13 gennaio 1963. La marcia per la pace di Altamura
di Giuseppe Dambrosio
Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico Ets.
Dalla Perugia-Assisi alla Murgia nucleare
La Marcia della pace svoltasi ad Altamura domenica 13 gennaio 1963 non nacque improvvisamente. Fu il punto d'arrivo di un percorso maturato nel movimento pacifista italiano dei primi anni Sessanta e, nello stesso tempo, la risposta di un territorio che si era ritrovato direttamente coinvolto nella strategia nucleare della Guerra fredda.
Un antecedente importante è rappresentato dalla prima Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli Perugia-Assisi, organizzata da Aldo Capitini per il 24 settembre 1961. Tra le carte dell'Archivio Fiore è conservata una lettera che Capitini indirizzò a Fiore il 13 maggio 1961, oltre quattro mesi prima della marcia. Gli comunicava che si stava organizzando in Italia una manifestazione per la pace, sull'esempio di quelle già realizzate in altri paesi, con l'obiettivo di rendere consapevoli «dal basso» le popolazioni, e particolarmente i giovani, del pericolo della guerra.

Archivio Fiore - Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpi - Bari
Capitini insisteva su un elemento che ritroveremo anche nell'esperienza altamurana: la manifestazione non avrebbe dovuto avere carattere elitario, ma essere «divulgativa, popolare» e, proprio perché capace di coinvolgere un gran numero di persone, acquistare efficacia politica e civile. Chiedeva pertanto a Fiore di poter annunciare il suo nome fra gli aderenti e lo invitava, qualora gli fosse stato possibile, a partecipare personalmente alla marcia o almeno alla riunione conclusiva alla Rocca di Assisi.
Il documento dimostra che Tommaso Fiore era inserito nella rete del pacifismo capitiniano ben prima della manifestazione del 1963. Una fonte riscontrabile nell'Archivio Fiore conferma la sua partecipazione alla Perugia-Assisi e il successivo impegno nell'organizzazione dell'iniziativa pugliese.
Ma fra la Perugia-Assisi e la marcia di Altamura intervenne un avvenimento destinato a cambiare radicalmente la percezione del pericolo atomico: la crisi dei missili di Cuba dell'ottobre 1962. Per alcuni giorni Stati Uniti e Unione Sovietica si trovarono sull'orlo di uno scontro che avrebbe potuto trasformarsi in guerra nucleare.
In Puglia e Basilicata quel pericolo non poteva essere percepito come qualcosa di remoto. Il territorio ospitava infatti le basi dei missili nucleari statunitensi Jupiter. La Murgia era dunque parte concreta dell'equilibrio atomico tra i due blocchi e, nell'eventualità di un conflitto, avrebbe potuto costituire un obiettivo militare.
Il movimento degli intellettuali per la pace
È in questo clima che, nelle settimane immediatamente successive alla crisi cubana, prese forza in Italia un movimento per la pace e il disarmo nel quale confluirono intellettuali di diversa formazione. Un momento importante fu l'iniziativa «Per la pace e il disarmo», culminata nell'assemblea del Teatro Adriano di Roma del 18 novembre 1962. L'Unità annunciava la partecipazione, tra gli altri, di Carlo Levi, Aldo Capitini, Alberto Carocci, Guido Piovene, Giulio Carlo Argan, Mario Soldati e Vittorio Foa e riferiva che ai promotori erano già pervenute migliaia di firme e adesioni.
Da Londra arrivò anche una dichiarazione di Bertrand Russell, nella quale il filosofo inglese collegava direttamente la questione della pace al pericolo rappresentato dalle armi nucleari.
Il movimento nazionale fornì quindi un riferimento immediato a quanto stava maturando nel Mezzogiorno. La mobilitazione pugliese e lucana non fu semplicemente la protesta degli abitanti di alcune città contro installazioni militari collocate vicino alle loro case: cercò di inserirsi in una più vasta battaglia internazionale per la distensione e il disarmo.
Nasce il Comitato promotore
A promuovere la manifestazione furono intellettuali pugliesi che costituirono un comitato comprendente personalità di diversa provenienza culturale e politica. Tra i nomi figurano Fabrizio Canfora, Vittorio Chiaia, Diego De Donato, Tommaso Fiore, Lucio Jes Oberdan, Pietro Laforgia, Arcangelo Leone De Castris, Giuseppe Mallardi, Gabriele Pepe, Mario Sansone, Antonio Sorrentino, Raffaele Spizzico e Mario Coccioli .
La preparazione non avvenne soltanto attraverso strutture partitiche. Una fonte basata sulle carte dell'Archivio Fiore riferisce che gli organizzatori si riuniscono anche nella casa di Tommaso Fiore per mettere a punto i particolari dell'iniziativa. La conferenza-stampa di presentazione della Maricia si tenne il 10 gennaio, nell'albergo delle Nazioni. L'appello rivolto alle popolazioni di Puglia e Lucania chiedeva una politica italiana di pace e di amicizia fra i popoli, il disarmo e lo smantellamento delle basi missilistiche.
Una mobilitazione che cresce
Le fonti dell'epoca consentono oggi di ricostruire meglio anche le dimensioni della mobilitazione precedente il 13 gennaio.
Nei giorni immediatamente precedenti la marcia si moltiplicarono riunioni, raccolte di firme e adesioni. L'Unità dell'8 gennaio riferiva, per esempio, che nel comune di Montescaglioso erano stati raccolti in poche ore circa tremila firme e altre mille tra i braccianti. Numerosi Consigli comunali avevano sottoscritto l'appello e centinaia di intellettuali, professionisti e uomini di cultura avevano aderito all'iniziativa. Alla manifestazione aveva inoltre aderito il Comitato per la pace e il disarmo costituitisi a Matera durante la crisi cubana, guidato da Domenico Notarangelo.

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Queste notizie sono importanti perché mostrano che la manifestazione del 13 gennaio è stata preceduta da una vera campagna territoriale, particolarmente intensa nelle campagne e nei centri della Puglia e della Lucania.
Le cronache parlavano di delegazioni provenienti da numerosi comuni, alcune delle quali avrebbero raggiunto Altamura dopo aver organizzato cortei nei rispettivi paesi. Una ricerca successiva, che riproduce le corrispondenze dell'epoca, sottolinea inoltre la presenza, accanto al proletariato agricolo e ai giovani, di intellettuali «di sinistra, cattolici, radicali, indipendenti».
Le polemiche prima della marcia
La preparazione non fu tuttavia priva di contrasti. Una parte del mondo politico accusò l'iniziativa di essere condizionata dal PCI e contestò agli organizzatori di protestare contro le basi occidentali senza assumere una posizione altrettanto netta nei confronti della politica sovietica e comunista internazionale.
La Democrazia cristiana provinciale invitò i propri iscritti a non aderire. Non partecipavano ufficialmente neppure il PSDI e la UIL. Le fonti ricordano che la guerra sino-indiana del 1962 entrò anch'essa nella polemica: agli organizzatori fu contestato di denunciare le basi NATO senza assumere analoga iniziativa contro l'aggressione cinese all'India.
Unico a non aderire fu il segretario del PSDI, di Altamura, che Fiore apostrafa, in un resoconto dettagliato che si può consultare tra i documenti, "un noto voltafaccia, che credette forse di affermare col suo gesto la marcia del sole". E naturalmente la Federazione Provinciale di Terra di Bari del partito dell'on. Saragat fece lo stesso".
Gli organizzatori respinsero però l'accusa di filocomunismo e rivendicarono l'autonomia del movimento. Proprio questa controversia è importante per comprendere la natura della manifestazione: essa nacque certamente in un ambiente nel quale PCI, PSI, Camere del lavoro e organizzazioni della sinistra esercitarono una forte capacità di mobilitazione, ma il Comitato promotore cercò consapevolmente di allargare l'iniziativa oltre i confini dei partiti.
La presenza di figure come Capitini, Levi e Russell e, durante la manifestazione, di don Andrea Gaggero, contribuiva a sottolinearne questa aspirazione.
Altamura, domenica 13 gennaio 1963
Nonostante il cattivo tempo, la mattina del 13 gennaio 1963 migliaia di persone raggiunsero Altamura. La cronaca della Gazzetta del Mezzogiorno, particolarmente interessante perché tutt'altro che politicamente favorevole agli organizzatori, parla comunque di «alcune migliaia di persone, uomini e donne», provenienti da vari centri della Puglia e della Lucania.
