Non è un gioco, è azzardo

di Marco Dotti

Tempi presenti «Non è un gioco, è azzardo», di Stefano Vaccari per Futura editrice. 165 miliardi di spesa, che lo Stato chiama «raccolta»; 11,5 nelle casse dell’Erario. Il resto se lo dividono i privati e la «macchina» che cresce per continuare a macinare soldi e vite

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Azzardo - Illustrazione di Maria Bloom – Ikon Images

Maurizio fa il camionista. Comprò un gratta e vinci tanto per fare e ci trovò cento euro. Vinti. Ma vincere è spesso l’inizio della fine. All’inizio, infatti, diventa quasi un rituale innocente, un caffè e un tagliando. Ma ora lo sa: nessun giocatore gioca per vincere. Vince per poter continuare a giocare. Per questo vuole vincere, per continuare a stare nell’ingranaggio. Anche Sara cominciò per caso, in un bar di campagna, premendo pulsanti di un «gioco» che nemmeno conosceva. Davanti alla macchina spariscono i problemi, i debiti, la paura, infine sparisce anche lei. È uno strano equilibrio. Non giocava per vincere. Giocava per non sentire, come sotto anestesia. In un mondo che ti chiede di correre, lei stava ferma. Equilibrio perfetto.

Queste voci sono raccolte nel libro di Stefano Vaccari, Non è un gioco, è azzardo (Futura editrice, a cura di Marco Ciarafoni, prefazione del cardinale Matteo Zuppi, postfazione di Luciano Gualzetti, pp. 116, euro 10). Un libro che lancia una pietra in uno stagno, quello dell’azzardo di massa, dove l’acqua non solo è ferma, ma anche parecchio torbida.

LE CIFRE RIPORTATE nel volume fanno rabbrividire. Dietro ogni vita, infatti, ci sono anche numeri e dietro i numeri, interessi. Fra il 2004 e il 2025 sono transitati nei canali del gioco 1.940 miliardi di euro. Nel 2025 la raccolta è stata di 165 miliardi, allo Stato ne sono rimasti 11,5, il 6,9 per cento. A febbraio 2026 i conti di gioco attivi erano 17,4 milioni, e al 31 dicembre precedente vi giacevano fermi 13,3 miliardi. Di un solo lotto di una lotteria istantanea sono stati stampati 18.240.000 biglietti, dei quali 12.576.364 perdenti; se ne vendono oltre quattromilacento al minuto, giorno e notte.

Quello che le testimonianze di Sara e Maurizio descrivono ha un nome tecnico. L’antropologa Natasha Dow Schüll ha impiegato quindici anni a Las Vegas per documentarlo e lo ha chiamato machine zone: lo stato in cui preoccupazioni, obblighi sociali e perfino la consapevolezza del corpo si dissolvono dentro un dispositivo creato ad arte.

Ma il punto della sua ricerca non è lo stato psico fisico o emotivo del giocatore generato dal prodotto, è che quello stato è il prodotto. L’industria dell’azzardo lo definisce time on device, tempo sul dispositivo, e continuous gaming productivity, produttività di gioco continuativa. La curvatura dello schienale, la frequenza delle quasi-vincite, l’illuminazione che cancella l’ora: ogni parametro è calibrato per estendere la sessione. La macchina non vuole che tu perda, sarebbe rozzo. Vuole che tu resti attaccato per il maggior tempo possibile.

Ma limitarsi al design della macchina sarebbe ancora troppo poco. Una slot non è un’anomalia dentro un’economia sana. Casomai è la forma più nitida di una tendenza generale. Nello spazio della deregulation finanziaria domina l’ipermobilità del denaro, e negli angoli delle nostre città la teologia del denaro si impone sull’esperienza del gioco. È la finanziarizzazione che pervade nuove sfere della vita quotidiana, e in questo senso davanti a una slot l’homo ludens un uomo che si illude di poter eludere l’assenza del dio che manca, e che pur mancando ha strutturato il mondo attraverso la propria assenza. Il denaro. La vincita attesa è la promessa di felicità costantemente rinviata su cui il capitalismo fonda le proprie condizioni di possibilità. Non è un vizio privato che si insinua nell’economia: è l’economia che ha trovato la sua liturgia.

NEGLI ANNI CINQUANTA B. F. Skinner mise dei ratti in una gabbia che erogava cibo a ogni pressione della leva, e gli animali impararono il nesso di causa ed effetto. Poi introdusse la variabilità: il cibo arrivava dopo un numero casuale di pressioni. Il risultato è la pietra angolare di ogni industria della cattura: la ricompensa intermittente fece aumentare drasticamente la frequenza con cui i piccioni toccavano la leva. È la variabilità, non il premio, a generare la ricerca famelica della ricompensa. E l’imprevedibilità funziona perché rompe la sequenza attesa: quando qualcosa spezza il nesso fra causa ed effetto, torniamo bruscamente consapevoli, e quella scossa di attenzione ci risulta piacevole.

