CALENDARIO, VACANZE, ORARI: UN SISTEMA NEMICO DELL'APPRENDIMENTO

A chi serve la sesta ora del venerdì? Il tempo scuola è a misura di adulto

GIANMARCO PROIETTI
insegnante

Scuola. Il venerdì, sesta ora. Il professore di matematica entra in classe e trova un silenzio insolito. ragazzi e le ragazze che di solito lo accolgono con battute e domande, hanno la testa piegata sul banco, qualcuno guarda nel vuoto, qualcun altro tamburella con la penna.  È una scena che si ripete ogni settimana, in molte scuole italiane: corpi giovani ma già esausti, dopo sei oreconsecutive di lezione e una
settimana da trenta o più ore. Non è disinteresse, non è pigrizia. È stanchezza strutturale: quella di un tempo scuola tra i più lunghi d'Europa, organizzato più per la logistica degli adulti che per i bisogni educativi degli studenti.

Il confronto
In Italia si parla molto di scuola, ma poco del suo tempo. Si discute di programmi, valutazioni, merito, raramente del fatto che il tempo scuola italiano è insieme lungo e poco sostenibile. Per capirlo basta guardare oltre confine, non solo al numero di ore, ma a come sono distribuite e
vissute. In molti paesi europei la scuola occupa l'intera giornata, ma in modo diverso. In Francia e Spagna le ore settimanali sono simili alle nostre, ma integrate da mensa, pause e pomeriggi distesi. In Germania, Belgio, Olanda e Regno Unito la giornata termina prima, ma prevede rientri pomeridiani per sport, laboratori e attività artistiche. Ovunque prevale un'idea di scuola come spazio di vita quotidiana: non solo trasmissione di saperi, ma relazione, socialità, cura del tempo. Anche i calendari raccontano un'altra storia. L'Italia conta oltre 200 giorni di lezione, tra i valori più alti in Europa, ma li concentra in lunghi blocchi, compensati da un'estate di tre mesi. In Germania, Francia e Regno
Unito l'anno è più frammentato: pause regolari ogni sei-otto settimane, estati più brevi, maggiore continuità didattica. In Italia, invece, il ritmo è monolitico: un lungo blocco autunnale e invernale, uno breve primaverile, e poi un'estate che si dilata fino a settembre. Un modello che non favorisce né la continuità didattica né l'equilibrio nella fatica degli studenti.

Ora dopo ora
Questa impostazione pesa soprattutto nella scuola secondaria. Nella primaria, ordinariamente strutturata su 27 ore settimanali, l'introduzione dell'educazione motoria ha portato molti bambini e bambine a trascorrere a scuola fino a 29 ore in cinque giorni, spesso in classe per l'assenza di palestre o per vincoli strutturali. Il tempo pieno rappresenta ancora, potenzialmente, una dimensione pedagogicamente sostenibile, se non ridotto a semplice estensione del mattino. Ma già nella secondaria di primo grado le trenta ore settimanali sono concentrate quasi esclusivamente tra le 8 e le 14, senza mensa e con pause minime. Un'età che richiederebbe alternanza,
movimento e relazione viene compressa in un tempo lineare e trasmissivo. Nella secondaria di secondo grado, la situazione si aggrava: licei e tecnici oscillano tra 27 e 32 ore, gli istituti professionali arrivano a 35. Sette ore mettono a dura prova la tenuta cognitiva ed emotiva
degli studenti. La quantità diventa un surrogato dell'apprendimento.

50 minuti
Per aggirare il problema, alcuni istituti hanno ridotto le ore a 50 minuti, riuscendo a organizzare l'uscita poco dopo le 14. Ma così si tagliano ore di insegnamento e si creano disparità tra studenti e docenti. Un insegnante che lavora 18 ore settimanali da 50 minuti "perde" 99 ore
annuali rispetto a chi insegna ore piene da 60: una differenza enorme, sia sul piano didattico sia su quello economico. Quel tempo dovrebbe essere restituito prima di tutto agli studenti e alle studentesse, eppure non tutti gli istituti lo recuperano. Alcuni lofanno con progetti o moduli aggiuntivi, altri semplicemente lo omettono, generando una distorsione che nessun'altra scuola europea conosce, nell'indifferenza delle istituzioni. Un'ulteriore e cruciale distorsione riguarda l'impatto sociale di questo modello. Un orario concentrato al mattino (8-14), senza mensa o rientri pomeridiani, non è solo insostenibile per ragazzi e ragazze, ma grava pesantemente sulla conciliazione tra vita familiare e lavoro. La carenza di servizi scolastici a tempo pieno costringe molte famiglie a soluzioni costose, e questo peso ricade in modo
sproporzionato sul genitore con minore capacità di negoziazione lavorativa. I dati Istat e gli studi sulla partecipazione femminile al lavoro mostrano come insufficienza dei servizi scolastici si traduca spesso in una riduzione dell'orario lavorativo o in un'uscita dal mercato del lavoro da parte delle donne, trasformando il tempo scuola in un fattore che aggrava la disuguaglianza di genere.

A chi serve?                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il paradosso è che questo modello, pur generando fatica e iniquità, è ampiamente accettato dal mondo adulto della scuola. Si è creata una tacita complicità: un tempo che penalizza studenti e famiglie, ma tutela la comodità organizzativa di chi lavora nell'istituzione. Il tempo scuola è breve per l'adulto, interminabile per chi lo subisce. Il nodo è tutto qui: il tempo a scuola italiano non è pensato sui bisogni educativi
di bambini e adolescenti, ma su quelli dell'organizzazione. Gli orari rispondono alle esigenze degli adulti, non ai ritmi dell'apprendimento.
Anche la democrazia scolastica finisce così per ridursi a un adempimento rapido, senza spazio per la costruzione di una reale comunità educante. Ripensare il tempo significa ripensare la scuola. Un tempo più disteso, fatto di mensa, laboratori, cortili ed esperienze condivise, può essere anche più lungo, ma infinitamente più formativo. Serviranno docenti meglio retribuiti, con orari più flessibili, e criteri di reclutamento capaci di valorizzare non solo la competenza disciplinare, ma la disponibilità educativa. Solo allora il tempo tornerà a
essere un alleato dell'apprendimento, e non la misura di una fatica collettiva.