Il corteo attraversò le strade cittadine inneggiando alla pace, al disarmo, alla distensione internazionale e allo smantellamento delle basi missilistiche. Fiore così scriveva nel suo resoconto: "Allorché il pomeriggio del 13 arrivai ad Altamura e penetrai lentamente, attraverso una folla strabocchevole sino all'enorme piazza Zanardelli... Dalla via di Montecalvario giungevano incalzandosi schiere su schiere di partecipanti alla marcia e le loro grida di pace soverchiavano ogni rumore, come le loro scritte celavano la vista delle masse. Ma le colonne voltavano a destra per partecipare alla dimostrazione in città. Erano venuti per la via di Santeramo migliaia di dimostranti, preceduti dai parlamentari comunisti, Assennato, Francavilla, Ada Del Vecchio, e il senatore Gramegna, ma poi vidi Reichlin e tanti altri. Ed erano passati sotto il naso delle installazioni missilistiche, americane naturalmente, ciò che giustificava ampiamente le grida della folla: «Via i missili dall'Italia è sincera quella di tutti gli uomini di buona volontà».
Anche una ricostruzione storica successiva descrive l'arrivo ad Altamura di migliaia di persone con numerosi autobus dalla Puglia e Lucania, la presenza nel corteo di giovani e bambini e, infine, l'arrivo in piazza Zanardelli, dove era stato predisposto il palco per gli interventi.
La manifestazione, dunque, non consistette in una marcia da Gravina ad Altamura - equivoco che compare in qualche ricostruzione successiva - ma in un'affluenza di delegazioni da numerosi centri e in un corteo che percorre le strade di Altamura, con conclusione in piazza Zanardelli. La fonti contemporanee e la successiva ricostruzione di Pietro Castoro convergono su questo punto.
Tommaso Fiore apre il comizio
Concluso il corteo, ebbe inizio il comizio. Un documento che consente di precisarne lo svolgimento è la lettera inviata da Tommaso Fiore a Bertrand Russell il 23 gennaio 1963, appena dieci giorni dopo la manifestazione. Si tratta di una testimonianza particolarmente preziosa perché proviene direttamente da uno dei protagonisti. Fiore scrive: «Dinanzi a questa folla io ho aperto il comizio».
Nel suo intervento Fiore richiamò la necessità della distensione internazionale, del dialogo fra le grandi potenze e del disarmo. Il suo ruolo assume un significato particolare se collegato alla lettera ricevuta da Capitini nel 1961: l'intellettuale altamurano che aveva aderito alla Perugia-Assisi diventava, meno di due anni dopo, uno degli animatori di una mobilitazione per la pace nella propria terra.

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Quattro grandi assenti presenti attraverso i loro messaggi
Carlo Levi, Aldo Capitini, Bertrand Russell e Salvatore Quasimodo non erano fisicamente ad Altamura, ma i loro messaggi furono letti pubblicamente. Nei documenti la riproduzione integrale dei testi.
Carlo Levi, che avrebbe dovuto essere presente alla manifestazione, inviò un testo nel quale interpretava il problema della pace alla luce della condizione atomica dell'umanità. La nuova epoca poneva, nella sua formulazione, un'alternativa radicale: «coesistere o non esistere». Nell'era nucleare, la politica non poteva più ragionare secondo le categorie tradizionali della guerra e della vittoria militare, perché la guerra atomica avrebbe potuto significare la distruzione comune.
Anche Aldo Capitini fece pervenire il proprio messaggio. Le richieste richiamavano alcuni dei temi fondamentali del pacifismo nonviolento: cessazione degli esperimenti nucleari, eliminazione delle basi, disarmo e riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza.
Si chiudeva così idealmente il cerchio iniziato con la lettera del maggio 1961: Capitini aveva allora chiesto a Fiore di aderire alla Perugia-Assisi; ora era Fiore ad organizzare nella sua Altamura una nuova mobilitazione e Capitini a inviargli il proprio sostegno.
Anche il poeta Salvatore Quasimodo si scusò di non poter venire, con una lettera scritta a Tommaso Fiore il 7 gennaio di quell'anno, che poi fu letta a tutti ad Altamura. Fra l'altro egli diceva: «Insistere sulla pace significa credere alla vita e non alla preparazione della morte. Sono contento che i Pugliesi dicano una parola che onora il loro lavoro di ogni giorno. Tu capirai perché io non posso venire: ogni settimana dovrei essere o a Siena per dire un nome, o ad Altamura, o a Berlino, o a Dublino, o a Ravenna, o a Cuba».
Bertrand Russell agli «italiani che marciano intorno ad Altamura»

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Il documento probabilmente più significativo tra quelli pervenuti è quello di Bertrand Russell. Non si trattò di un generico messaggio pacifista riutilizzato per l'occasione. Il titolo dattiloscritto del documento è inequivocabile: «MESSAGGIO AGLI ITALIANI CHE MARCIANO INTORNO AD ALTAMURA, 13 GENNAIO 1963» .
Anche il catalogo dei Collected Papers of Bertrand Russell registra autonomamente il documento come «Message from Bertrand Russell for the Altamura March», collocandolo fra gli scritti del 1963. Russell entrava immediatamente nel merito della situazione locale. Le basi installate nella regione, affermava, rendevano concretamente visibile il significato della guerra nucleare.
Il suo ragionamento andò però oltre la Puglia. La protesta di Altamura entrava, nella sua prospettiva, in un movimento internazionale che stava rendendo sempre più difficile predisporre arsenali nucleari lontano dalla consapevolezza dell'opinione pubblica.
La parte conclusiva assumeva quasi il valore di una consegna morale. Russell invitava i manifestanti a continuare e intensificare la propria azione: «Oggi vi tendo la mano in segno di amicizia e di ammirazione». E li esortava a proseguire «in nome del buon senso, della ragione e della sopravvivenza umana». Il testo originale conservato nell'Archivio Fiore è stato successivamente riprodotto e studiato; una pubblicazione dell'Università di Bari conferma che il messaggio fu inviato al Comitato promotore e reso pubblico il giorno stesso della manifestazione.
Gli altri interventi e don Andrea Gaggero
Sul palco intervennero inoltre esponenti del Comitato promotore. Le fonti consentono di individuare, tra gli altri, Antonio Sorrentino, Giuseppe Mallardi e Fabrizio Canfora .
Canfora intervenne anche sulla polemica politica che aveva preceduto la marcia, ribadendo il carattere unitario dell'iniziativa e contestando l'interpretazione che la riduceva a una manifestazione comunista. Particolarmente significativa fu la presenza di don Andrea Gaggero, sacerdote ed esponente del movimento pacifista.
La cronaca contemporanea parla di un suo breve intervento. La lettera di Fiore a Russell del 23 gennaio offre una conferma indipendente e ancora più precisa. Dopo aver ricordato la lettura dei messaggi, Fiore scrive infatti che, dopo gli oratori locali, «ha parlato don Gaggero, senza lungaggini ma molto efficace».
L'«Appello di pace alle popolazioni di Puglia e Lucania»
La manifestazione si concluse con la lettura di un «Appello di pace alle popolazioni di Puglia e Lucania manifestazione». È un documento essenziale per comprendere le finalità dichiarate della marcia. Gli organizzatori affermavano di aver marciato contro le basi missilistiche della NATO, ma aggiungevano in modo significativo: «e simbolicamente contro tutte le basi in qualsiasi parte del mondo».
Questa precisazione assume particolare rilievo alla luce delle polemiche che avevano preceduto la manifestazione. L'appello conclusivo cercava cioè di collocare la protesta contro le installazioni presenti sul territorio pugliese all'interno di un'opposizione più generale alla militarizzazione nucleare, non limitata a uno solo dei due blocchi.
La crisi cubana costituisce lo sfondo immediato. Il pericolo corso nell'ottobre precedente aveva dimostrato quanto rapidamente una crisi internazionale potesse condurre il mondo sull'orlo della guerra atomica.
Quanti parteciparono?
Sul numero dei partecipanti le fonti non coincidono perfettamente e proprio per questo è opportuno evitare una cifra presentata come definitivamente accertata. La Gazzetta del Mezzogiorno parla di «alcune migliaia di persone». La testimonianza di Tommaso Fiore è invece molto più precisa. Nella lettera a Russell del 23 gennaio 1963, scritta appena dieci giorni dopo, Fiore afferma: «Malgrado il cattivo tempo, dalle città vicine son convenuti non meno che 10.000 contadini, fra cui non poche donne».

