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Il Borgo di Dio di Trappeto, in provincia di Palermo, sognato, pensato e costruito dal sociologo triestino Danilo Dolci, teorico della nonviolenza, dell’educazione di giovani e adulti, del riscatto dei poveri, è morto. Distrutto dai teppisti, dall’indifferenza e dalla burocrazia.

Le finestre senza vetri né serrande ammirano il mare agitato d’inverno, i murales di Ettore De Conciliis osservano pensierosi la solitudine di quelle stanze, erbacce e rovi seppelliscono i tavoli in pietra e gli scheletri arrugginiti di quelli che una volta erano giochi per bambini. Sentendo pezzi di vetro e mattoni rotti scricchiolare a ogni passo, curiosando dentro saloni devastati con le pareti scrostate e vandalizzate, si fa fatica a immaginare che lì, in cima a una collinetta con vista mozzafiato sul golfo di Castellammare, fino a 12 anni fa premi Nobel e filosofi, poeti e pittori camminavano a braccetto, conversando alla pari con bambini e pescatori, contadini e analfabeti.

Il Borgo di Dio di Trappeto, in provincia di Palermo, sognato, pensato e costruito dal sociologo triestino Danilo Dolci, teorico della nonviolenza, dell’educazione di giovani e adulti, del riscatto dei poveri, è morto. Distrutto dai teppisti, dall’indifferenza e dalla burocrazia. Arrivarci è facilissimo, basta seguire una trazzera alle porte del paesino marinaro che negli anni Cinquanta diventò la scelta di vita di un uomo convinto che il cambiamento è possibile solo con forze nuove «ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni». Due cagnolini indicano la strada per entrare varcando un muretto basso. Pochi passi e si fa ingresso in quella che era la cittadella di Danilo Dolci e oggi è solo un’enorme struttura abbandonata di mille metri quadrati coperti e 20 mila di terreno a ulivi. Uno dei sette figli, Amico Dolci, musicista e anima del «Centro per lo sviluppo creativo» intestato al padre, non nasconde la sofferenza.

«Tendo a non tornarci più, altrimenti mi sento male», ammette. «Io qui andavo all’asilo e mi sembra ancora di sentire la musica che veniva diffusa sempre nella casa, nell’auditorium. Qui ho imparato la libertà, l’indipendenza, a dare importanza alla persona, chiunque essa sia», confida Benedetto Zenone, impiegato al Comune di Trappeto, discepolo e collaboratore di Dolci. Sfoglia album interi di foto entrate nella storia e racconta: «Sono nato nel gennaio 1952, lo stesso mese in cui Danilo giunse a Trappeto, che lui conosceva perché qui suo padre Enrico era stato capostazione. A quei tempi Trappeto era un paese abbandonato da tutti, dove la facevano da padroni la miseria, l’ignoranza e le malattie. C’erano le fogne a cielo aperto, non esistevano strade asfaltate, le persone vivevano assieme agli animali. Nell’anno in cui sono nato ci furono 15 morti, la metà dei quali bambini».

È proprio la morte di un bambino a suscitare la prima battaglia di Danilo Dolci. Quell’omone brillante, promettente studente di architettura, nel 1950 abbandona gli studi e va a vivere a Nomadelfia, «la città dove la fraternità è legge» guidata da don Zeno Saltini. Dolci è in ricerca. Sa che c’è tanta gente in Italia che ha bisogno di aiuto. Poi la decisione radicale, di trasferirsi a Trappeto. Il 14 ottobre 1952, sul letto di un neonato di un mese morto di fame, Danilo Dolci dà inizio al primo di numerosi digiuni, che daranno grande popolarità alle sue battaglie per il lavoro, per il pane, per la democrazia. Le condizioni di vita per centinaia di famiglie sono disperate. Il titolo di uno dei primi libri di Dolci dice tutto: Fare presto (e bene) perché si muore.

La protesta viene interrotta solo quando le autorità si impegnano a realizzare alcuni interventi urgenti. La stampa comincia a parlare di Dolci come del «Gandhi italiano». Proprio quell’anno Danilo Dolci compra con 370 mila lire il terreno in cui far sorgere il «Borgo di Dio». È contrario alla proprietà privata, così crea un’associazione che negli anni ha cambiato nome. «Il suo desiderio era che a gestirlo fosse il Comune di Trappeto – racconta Zenone –. Nel 1986-87 si comincia a lavorare per questo passaggio.

Dieci anni dopo, finalmente, si arriva all’accordo. Il Comune ha i soldi per coprire i debiti dell’associazione, ma è necessario un documento della Siae che affermi che al Borgo si fosse fatta attività teatrale e culturale da almeno 30 anni. Che assurdità. C’erano migliaia di spettacoli, attestati dalle lettere che Danilo di suo pugno scriveva alla questura per avvertire di ogni attività pubblica». Ma non ci sono autorizzazioni della Siae. Danilo, nel frattempo, si ammala. «Riusciamo a trovare la cooperativa Proteus di un ex ragazzo del Borgo che vuole acquistare il centro – continua Zenone –. Siamo d’accordo, purché si continui il progetto che lì era stato iniziato. Si firma il preliminare di vendita, ma muore Danilo, il 30 dicembre 1997.

La coop ha problemi finanziari e viene messa in liquidazione». Da quel momento cala il sipario sul Borgo. Si riescono a salvare archivio e biblioteca, che vengono trasferiti nel piccolo appartamento di Danilo e in un’altra stanza del Borgo ceduta al Comune negli anni Cinquanta per avere il permesso di aprirvi l’asilo. Basterebbero 500 mila euro per rilevare il Borgo, pagando la cooperativa e risolvendo tutti gli intoppi burocratici. Un altro milione sarebbe necessario per la completa ristrutturazione.

Il Comune di Trappeto sta cercando una soluzione. «Noi non abbiamo risorse a disposizione – spiega il sindaco Giuseppe Muscolino –, ma vorremmo riuscire ad acquistarlo con i fondi europei e restaurarlo partecipando a un bando europeo come unione di comuni». Un sogno difficile da realizzare, ma possibile, se è vero ciò che dice uno dei versi più famosi di Dolci: «Ciascuno cresce solo se sognato».
Avvenire 17 Febbraio 2010