Nir Eyal, che di questa tecnica è il manualista più letto dalla Silicon Valley, la chiama gancio: un ciclo in quattro tempi (innesco, azione, ricompensa variabile, investimento) che ripetuto trasforma un comportamento in abitudine. Il gancio non ha bisogno di persuadere nessuno, gli basta essere ripercorso abbastanza volte. E qui va detta la cosa che il libro documenta. Lo Stato ripete che la quasi totalità della spesa viene ridistribuita in vincite, e la cifra è tecnicamente esatta. Ma quel denaro non è un risarcimento. È il carburante del ciclo.

Le vincite intermittenti servono a far ripartire il gancio, e le quasi-vincite attivano nel cervello del giocatore le stesse aree della vittoria vera. Come i ratti di Skinner, così sono i giocatori. La percentuale di restituzione, presentata come garanzia di equità, è in realtà il parametro che regola la formazione dell’abitudine. Più alta è, più a lungo si resta. Il payout non è ciò che lo Stato restituisce al giocatore: è ciò che l’industria reinveste nella dipendenza. È qui che il dibattito pubblico italiano gira a vuoto, e non per caso. Deve girare a vuoto, ponendo i problemi sbagliati.

LA DOMANDA che si sente ripetere in ogni convegno, in ogni tavolo tecnico, in ogni interrogazione parlamentare è se la responsabilità stia nel consumatore o nel prodotto. Formulata così è una domanda che non può avere risposta, ed è precisamente per questo che continua a essere formulata. Per non avere risposte. Finché si discute della fragilità del singolo giocatore e della sua eventuale predisposizione, si producono campagne di sensibilizzazione, opuscoli, numeri verdi, e non si tocca un solo parametro di progettazione di questo che Akerlof e Shiller hanno chiamato «equilibrio del phishing». Nel mercato dell’azzardo chi non manipola viene espulso dalla concorrenza. In altri termini, phish or perish. Non è un vizio di qualche operatore, è lo stato di equilibrio del sistema.

Il gioco responsabile, con cui Stato e privati e schiere di portatori di buone intenzioni (il cosiddetto Terzo settore in primis) si lavano portafogli e coscienza è la formula perfetta di questa neutralizzazione. Sposta, infatti, la questione sul comportamento individuale nel momento stesso in cui finge di occuparsene, e lascia intatto il contesto. Trent’anni di questa retorica hanno prodotto un vocabolario ricchissimo di false configurazioni del problema e nessuna modifica strutturale sul campo.

Nel frattempo, lo Stato si è trovato dentro l’operazione fino al collo, e non come arbitro. Lo spostamento delle competenze, avvenuto tre decenni or sono, dal Ministero degli Interni a quello dell’Economia ha legittimato istituzionalmente una politica aggressiva ed espansiva del settore. Lo Stato concede le licenze, incassa il prelievo, iscrive la previsione a bilancio, e ha quindi un interesse contabile diretto a che la raccolta non diminuisca. Il resto è retorica. Undici miliardi e mezzo su centosessantacinque: la quota per l’Erario è modesta rispetto al giro d’affari, ma è una voce di entrata su cui si costruiscono leggi finanziarie, e nessun ministero dell’economia ha mai messo a bilancio una contrazione volontaria del gettito. Figuriamoci davanti a vite minute, semplici e devastate che non fanno rumore.

UN’AMMINISTRAZIONE che regolamenta un settore da cui dipende per far quadrare i conti non è un regolatore. Casomai è un socio di minoranza con poteri di polizia. Ed è la ragione per cui limiti di puntata, distanze dai luoghi sensibili e orari di accensione arrivano sempre come compromessi al ribasso, affidati ai comuni, cioè all’unico livello di governo che non incassa nulla e paga tutto in servizi sociali. Ma la contabilità è la parte meno interessante del danno. Quello che si sta consumando non è soltanto reddito. È la disponibilità stessa a stare in un rapporto. Una slot in un bar non produce nessun gruppo di gioco, non crea ma disgrega il tessuto sociale, e questo è il punto che l’economia dell’azzardo non vede, non solo perché non vuole vederlo, ma perché non ha strumenti per contabilizzarlo. Sottrae ore che sarebbero state di qualcun altro, la fiducia dei figli, il tempo civico, e restituisce una relazione perfettamente affidabile con un oggetto che non delude mai perché non promette nulla.

Chi esce da vent’anni di macchina non ha soltanto un debito: ha disimparato la reciprocità. È una diseconomia nel senso stretto del termine, un dispositivo che distrugge valore mentre lo registra come prodotto interno lordo, e la voce distrutta è quella che nessun conto nazionale rileva, il legame.

Nel libro, Filippo Torrigiani, consulente della Commissione antimafia, chiama la promessa della vincita facile un «anestetico spirituale». È quasi la stessa parola che usa Sara, arrivata per una strada diversa. Quando il linguaggio di chi studia il fenomeno e quello di chi lo subisce coincidono così, di solito significa che il fenomeno è stato descritto con esattezza, e che a mancare non è la conoscenza. Manca la volontà politica. Manca la volontà sociale. Manca tutto. Che fare, allora? Domande complesse, a volte, richiedono risposte semplici. Basterebbe il coraggio

Il Manifesto, 21 luglio 2026