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La cifra di 10.000 è dunque documentata. È interessante anche il modo in cui egli descrive la partecipazione. Non parla genericamente di manifestanti, ma soprattutto di contadini, sottolineando inoltre la presenza femminile. È un elemento che restituisce alla marcia la sua dimensione sociale e meridionale: la protesta contro la guerra nucleare non rimase confinata agli intellettuali che l'avevano promossa, ma coinvolse largamente il mondo delle campagne.
Fiore scrive a Russell

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La lettera del 23 gennaio 1963 è importante anche per comprendere lo stato d'animo di Fiore dopo la manifestazione.
La sua prima preoccupazione è ringraziare Russell. Spiega di non avergli scritto immediatamente perché, oltre al maltempo, era impegnato nella preparazione di una relazione politica su «Il fascismo come borbonismo nel Mezzogiorno» per un congresso di studi sul movimento socialista italiano.
Subito dopo torna alla marcia: «Grazie dunque infinite da parte di questa “Consulta regionale per la Pace”, che ha preparato una magnifica marcia su Altamura». E aggiunge in particolare che il messaggio di Russell aveva colpito i partecipanti «per la sua chiarezza e incisività».
Il rapporto tra Fiore e Russell non era occasionale. Nella stessa lettera Fiore ricorda di conoscere e apprezzare il filosofo inglese da circa trent'anni e di aver tradotto un suo libro sull'educazione dei figli. L'adesione di Russell aveva quindi anche un significato personale per l'intellettuale altamurano.
Fiore ricordava inoltre di aver ricevuto «messaggi di Carlo Levi e di Aldo Capitini, buoni anch'essi ma meno intensi e diretti». Dopo aver descritto il corteo e il comizio, concludeva con parole che restituivano bene la concezione della pace che animava l'iniziativa: «La politica dei due oppositori non ancora ci dà la pace. Tuttavia noi contiamo sulla ragionevolezza dei due capi e soprattutto sulla forza dell'opinione pubblica».
È forse una delle frasi che meglio sintetizzano il significato politico e morale della manifestazione: non la pretesa che una marcia potesse da sola modificare gli equilibri mondiali, ma la convinzione che l'opinione pubblica potesse esercitare una pressione sui governi e impedire che la logica dei blocchi conducasse alla catastrofe .
Una manifestazione non riducibile a un partito
Le fonti consentono anche di formulare un giudizio storico più equilibrato sulla natura della manifestazione. È indubbio il ruolo svolto dalle organizzazioni della sinistra nella mobilitazione. Comunisti, socialisti, Camere del lavoro, organizzazioni giovanili e amministrazioni locali contribuirono in misura rilevante alla raccolta delle adesioni e alla partecipazione popolare.
Altrettanto documentata è l'opposizione di settori della DC, del PSDI e della UIL, che giudicavano l'iniziativa politicamente sbilanciata. Ma la composizione del Comitato, le adesioni provenienti dal mondo culturale e cattolico, la presenza di personalità indipendenti e soprattutto i rapporti con Capitini, Levi e Russell e Quasimodo rendono difficile ridurre l'iniziativa a una semplice manifestazione di partito.
Fu proprio questa tensione fra una forte presenza organizzativa della sinistra e l'aspirazione a costruire un movimento pacifista più largo e autonomo a caratterizzare la marcia.
Altamura dentro la storia della Guerra Fredda
Vista a più di sessant'anni di distanza, la manifestazione del 13 gennaio 1963 assume quindi un significato che supera la storia locale.
Altamura e la Murgia erano diventate, loro malgrado, uno dei luoghi nei quali si materializzava il confronto nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Le rampe di Jupiter trasformavano campagne e paesi del Mezzogiorno in elementi della strategia atomica mondiale.
La risposta del 13 gennaio fu quella di portare la questione dalle basi militari alle piazze, trasformando un problema mantenuto a lungo lontano dalla discussione pubblica in una questione politica e civile. Per questo acquista particolare forza una frase del messaggio di Russell: la crescente mobilitazione internazionale rendeva ormai difficile costruire basi nucleari «in un angolo oscuro» senza che l'opinione pubblica ne fosse consapevole. Il testo di Russell per Altamura è oggi riconosciuto anche nella raccolta scientifica dei suoi scritti del 1963-'64.
La marcia non determinò naturalmente da sola la successiva rimozione dei Jupiter, che va collocata negli accordi strategici maturati dopo la crisi di Cuba. È importante evitare un rapporto diretto di causa-effetto. Una ricostruzione storica sulla Murgia osserva infatti che furono i partecipanti alla manifestazione a maturare la convinzione di aver contribuito, attraverso la mobilitazione pacifista, al clima che accompagnò lo smantellamento delle basi.
Ed è forse proprio qui che risiede il valore più duraturo di quella domenica di gennaio: non nell'aver deciso gli equilibri della Guerra fredda, ma nell'aver sottratto la questione nucleare alla sola competenza dei governi, degli eserciti e delle diplomazie, rivendicando per i cittadini il diritto di intervenire su una scelta dalla quale dipendeva la loro stessa sopravvivenza.
Il 13 gennaio 1963 Altamura, città circondata dalle installazioni della Guerra fredda, provò così a trasformarsi per un giorno nel loro contrario: da territorio della deterrenza a luogo pubblico e collettivo della pace.
DOCUMENTI DELLA MARCIA
APPELLO DI PACE DELLE POPOLAZIONI DI PUGLIA E BASILICATA
Uomini e donne, convenuti a migliaia da tutte le città e delle campagne della Puglia e della Lucania, ispirati e sospinti dall'appello dei 12 eminenti intellettuali italiani, in questa Altamura circondata di rampe atomiche, noi dichiariamo:
Abbiamo marciato contro le basi missilistiche della NATO e simbolicamente contro tutto le basi in qualsiasi parte del mondo, per affermare la volontà di vivere nostra e di tutti gli uomini della terra.
L'umanità vive oggi nell'incubo atomico e nella spirale di un riarmo incalzante, con prospettive oscure ed incerte per tutti. Bisogna spezzare il cerchio di questa folle logica della forza e del terrore.
Noi abbiamo dato, con questa Marcia un piccolo contributo alla grande causa cui la storia e la morale di uomini ci chiamano; e confidiamo che altre popolazioni d'Italia e di ogni altro Paese, specie quelle che vivono accanto a questi mostri atomici, solleveranno la loro protesta.
Noi siamo convinti che il movimento di grandi masse umane, le iniziative di uomini della cultura e della scienza, l'azione responsabile degli uomini di Stato, possono e devono giovare alla distensione tra i blocchi mondiali e al disarmo.
L'Italia può oggi contribuire alla coesistenza ed all'arresto del riarmo con propria iniziativa. La rinuncia alle basi missilistiche, è l'iniziativa che noi, cittadini semplici ma responsabili, chiediamo al nostro governo.
La crisi cubana ha ammonito tutti che esiste una sola difesa contro la guerra atomica: impedire che scoppi. Per questo noi, pugliesi e lucani, abbiamo voluto con la nostra Marcia realizzare un momento importante dell'intervento delle grandi masse nell'opera di prevenzioni di altre crisi di guerra.
Se agiremo in tempo, e tutti uniti, imporremo soluzioni di pace a Berlino ed a Cuba, in Viet Nam e sulle frontiere indocinesi e dovunque.
La pace esige l'unione di tutti. Se saremo uniti, la conquistereremo.
MESSAGGIO AGLI ITALIANI CHE MARCIANO INTORNO AD ALTAMURA - 13/1/1963
Sono assai incoraggiato dal fatto che in Italia s'incominci ad essere consapevoli del significato della guerra nucleare. Le basi che sono state installate nella vostra regione sono strumenti di assassinio totale e nessun linguaggio evasivo può permettersi di nascondere questo fatto. Nel passato, popoli onesti sono stati atterriti dagli orrori della guerra; ma niente nella storia umana è paragonabile al genocidio che si sta preparando ora in nome nostro. Opporsi a questa politica, finché c'è tempo, è il dovere essenziale dell'uomo; mancar di protestare permetterà ora che la razza umana e le maggiori forme di vita vengano cancellate dalla faccia del nostro pianeta.
