di Veronica De Romanis

Questa volta i giovani si sono fatti sentire, e la loro scelta è stata netta: un “no” secco, che racchiude molteplici motivazioni. Da un lato, la contrarietà al referendum in sé; dall’altro, il rifiuto di una classe politica che continua a trascurarli, nonostante dati sempre più allarmanti.
Basti pensare che il tasso di disoccupazione della fascia (15-29 anni) sul totale della popolazione attiva è tra i più elevati d’Europa e pari al 14,4%, tre punti sopra la media e quasi 8 sopra la Germania. Nel nostro Paese, invece, si parla (molto) di pensioni e poco di lavoro. Una scelta scellerata dettata dal fatto che i giovani non sono numerosi e, dunque, elettoralmente meno “pesanti”. Ma anche miope. Senza il loro contributo sarà difficile sostenere il sistema pensionistico considerando che l’aspettativa di vita alla nascita continua a salire: nel 2024, ha raggiunto 83,4 anni, tre anni in più rispetto al 2005, con 81,4 per gli uomini e 85,5 per le donne, ben al di sopra della media europea ferma a 81,4. Per capire fino in fondo la drammaticità della situazione occorre mettere in fila qualche numero. I ragazzi sotto i 14 anni sono il 12%, circa sette milioni di individui: siamo ultimi in Europa e in diminuzione. Al contrario, gli over65 rappresentano il 24,3% del totale, circa 14 milioni e 573 mila persone, contro il 21% della media europea. In soli dieci anni, la percentuale è salita di oltre quattro punti, la variazione più rapida del continente. Nello specifico, nel nostro Paese vivono oltre 4,5 milioni di ultraottantenni e ben 23.500 centenari. A fronte di questi dati, le persone in età lavorativa, cioè tra i 15 e i 64 anni - nel 2025 - ammontano a 37 milioni e 342 mila persone, pari al 63,5% del totale. In pratica, ci sono meno di tre persone attive per ogni cittadino con più di 65 anni. Si tratta, anche qui, del dato peggiore d’Europa. Entro il 2050, la quota di over65 anni aumenterà di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2025, mentre quella degli under14 calerà di due punti.
Lo si è detto, i giovani che lavorano sono pochi ma il dato più inquietante riguarda chi un lavoro non lo cerca nemmeno e allo stesso tempo non è inserito in alcun corso di formazione o di studio. Sono i cosiddetti Neet - Not in Education, Employment or Training - e rappresentano il 15,2% del totale, il numero più elevato in Europa dopo quello della Romania. Nel Mezzogiorno l’incidenza raggiunge il 23,3, oltre dieci punti in più della media nazionale, mentre al Nord si ferma al 9,8. La situazione è più critica tra le donne: la quota si attesta al 16,6 contro il 13,8% degli uomini, un divario doppio rispetto alla media europea, che tende a crescere con l’età. Il rischio di diventare Neet è strettamente legato al titolo di studio. Tra i laureati si attesta all’11,8%, mentre tra chi possiede un diploma di scuola secondaria superiore sfiora il 18%.
Per quanto concerne, in particolare, le ragazze, un percorso di studi avanzato produce un duplice beneficio: riduce la probabilità di diventare Neet e, allo stesso tempo, quella di crescere figli che si ritrovano nella stessa condizione. Come evidenziato nel rapporto Dedalo, il tasso sale intorno al 50% se la madre detiene una licenza elementare mentre scende drasticamente al 9 se ha ultimato un percorso universitario. Un esercito di 1 milione e trecentomila Neet costa.
Secondo le stime di Eurofound, l’istituzione di riferimento della Commissione e del Parlamento europei, l’aggravio per la finanza pubblica e la perdita di ricchezza prodotta si aggirerebbe intorno ai 24 miliardi l’anno, alla stregua di una Legge di Bilancio di media entità.
In definitiva stiamo dissipando capitale umano prezioso, una perdita che si somma a quella già causata dall’emigrazione di molti giovani, costretti a cercare all’estero opportunità di lavoro migliori, a partire dalle condizioni retributive. Va chiarito un punto: in Italia i salari medi annui sono bassi per tutti. Nel 2024, sono stati pari a 33 mila euro, la metà dei paesi Ocse. All’inizio del 2025 erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al primo trimestre del 2021. Tuttavia, sono le nuove leve a pagare il prezzo maggiore. Secondo i dati più recenti disponibili su Eurostat, relativi al 2022, la retribuzione oraria media è di 16 euro, ma con enormi differenze tra fasce di età: gli under30 guadagnano 11,7 euro, un terzo in meno rispetto agli over50 (18,4 euro) e quasi un quarto in meno rispetto ai lavoratori di 30-49 anni (15,8 euro).
L’Italia si colloca all’undicesimo posto in Europa: davanti ci sono sia le grandi economie come Francia e Germania, sia quelle di dimensioni ridotte come Austria, Lituania e Lussemburgo. In cima alla classifica figura la Danimarca con 24 euro. Ma non solo. I divari di trattamento economico tra le generazioni sono circa il doppio rispetto ai livelli europei: in Svezia e in Finlandia, ad esempio, gli stipendi delle persone tra 30 e 49 anni coincidono con quelli dei lavoratori dai cinquant’anni anni in su. Da noi la progressione di carriera è ancora legata quasi esclusivamente all’anzianità. Il merito sembra non contare affatto: basta aspettare e, prima o poi, qualcosa succede. Essere anziani equivale quasi automaticamente a essere considerati esperti: non serve dimostrarlo, lo si è. Questa - del resto - è l’essenza l’immobilismo.
Così anche redditi e retribuzioni crescono col passare del tempo, a prescindere dal reale contributo. Secondo l’Istat chi ha passato più di trent’anni nello stesso posto guadagna una volta e mezzo in più di chi vi lavora da meno di cinque. E più si va avanti con l’età più cresce il divario.
Si potrebbe continuare a lungo aggiungendo altri numeri, ma il punto non cambia: i giovani non fanno parte dell’agenda di politica economica di alcun governo. Non è accaduto neppure con esecutivi sostenuti da maggioranze tra le più giovani di sempre, come il Conte I, che ha introdotto Quota 100: una misura che non ha aumentato l’occupazione, ma ha contribuito ad accrescere il debito pubblico di circa 25 miliardi. Un conto che ricade sui giovani e che, in una fase sempre più complessa e incerta, è destinato ad aumentare.
La Stampa, 25 marzo 2026
