli istinti a favore della razionalità e di una convivenza solidale. Così la sinistra si autoconsola, immaginandosi di soccombere come un’isola di cultura sommersa dalle onde della barbarie.
Non credo che sia così: a destra non c’è solo Trump, che quando gli sparano grida “Fight!” col pugno alzato e l’orecchio sanguinante, affermando (e forse lo pensa davvero) che Dio in persona ha deviato la pallottola dell’attentatore. E se quella non fosse che la maschera for dummies della destra vera, e Trump nient’altro che un frontman-marionetta da far cadere se si rendesse necessario?
Ho cominciato a pensarlo da quando ho imparato che Peter Thiel, il fondatore di PayPal e Palantir, mentore di J.D. Vance, è stato allievo di René Girard all’università di Stanford. René Girard, antropologo e semiotico, è stato uno dei miei punti di riferimento col suo volume Menzogna romantica e verità romanzesca, che per me era la rivelazione del “desiderio triangolare”, cioè del fatto che il desiderio nei romanzi non è diretto e autentico come in poesia, ma è mediato dal desiderio altrui, Emma Bovary contro Emily Dickinson. Per me, e per altri intellettuali di sinistra come me, il desiderio triangolare era anche una critica del consumismo e dei desideri indotti che lo tenevano in vita; non sapevo nemmeno che insegnasse in America, lo credevo a Parigi.
Capro espiatorio
Nell’ultima fase della sua vita, passando dalla Johns Hopkins a Stanford, il suo pensiero si è spostato sempre di più dalla letteratura all’antropologia del potere e del sacrificio, attraverso la figura mitica del capro espiatorio. Desiderare il desiderio altrui significa volere quel che ha l’altro, concepito come nemico, quindi odiarlo; la guerra è una condizione naturale che può essere distratta soltanto identificando un capro espiatorio che si assuma il ruolo di vittima: per esempio identificando nei migranti, i colpevoli, o nei musulmani, o in non meno specificati “mostri”.
Il pensiero accademico di Girard vira poi verso la teologia, Cristo come vittima sacrificale innocente per definizione, che quindi rovescia il mito.
Ma se un imprenditore evoluto, cinico e geniale come Peter Thiel si sposta dalla elaborazione filosofica astratta alle strategie di potere, che può succedere? Accumulare dati, con questa antropologia negativa in testa, significa schedare per controllare; utilizzare i progressi della tecnologia per superare d’un balzo le pastoie democratiche; far sembrare ridicoli i tentativi di aggrapparsi a un vecchio umanesimo quando le innovazioni saltano il concetto stesso di umanità e spiazzano ogni antico pregiudizio etico.
La naturale propensione umana alla violenza non è sfruttata politicamente da rozzi barbari con le corna, ma da gente che ha studiato e che scommette su un “salto di specie”: quando J. D. Vance parla della «comune cultura dell’Occidente» intende questa neo-cultura capace di irridere i paleo-woke illiberali. E se un frontman eccessivamente sciocco come Trump dovesse diventare imbarazzante, potrebbe diventare lui stesso il capro espiatorio.
Se le cose stessero davvero così, siamo proprio sicuri di quel che molti saggi di casa nostra ancora predicano aggrappandosi all’ottimismo della volontà, cioè che i tempi sono scuri ma che rovesciare il trend della Storia e guarire il corpo malato della democrazia “dipende, come sempre, da noi”?
Forse non siamo come i monaci medievali che nei monasteri tenevano viva la fiammella della cultura contro le orde dei barbari invasori, ma siamo più simili agli operai inglesi che all’inizio dell’Ottocento si illudevano di far tornare indietro l’evolversi della
tecnica facendo a pezzi qualche telaio.
Domani,10 marzo 2026