Io mi appello perciò a voi, acchè continuate la vostra buona opera. Stiamo creando un movimento internazionale, che sta crescendo di numero e ottenendo modesti successi. È difficile ora per i militari costruire le loro basi nucleari in un angolo oscuro, senza che il pubblico lo sappia. Gli artefici del genocidio sentono ora la necessità di giustificare le loro politiche - e gli apologisti stanno rivelando la sordidezza delle loro asserzioni.
In Italia le basi nucleari sono un affronto indicibile per ogni grande contributo che il vostro Paese ha dato per civilizzare l'Europa. Fu Roma a dare al mondo la regola della Legge. Fu l'Italia ad allevare il Rinascimento, che annunciò l'aurora dell'Europa moderna. Fu l'Italia a dare al mondo inestimabili capolavori nell'arte, nella pittura, nella scultura, nell'architettura. Essa ha stimolato secoli di sforzi creativi dell'intelligenza.
Ma per qual cosa sarà l'Italia ricordata nei nostri tempi? Se noi sopravviviamo e la storia viene scritta, il coraggio di quanti in Italia difesero la causa dell'uomo sarà ricordato. Tale è la stragrande importanza della vostra opera. Oggi vi tendo la mano in segno di amicizia e di ammirazione e vi esorto a raddoppiare gli sforzi in nome del buon senso, della ragione e della sopravvivenza umana.
Bertrand Russell
Messaggio indirizzato ll Prof. Tommaso Fiore - Comitato Promotore della Marcia della Pace di Altamura
MESSAGGIO DI CARLO LEVI ALLA MARCIA DI ALTAMURA
Cari amici di Puglia, cari amici di Lucania,
Permettete innanzitutto a me, che con voi ho vissuto in tempi lontani e per me indimenticabili, e da voi ho tanto imparato, di mandarvi un mio saluto fraterno, tanto più caldo e affettuoso oggi che vi so tutti impegnati in una questione fondamentale, che ci tocca tutti ugualmente, che ci sta a cuore su tutto, che distingue gli uomini liberi, coloro che vogliono vivere per operare e progredire, e non vogliono morire nè uccidere per triste passione di servitù.
Mi dispiace di non potere, come avrei desiderato e dovuto, essere oggi personalmente con voi. Vi mando queste brevi parole per poter essere in qualche modo, con il pensiero e con la voce presente, per partecipare, come mio dovere, all'azione comune.
Essa è stata intrapresa, sotto l'impulso del sentimento popolare, da un primo gruppo di uomini di cultura, da cui è partito l'Appello dei dodici. Questo primo gruppo si è rapidamente accresciuto al punto da sorprendere oggi tutto quello che vi è di vivo e operante nella cultura italiana, senza separazione di partito o di ideologie: poiché cultura significa coscienza storica, e coraggio di libertà. Il successo di quest'Appello, le migliaia e migliaia di firme che ogni giorno vengono ad aumentare il suo richiamo, provano che i tempi gli uomini in Italia sono maturi per questa coscienza e per questo coraggio.
E' ormai chiaro in tutti la coscienza del fatto che non vi è scelta: o coesistere o non esistere. Una nuova dimensione si è avverata che posti tutti i problemi, che modifica i giudizi e l'azione degli individui, dei partiti, degli Stati: la dimensione atomica. Per essa la guerra, e tutto ciò che può portare alla guerra, significa corruzione di ogni civiltà, decadenza dell'uomo prima, e poi distruzione universale, scomparsa fisica del genere umano. Questa nuova dimensione ci costringe e ci porta a nuovi metodi, a una nuova politica, a una nuova visione del mondo. Il metodo usato da Kruscev di fronte al pericolo della crisi di Cuba è un metodo nuovo, che antepone i valori dell'uomo ai prestigio tradizionali della potenza, all'idea tradizionale dello Stato come pura forza senza limiti. Se la crisi di Cuba pare risolta, altre crisi possono presentarsi: dobbiamo fin da oggi, in tutti i modi, agire, con metodo nuovo e con nuova coscienza, perché esse siano resi impossibili.
L'Italia può dire una sua parola e deve dirla, quando tutti i vecchi criteri della politica sono sorpassati, vuoti e pericolosi. Noi abbiamo chiesto che per atto esemplare e spontaneo vengano tolte le armi nucleari dal nostro suolo, come spinta ed inizio di una liberazione di altre zone, e altri paesi, di tutti i paesi, dal peso e dalla vergogna di questi ordigni. E abbiamo chiesto, che rifacendosi all'art. 11 della Costituzione che pone al bando la guerra, il nostro Governo dichiari solennemente il rifiuto della partecipazione ad ogni guerra atomica. Questo vuole la coscienza del popolo, questo vogliono tutti i nostri antichi valori umani, civili e religiosi, questo vuole la nostra cultura moderna e consapevole, e nessun argomento può essere portato contro questa comune volontà. Se queste armi furono considerate offensive a Cuba, a maggior ragione esse lo sono sul suolo di un paese come il nostro, di Cuba tanto maggiore, centrale, abitato e potente. Offensivo non solo contro un ipotetico nemico, ma offensivo per noi, offensivo per la nostra vita e la nostra libertà, offensivo, con la sola loro presenza, di tutti i valori morali della nostra civiltà e della nostra storia. Militarmente inutili, queste armi e questi richiami di morte sono conservati, con colpevole irresponsabilità, soltanto come strumento e simbolo di una politica altruista, che non ci riguarda e ci offende come uomini. Questa offesa è intollerabile in ogni paese: ma per noi, naturalmente, lo è più di tutto nel nostro. Io amo, voi sapete, la vostra terra, il paese contadino del "Cristo si è fermato a Eboli", le terre di Puglia, le terre di Lucania, abitate da uomini veri, da uomini civili, che conoscono il dolore e il valore, e la complessità e l'armonia della vita, e che mi hanno insegnato a conoscerli, e a sapere come l'”uomo” sia il massimo del valori, e l'amore per l'uomo la sola ragione della libertà. Che le vostre campagne siano sporcate dalla presenza di questi ordigni mi offesi più di ogni altra cosa: che, anziché fabbriche o vigne o oliveti, sorgano per volontà altrui missili e rampe, è ancora una forma ultima e tremenda dell'antico inganno che sostituisce al lavoro libero la servitù e il terrore: è qualcosa che diminuisce tutti noi.
Fu detto che dopo i campi di concentramento di Hitler tutti gli uomini erano diminuiti. Essi sono, dopo le rampe e i missili atomici, per l'ottuso terrore, per la perdita di libertà che questo terrore comporta, ancora più diminuiti, più disgregati, più corrotti, più servi, destinati a non essere altro che assassini e vittime.
Noi, uomini liberi, rifiutiamo questa realtà ignobile. Sappiano che questo è il problema fondamentale a cui tutti gli altri (per quanto seri ed importanti) sono condizionati. Per questo chiediamo e attivamente operiamo perché si proceda, con metodo nuovo, secondo la nuova coscienza del popolo; perchè bandendo solennemente la guerra e abolendo gli ordigni nucleari sul nostro suolo, possiamo tutti, ciascuno secondo le sue posizioni e possibilità, nei vari e diversi modi che a ciascuno convengono, operare uniti per costruire, in modo autonomo, la nostra libertà. Questo, amici e compagni di Puglia e di Lucania, è il mio saluto e il mio augurio.
Carlo Levi
PER LA MARCIA DI ALTAMURA
Alla manifestazione di tanti amici della pace mando un saluto di vicinanza e di solidarietà. Da qualche anno abbiamo intensificato il lavoro per la pace perché sapevano che questi erano e sono momenti decisivi per l'avvenire di tutti i popoli del mondo. Anzi proprio in questi mesi, in questo anno, noi dobbiamo premere sui governi perché invece dell'aumento delle spese militari si cominci il disarmo. I primi segni di questo debbono essere: la fine degli esperimenti nucleari, il ritiro di tutte le basi missilistiche cominciando dai paesi più esposti, un accordo di non aggressione tra il Patto di Varsavia e la NATO, il riconoscimento legale dell'obbiezione di coscienza in tutti i paesi. Questi primi e più immediati obbiettivi non tolgono di vista il problema fondamentale dell'ammissione di tutti i paesi alle Nazioni Unite, anche la Cina indipendente e le due Germanie, se si vuole che il discorso sul disarmo prosegua concretamente.
La via che suggeriamo può essere difficile. Ci sono forze nel mondo che scelgono l'impero, la potenza, la guerra. Contro di esse bisogna essere uniti e unite tutta la popolazione, specialmente i giovani e le donne, che sono le prime vittime della follia della guerra. Siamo uniti e svegliamo tutti. Quando il Centro di Perugia per la nonviolenza decise la Marcia della pace da Perugia ad Assisi chiese l'aiuto di tutti, appunto perché voleva unire tutti: la pace è ciò che oggi può unire la popolazione italiana più di ogni altra cosa. Facciano altre manifestazioni, altre marce dappertutto, anche nei piccoli paesi. Ché i fanciulli stessi vedano l'avanzata dell'ideale della pace per rinnovare il mondo. Abbiano fiducia nella popolazione, nella sua capacità di resistere alla preparazione e all'esecuzione della guerra. Contrastando i nuclei militaristici, gli intellettuali e i lavoratori proseguiranno il lavoro per una nuova società, libera e giusta per tutti.
Alziamo in ogni punto della nostra terra il motto che abbiamo innalzato ad Assisi:
Durante la pace preparare la pace.
Aldo Capitini
LA MARCIA DELLA PACE SU ALTAMURA*
di Tommaso Fiore
Le origini di questa marcia della pace, che ha destato molti consensi dovunque, vanno ricercate nella situazione politica creatasi dopo il 28 ottobre 1962. Sin a quel punto l'umanità rimase sospesa, quasi con l'anima fuori, aspettando di vedere dove andasse a parare il contrasto fra gli Stati Uniti e la Republica dei Sovieti. Proprio quel giorno io mi trovavo a presiedere un comizio pacifista a Matera, non lontano da Altamura, straordinariamente affollato di contadini. L'aveva promosso la gioventù comunista della città, sotto la guida di un ardentissimo operaio, Domenico Notarangelo e lo presiedevano, fra gli altri, l'on. Cerabona, un gruppo di compagni, da Cuba sino alla Ceco-Slovacchia, che da parecchi giorni si trovavano a Bari, non mancarono di presentarsi sul palco e di portare anch'essi il loro saluto.
Ma il fatto più significativo è che la sera, tornato a Bari, mentre entravo in casa, mia moglie mi accolse con un grido: - La pace! La pace! Abbiamo la pace! Krusciov ha ceduto, la pace è salva. L'ha detto la radio -.
Io trassi un gran respiro: l'atto di Krusciov rientrava nella linea del socialismo: la tradizione socialista, da sempre, è stata per la pace. Poi venne l'appello al governo e all'opinione pubblica scritto da un gruppo svariatissimo di intellettuali; insomma, come in Inghilterra, anche in Italia era l'intelligenza più qualificata che prendeva l'iniziativa. Le parole erano queste: "Mai come nei giorni recenti del blocco di Cuba, l'umanità si è trovata nel pericolo immediato della guerra atomica: cioè sotto la minaccia del terrore e della degradazione morale per lo scatenamento delle sue caotiche forze irrazionali; della disintegrazione e della distruzione materiale, e della morte.
La ragione ha prevalso. Perché si è capito e affermato nei fatti, per la prima volta nella storia di questi anni, che la dimensione atomica è incommensurabile con i vecchi idoli tradizionali di potenza, di onore, di forza come assoluto diritto degli Stati; con le stesse diverse e pur vitali ideologie; con particolari problemi storici, per quanto gravi e importanti essi possano essere. Lo si è capito, e si è saputo agire in conseguenza, rifiutando con coraggio ogni vano prestigio, seguendo e esprimendo con metodo nuovo, la nuova coscienza del mondo.
La crisi è stata superata, e può e deve servire al futuro. Hanno avuto importanza l'azione popolare e l'intervento di uomini, come Bertrand Russell, di cultura e di pace. Anche nel nostro paese l'accordo fra il popolo e i suoi intellettuali è stato completo ed efficace motivo reale di speranza.
Ma una situazione come quella passata non deve tornare mai più. Secondo la coscienza universale, e con i modi di una politica sensibile ai valori umani, su tutto prevalenti, devono essere rimosse, dappertutto, le premesse, le cause e i pretesti di guerra. Per questo, certi di interpretare la volontà comune e l'interesse generale, anche di chi non sa o vuole rendersene conto, sollecitiamo il governo italiano a farsi promotore, con spirito autonomo e aperto, di tutte le azioni e le proposte atte a favorire e ad imporre la soluzione pacifica delle controversie internazionali, nel rispetto della libertà e della indipendenza di ogni nazione; a promuovere il disarmo generale, cominciando dagli ordigni atomici; e in ogni caso a provvedere, con libera iniziativa, che valga a tutti di esempio, a che il tremendo pericolo derivante, per noi e per gli altri, dalla inutile presenza dei missili sul territorio nazionale sia definitivamente allontanato dall'Italia.
Chiediamo che il nostro governo proclami fin d'ora solennemente che l'Italia sarà sempre estranea a un conflitto atomico, comunque o per qualsiasi ragione iniziato. Poiché, per i fondamenti stessi della nostra civiltà, non vogliamo, di un tale vergognoso e disumano evento, essere né attivi promotori, né complici passivi, né vittime.
Qualunque iniziativa del governo italiano in questa direzione avrà il caldo e completo sostegno di tutto il popolo. Contro la morta ragione di Stato, vive la ragione, che è difesa della vita, dei valori dell'uomo, della sua esistenza. Ogni atto di pace è un atto di libertà.
Carlo Arnaudi – Carlo Bo – Aldo Capitini – Renato Guttuso – Carlo Levi – Giacomo Manzù – Alberto Moravia – Cesare Musatti – Salvatore Quasimodo – Beniamino Segre – Mario Soldati – Elio Vittorini.»
II
L'idea di una marcia per la pace in Puglia nacque dunque dal messaggio dei Dodici e dalla suggestione della marcia verso Perugia, attuata dall'amico Capitini. Così a Bari un gruppo di intellettuali promosse "con la partecipazione di personalità culturali, sindacali, politiche" in un incontro in connessione con l'Appello dei dodici, per proporre e discutere una Marcia della pace, che poteva aver luogo ad Altamura il 13 gennaio 1963, con l'intervento dello scrittore Carlo Levi.
La riunione ebbe luogo nel salone dell'albergo delle Nazioni la mattina del 23 dicembre '62, molto larga per partecipazione di giovani, e da essa fu accettata la città di Altamura, al centro delle Murge, e la più vicina alla Lucania, attraverso Matera. Si discussero anche le forme della marcia, nonché la preparazione di essa.
Qualche giorno dopo un foglio a stampa pubblicava, insieme con l'appello dei dodici, un manifesto del Comitato pugliese per la pace, a firma del prof. Fabrizio Canfora, dell'architetto Vittorio Chiaia, dell'editore Diego De Donato, dello scrittore Tommaso Fiore, del prof. Lucio Jess, del dr. Oberdan Laforgia, del prof. dell'Università di Bari, Arcangelo Leone-De Castris, del pediatra Giuseppe Mallardi, dell'ordinario di storia nella stessa università, Gabriele Pepe, del prof. Fabrizio Canfora, di Mario Sansone, ordinario di letteratura italiana nella stessa università, dell'industriale Antonio Sorrentino e del pittore Raffaele Spizzico.
"Le popolazioni della Puglia e della Lucania sono chiamate ancora una volta ad esprimere i loro propositi a favore di una politica italiana di pace e di amicizia con tutti i popoli, col partecipare alla Marcia della pace di Altamura.
Non abbiamo noi italiani problemi di forza da risolvere con alcun Paese, né vicino né lontano. L'armamento atomico che si vuole aggiungere alle nostre forze armate è un atto non certo di distensione e di contributo alla pace.
Le rampe atomiche sulle colline della Puglia sono un sinistro richiamo di morte, e la cosa più saggia e urgente da fare è rimuoverle, attraverso l'iniziativa del nostro governo che tenda al disimpegno atomico di tutta l'Europa e al disarmo mondiale.
"Noi pugliesi e lucani non vogliamo rampe di guerra sulle nostre terre; chiediamo industrie di pace. E testimonieremo la nostra volontà di vita e di lavoro il 13 gennaio, ad Altamura, con la Marcia della pace. Pongano i responsabili di governo e dei partiti politici piena attenzione alla volontà pacifica del nostro popolo".
"La partecipazione della V.S. alla Marcia della pace, che si svolgerà a Altamura domenica 13 gennaio alle ore 16, sarà molto gradita dal nostro Comitato e costituirà da parte Sua un importante contributo al nobile impegno dei popoli a salvaguardare, con la pace, tutti i valori umani e civili della storia e dell'avvenire".
Il lavoro della preparazione fu vario, concentrato nelle mani del dott. Savino e si estese per tutta la Puglia da Foggia a Lecce. Esso consistette in sottoscrizioni pubbliche per la pace, che furono fatte con grande entusiasmo; in convegni e riunioni per tutte le città, in adesioni scritte, molte numerose, e in fine in una conferenza stampa per il 10 gennaio, nell'albergo delle Nazioni, ad ore 19, cui furono invitati tutti i giornalisti baresi, collaboratori e direttori di quotidiani, di periodici e di riviste. Ciò allo scopo di "esporre le ragioni della iniziativa, i criteri organizzativi e i risultati che si propongono di conseguire".
Quanto alle adesioni, fra gli altri telegrafarono da Taranto il Circolo Universitario, la Federazione delle cooperative, l’alleanza contadini, da Spinazzola, il Sindaco Piancone per tutto il Consiglio Comunale, da Napoli il Circolo Morandi, a firma di Renta, da Roma Armando Monasterio.
Telegrafò anche il senatore Cerabona, aderì di tutto cuore da Molfetta il prof. Giacinto Panunzio e da Trani l'Avv. Nicola Pàstina inviò una lettera, che si pubblica per il suo valore politico: "Carissimo don Tommaso, ahimé, posso dare soltanto una adesione teorica, perché le mie condizioni di salute non mi consentono di prendere parte attiva alla manifestazione del giorno 13. Tuttavia, ma sono penosamente trascinato alla riunione di stasera, ove ho conosciuto il relatore Vacca, un giovane garbato e ben preparato, che ho avuto veramente piacere di incontrare. Vi rimetto la scheda di adesione, che ho fatto sottoscrivere da PETRAROTA, titolare delle Edizioni VECCHI, e da mio cugino PROTOCOLO. Naturalmente, ho seguito le polemiche che l'iniziativa sta suscitando e mi auguro che non abbiano influenza sul suo esito. Con molti auguri e cordiali ossequi, credetemi". Fra le adesioni trovo anche quella del prof. dott. Ovidio Gallo di Canosa di Puglia, e un biglietto cordialissimo del sen. Domenico De Leonardis, dopo essere stato ad Altamura, "dove ti ho ascoltato e mi congratulo con te per la giovanile baldanza delle tue affermazioni e dei tuoi propositi di lotta. Sempre disposto a seguirti" Una adesione particolare mi portò personalmente il signor Marcello Diele, membro ella Consulta Nazionale dei Cittadini del…” a nome proprio e degli amici baresi, dr. Antonio Psolli (?), Sante Abazzia, Antonio Zembo, e del segr. Giovanni De Mattia.
La sottoscrizione ha raggiunto veramente carattere di plebiscito, come diceva l'Unità del 12 gennaio. In particolare le Federazioni giovanili comuniste di Matera, Potenza e Melfi, spronate dall'infaticabile Notarangelo, spiegarono un'attività eccezionale e ottennero l'adesione di numerosi Consigli Comunali della regione.
Ma anche altrove, e proprio nel Barese, si ebbero in vari luoghi adesioni collettive e pubbliche, piene di slancio e di entusiasmo. A Putignano, per esempio "400 ragazze uscite dai cancelli delle fabbriche di abbigliamento, hanno posto in massa la loro firma sotto la petizione nel giro di pochi minuti" (Unità, 12 gennaio 1963). Il bisogno della pace è un sentimento irresistibile. La "Marcia sui missili" è stata largamente fotografata nel I° numero della nuova rivista "Puglia" (23 GEN. 1963).
Unico a non aderire ostentatamente fu il segretario del P.S.D.I., di Altamura, un noto voltafaccia, che credette forse di affermare col suo gesto la marcia del sole. E naturalmente la Federazione Provinciale di Terra di Bari del partito dell'on. Saragat fece lo stesso.
Da fuori si scusarono con telegrammi di non poter intervenire, pur partecipando con fervore alla nostra marcia, l'amico Aldo Capitini, che in quei giorni doveva trovarsi a una riunione a Londra, ma non poté intervenirvi per ragioni di salute, e anche il Segre, il Manzù, e qualche altro.
In particolare Capitini mi scrisse il 9 gennaio auspicando che si formasse quaggiù una Consulta permanente per la pace: "Noi abbiamo una consulta a Palermo, ma nella Campania, Lucania, Puglia e Calabria abbiamo degli amici corrispondenti ma non un nucleo organizzato. La Consulta barese, con la sua garanzia di massima apertura e indipendenza, lasciando liberi tutti nelle singole ideologie e conseguenti attività politiche o religiose, può costituire un esempio di lavoro unitario di grandi riflessi perfino nel campo sindacale. Importante sarà interessare tutta la zona delle donne e degli studenti, le due forze più vive e più aliene dai partiti".
Anche il poeta Salvatore Quasimodo si scusò di non poter venire, con una lettera scrittami il 7 gennaio di questo anno, che poi fu letta a tutti ad Altamura. Fra l'altro egli dice: "Insistere sulla pace significa credere alla vita e non alla preparazione della morte. Sono contento che i Pugliesi dicano una parola che onora il loro lavoro di ogni giorno.Tu capirai perché io non posso venire: ogni settimana dovrei essere o a Siena per dire un nome, o ad Altamura, o a Berlino, o a Dublino, o a Ravenna, o a Cuba."
Infine conferenze furono qua e là tenute dai membri del Comitato, come assicurò la stampa. "Mentre a Bari si teneva il 10 gennaio, nell'albergo delle Nazioni, la conferenza stampa, il prof. Fiore parlava a Foggia, in una sala per conferenze, con la partecipazione di una buona folla di cittadini di ogni colore politico. Ufficialmente i partiti erano assenti, ma di fatto socialisti e comunisti parevano fraternizzare nell'idea, a tutto il Comune, di lavorare per la pace.
III
Dalla Conferenza-Stampa la cosa più importante che emerse resta la dichiarazione del pediatra prof. Giuseppe Mallardi, cattolico e insieme pacifista. I giornalisti gli chiesero per quali motivi si fosse messo assieme ad elementi della sinistra, e in particolare ad alcuni esponenti comunisti, nel Comitato organizzatore della marcia. La risposta fu esattamente questa: "Occorre far cadere ogni diffidenza fra le varie forze popolari e fra i vari cittadini che si uniscono per gli scopi più diversi. Io non ho avuto timore di mettermi assieme ai comunisti quando soprattutto ho visto la politica del partito comunista puntare chiaramente sulla coesistenza pacifica e su una politica di pace fra tutti i popoli. Debbo aggiungere che noi abbiamo la fortuna di discutere con i comunisti italiani che, nel dibattito che si sviluppa nel movimento internazionale, hanno assunto queste posizioni che io condivido pienamente" (Unità 12 gennaio 1963). Subito il giorno dopo, cioè la mattina del 13, sulla Gazzetta del Mezzogiorno si lesse che un manifesto era stato pubblicato dalla D.C.: "La segreteria Provinciale della D.C. ha constatato con sorpresa che alcuni democratici cristiani hanno ritenuto, nei giorni scorsi, di aderire - evidentemente a titolo personale - al movimento della cosiddetta marcia della pace. Non occorre certamente spendere argomenti e chiarire posizioni per sottolineare l'inopportunità di aderire ad iniziative, che nel suo apprezzamento la D.C. ha sempre ritenuto di sconsigliare. Al fine di non ingenerare equivoci nella pubblica opinione, la Segreteria Provinciale ritiene pertanto suo dovere invitare i propri iscritti a non partecipare a manifestazioni che, per l'origine per il modo e le particolarità finalità che l'accompagnano induce ad esprimere un giudizio quanto meno di perplessità. Va, per altro, ricordato - ammesso che ce ne sia bisogno - che la permanente ispirazione morale della D.C., il suo impegno pubblico tradotto nella costante azione politica in ogni tempo, la sua capacità di interpretare i bisogni e le aspirazioni più profonde del popolo italiano, sono garanzie sufficienti per far valere l'ansia ed il diritto alla pace, senza ricercare altrove inutili surrogati".
Questa inattesa conclusione, degli inutili surrogati, ci richiama un sorriso alle labbra. Comunque la D.C. non voleva chiasso, voleva far passare l'azione cosciente e deliberata di rottura del prof. Mallardi per un errore scusabile, perché non c'erano ordini a riguardo, da parte della D.C., e la marcia pareva in sul principio una cosa innocua. Così il cattolico pacifista venne assolto, con soddisfazione di tutti, di un peccato non commesso. Soltanto ai fascisti la cosa parve grave e se la presero con don Gaggero e con il prof. Capitini. Comunque la questione non è chiusa, perché il pediatra Mallardi ha intenzione di restare sempre cattolico e pacifista.
IV
La Conferenza Stampa all'albergo delle Nazioni venne illustrata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, obbiettivamente, il giorno seguente, cioè l'11 gennaio, con un articolo intitolato: "Perché gli intellettuali" marciano" per la pace. "Una discussione serena e chiarificatrice si è svolta ieri sera presso l'albergo delle Nazioni alla conferenza stampa indetta dal comitato promotore della marcia della pace su Altamura, che, com'è noto, avrà luogo domenica 13. Dei 12 intellettuali che hanno firmato il "manifesto" erano presenti Fabrizio Canfora, Diego De Donato, Lucio Jess, Giuseppe Mallardi, Antonio Sorrentino e Raffaele Spizzico. Assenti Vittorio Chiaia, Tommaso Fiore, Oberdan, Laforgia, Arcangelo Leone De Castris, Gabriele Pepe e Mario Sansone.
L'editore De Donato ha sintetizzato all'inizio i motivi che hanno spinto il comitato a promuovere l'iniziativa.
Egli ha parlato del pericolo atomico che sovrasta l'umanità e del riacutizzarsi della coscienza di questo rischio in seguito alla recente crisi cubana. Ha dato atto alla politica governativa di una chiara sensibilità verso i problemi della distensione internazionale.
Il primo intervento è stato del collega Domenico Amendola, il quale ha chiesto anzitutto se il comitato fosse a conoscenza di una iniziativa di giovani comunisti i quali starebbero organizzando per domenica una tendopoli a ridosso di una delle basi missilistiche della Murgia. Non ne sappiamo nulla - ha risposto Canfora - ma comunque sarebbe una bella iniziativa. Amendola ha quindi chiesto perché nei paesi del campo comunista gl'intellettuali non fanno dimostrazioni analoghe a questa per lo smantellamento delle loro basi missilistiche. Canfora ha replicato dicendo che i governi dei paesi comunisti sono programmaticamente impegnati ad attuare la pace, perciò il problema non si pone per gli intellettuali di quei paesi. (Ma la risposta è apparsa a tutti oltre che semplicista, smentita dai fatti).
Se i missili installati in Puglia venissero trasferiti fuori dell'Italia, voi vi riterreste parzialmente soddisfatti? - ha chiesto il collega Santalino -. Affermativa è stata la risposta di De Donato e Sorrentino. A questo punto Mallardi ha cercato di disincagliare il dibattito dal battibecco polemico, riportando il problema sul piano etico: "Noi vogliamo portare il nostro modesto contributo umano affinché sia evitato un genocidio; potremo apparire utopisti, ma noi abbiamo la speranza che questo movimento dia frutti concreti almeno per una politica di distensione tra i due grandi blocchi. Come cattolico - ha detto Mallardi - preferisco morire di morte atomica, anziché uccidere il prossimo con armi atomiche". Quest'ultima espressione si richiamava ad un quesito posto ancora da Silvestri: "In caso di conflitto ritenete utile essere armati o disarmati?".
Sorrentino ha definito improponibile la domanda di Silvestri, ribadendo: "Noi siamo un comitato per la pace, ci battiamo per la pace". Spizzico ha soggiunto: "Siamo contro i missili di qualunque colore". "Allora perché nel vostro manifesto non includete, insieme allo smantellamento dei missili dalla Puglia, anche quello delle basi installate in Bulgaria, che sono a tiro diretto contro la Puglia?". A questa proposta, espressa da diversi interlocutori, i componenti del comitato si sono mostrati piuttosto favorevoli. In tal senso è opportuno riconoscere che l'esito della conferenza stampa ha modificato, o per lo meno integrato, le affermazioni del "manifesto", dal quale si poteva ritrarre l'impressione, abbastanza fondata, di una iniziativa a senso unico, cioè tendente unicamente a far opera di pressione sul governo italiano, quasi prescindendo dai termini universali di un beninteso pacifismo quale si addice a uomini di cultura. E' questo, infatti, l'aspetto poco convincente del manifesto, tale da legittimare il sospetto - come del resto è stato rilevato - che un movimento pacifista come quello barese possa in definitiva risolversi in un tentativo di muovere la pubblica opinione contro uno dei due grandi blocchi di potenze e a vantaggio dell'altro. Fatto questo chiarimento, rimaneva sul tappeto un altro, anzi il più grosso elemento di diffidenza: la presenza dei comunisti nel comitato promotore. Non staremo qui a rintracciarne le cause, ma è un dato comune a gran parte dell'opinione pubblica italiana la tendenza ad attribuire ai comunisti un fine occulto, a vedere cioè in ogni loro "mossa" un obbiettivo che va oltre i contenuti dichiarati, sicché ogni loro alleato, anche per finalità estranee ad una contingenza politica, finisce per passare come "utile idiota".
"Se io ritengo di combattere per un fine buono - ha detto Sorrentino - non posso temere che un comunista si allei con me nella stessa battaglia". È con questo e senza dubbio una professione di lealtà laica che sta bene sulle labbra di un intellettuale. Purtroppo la vita politica è anche fatta di furberie, di preconcetti, di luoghi comuni, di lente evoluzioni di giudizi, non sempre corrispondenti al rapido evolversi delle avanguardie intellettuali. Qualcuno può anche dissentire dall'opinione di Silvestri, il quale nega agl'intellettuali di "sinistra" la rappresentativa dell'intera cultura italiana, però è vero che in Italia gl'intellettuali hanno dato troppi cattivi esempi sul piano della moralità politica. Abbiamo anche noi, nel corso del dibattito, tentato di analizzare il perché di questa diffidenza verso i comunisti. D'accordo, i comunisti sono uomini come gli altri, non sono dei mostri come li ha dipinti la paura "viscerale" di certi settori politici. Né si può in coscienza partire dal presupposto che Canfora stia cercando d'imbrogliarci quando dice di aspirare alla pace, come cittadino, come padre, come uomo di cultura. Questo è un modo incivile di combattere un avversario politico, rifiutandosi pregiudizialmente di vagliare le sue idee, respingendo per partito preso ogni possibilità di discussione. Però è giusto e onesto essere illuminati sul terreno storico e conoscere la realtà ideologica e politica alla quale Canfora certamente si rifà. Intanto non si può prescindere dal fatto che il suo partito è strettamente legato alla politica sovietica.
V
Nessuno ormai ignora le profonde divisioni che negli ultimi tempi si sono determinate in campo comunista col delinearsi della potenza cinese. Una ipotesi: che cosa sarebbe accaduto nella vicenda cubana se i missili fossero stati di Mao anziché di Krusciov? Risposta di Canfora: "Probabilmente quello che sarebbe accaduto se al posto di Kennedy si fosse trovato Acheson". Con una differenza, abbiamo soggiunto: che Acheson avrebbe tradito se stesso come democratico, mentre Mao avrebbe agito in perfetta coerenza con la dottrina comunista, secondo cui "la violenza è la levatrice della storia". Gl'intellettuali sono padronissimi di accogliere per buone e sincere tutte le dichiarazioni pacifiche di Kruscev, ma hanno il dovere di non dimenticare che mentre Togliatti smentiva categoricamente l'esistenza di missili russi a Cuba, Kruscev, senza curarsi d'informarlo, accettava di smantellare i missili da Cuba e inviava Mikoyan per convincere quel folle di Castro a non fare sciocchezze. Insomma è innegabile che una volontà di pace emerga sempre più prepotentemente dalla coscienza mondiale dei popoli. Ma altrettanto innegabile è l'incoscienza di una parte del mondo comunista che predica lo sterminio totale del capitalismo e che non esiterebbe a servirsi delle bombe atomiche che, sebbene queste non abbiano - com'è risaputo - il potere di discernere i proletari dai capitalisti. In conclusione riteniamo che questa conferenza stampa abbia conseguito almeno lo scopo di chiarire alcune posizioni. Canfora ha ribadito che i partiti non hanno niente a che vedere con l'iniziativa. Il comitato ha accolto le varie proposte, tra cui quella di Delgado, di riaffermare la polivalenza dell'appello pacifista verso i diversi blocchi contrapposti. Se la manifestazione di domenica dimo-strerà davvero la assoluta apartiticità dell'iniziativa e si attuerà in forme di civile e ordinata espressione democratica, il movimento dei 12 intellettuali baresi non sarà stato una inutile digressione pubblicitaria."
Questa relazione del giornalista della Gazzetta vale perché accetta il vaglio delle idee come base di giudizio, e rivela uno spirito di tolleranza, che forma una delle più grandi conquiste della età moderna. Ma proprio in coda a questo articolo si può leggere un fegatoso manifesto del P.S.D.I. barese, che raccoglie le solite spazzature polemiche contro i comunisti: "La pace per la quale i vostri capi vi dicono di 'marciare' è soltanto una mascheratura grottesca della brama comunista di dominare con le armi il mondo". Bum!
Subito l'avv. Mario Coccioli aveva scritto, a nome dei socialisti, che "noi siamo lieti di questa partecipazione dei comunisti, ben vengano queste forze politiche in una manifestazione che è contro tutti gli armamenti. Guai se in questa materia si dovessero fare discriminazioni di sorta!" (La Gazzetta del Mezzogiorno 10 gennaio).
Subito il direttore del giornale si sentì chiamato in causa in questa disputa fra tolleranti e intolleranti e cercò una maniera di salvare l'essenziale, che è il nuovo spirito di tolleranza, nuovo nel momento storico presente, pur senza rinunziare al viso d’allarme anticomunista. Lo indicava il titolo stesso "La 'marcia' di Altamura e l'inganno dei comunisti". L'iniziativa del gruppo di intellettuali baresi per una "marcia della pace" ad Altamura, pur prestandosi alla definizione di astratta manifestazione di idealismo pacifista, non aveva tuttavia rilevato fino all'altro ieri nulla che autorizzasse l'accusa di una speculazione comunista, l'ipotesi di un falso scopo. Il sospetto poteva essere lecito, ricordando le caratteristiche di analoghe precedenti manifestazioni svoltesi in Italia e all'estero. Ma non trovava sufficiente dimostrazione nella presenza di alcuni intellettuali comunisti nel comitato a titolo personale, privato, accanto a uomini di indubbia fede democratica, di varie provenienze politiche. In ogni caso, l'iniziativa si presentava e si qualificava come un'iniziativa sottratta ad ogni influenza di partito o di ideologia politica. E non si avevano fondati motivi di dubitare che questi uomini avessero preso ogni misura per garantire che essa rimanesse tale fino alla sua realizzazione. Il sospetto alimentava tuttavia larghi settori dell'opinione pubblica, anzi una certezza più che un sospetto: primi a manifestarla furono i socialdemocratici, a nessuno secondi in una autentica aspirazione alla pace, in una costante azione politica diretta a creare le premesse per una pacifica convivenza tra i popoli. Noi abbiamo seguito lo sviluppo della polemica con imparziale obbiettività, offrendo ai lettori i testi dell'una e dell'altra parte, riservandoci di verificare al momento opportune la vera natura della manifestazione, pur facendo salva in partenza la buona fede e la sincera ispirazione della maggior parte dei suoi promotori. Nel corso della conferenza stampa tenuta da alcuni membri del comitato, giovedì scorso fummo proprio noi a proporre come elemento di una leale discussione il sospetto di gran parte della nostra opinione pubblica. Alcuni esponenti del comitato, che comunisti non sono e che certamente non sono disposti a riconoscere al comunismo alcun titolo di democraticità, o a credere mai possibile alcun compromesso fra i principi di libertà e di democrazia e l'ideologia comunista, risposero, in sostanza, che almeno per la pace si poteva marciare con essi. Trasferirono cioè il discorso sul terreno del realismo politico. Lo stesso sul quale si è posto Kennedy (e vanno ponendosi i capi più illuminati dell'Occidente) durante e dopo l'affare di Cuba; la trattativa con i comunisti, il colloquio con i comunisti, il riconoscimento (per altro reciproco, come si rileva ampiamente dalla lettera che Kruscev scrisse al presidente americano) che anche i comunisti (almeno quelli del campo sovietico, che conoscono cioè la spaventosa potenza e minaccia delle armi nucleari) vogliono la pace, una pacifica coesistenza, sia pure una pacifica competizione, rimanendo ciascuno fedele ai propri ideali e lottando pacificamente per la loro affermazione; non foss'altro, per la consapevolezza che una guerra atomica non lascerebbe vincitori e vinti ma accomunerebbe tutti in una totale distruzione. I comunisti presenti aderirono inoltre alla proposta di una dichiarazione contro tutti i missili, non solo contro quelli di Altamura, per altro di ormai mediocre importanza nella strategia dei due blocchi cioè, ad esempio, anche contro quelli che dalla vicina Bulgaria sono puntati verso l'Italia. E tutti ripeterono che i partiti non avevano nulla da spartire con la loro iniziativa; si parlò anche di alcune norme che erano state fissate: nessuna bandiera, nessun cartello che non fosse strettamente attinente ai temi della pace e all'appello dei "12", ecc. Tali norme sono state ribadite ieri dal comitato con un comunicato che appare in altra pagina di questo giornale.
Rimaneva un'obiezione: ma perché, allora, una manifestazione ad Altamura, nei pressi cioè di postazioni missilistiche della N.A.T.O., quando si ritengono ugualmente pericolosi per la pace mondiale i missili di Altamura come quelli di Bulgaria, come quelli americani e quelli russi, capaci ormai di raggiungere ogni punto della terra con diabolica precisione?
Non era lecito il sospetto di una capziosa pressione, in unico senso, sulla pubblica opinione, sulle masse dei cittadini della nostra provincia, su quelli particolarmente di Altamura, come per sollecitarli ad una paura e ad una responsabilità maggiore, mentre a tutti è nota la strettissima interdipendenza delle vicende del mondo, da cui discende un'eguale responsabilità e posizione di tutti i popoli, interessati e coinvolti nelle stesse vicende, anche quando esse hanno origine, ad esempio, a Cuba, a molte migliaia di chilometri di distanza? Aspettiamo dunque, di verificare come la manifestazione si sarebbe svolta, come avrebbe mantenuto fede agli impegni pubblici dei suoi promotori, cosa si sarebbe detto nei discorsi ufficiali.
Ma non abbiamo avuto bisogno di attendere altro perché l'Unità di ieri ha, appena in tempo, rivelato che i capi comunisti sono sempre gli stessi, che non si può "marciare" con loro neppure per la pace, se non si vogliono imbrogliare le carte...: il loro scopo finale è quello di impossessarsi del potere per instaurare la loro tirannia...." L'articolo è del 13 gennaio, il giorno della marcia, e con ciò il direttore rinunziava alla prova dei fatti da lui stesso invocata. E io non ho il cattivo gusto di riportare la sua filippica teologica.
Tanto più che mi trovo a leggere alcune anticipazioni date alla rivista Play Boy, di Chicago, da Bertrand Russel in cui il filosofo di 93 anni assicura che continuerà a tenersi in contatto con il primo ministro sovietico Kruscev allo scopo di facilitare un regolamento pacifico delle controversie internazionali. Russell ha poi sottolineato che durante la crisi cubana «Kruscev ha dimostrato di essere più ragionevole del presidente Kennedy e nel momento cruciale ha saputo evitare lo scoppio di una guerra nucleare. Di ciò che gli si deve dare atto. Egli ha agito con grande controllo in una crisi di prima grandezza. Spero che egli tenga un atteggiamento analogo nel caso in cui la questione di Berlino determinasse una nuova crisi”. Questi sono fatti, amico Nino, questa è la nuova storia, che noi viviamo.
Fra l'11 e il 12 gennaio giunsero a Bari vari messaggi, di Bertrand Russel e di Aldo Capitini; Carlo Levi, non potendo venire di persona, telefonò il suo. Quello del filosofo inglese fu pubblicato sul giornale locale, ma ciò non impedì che questo continuasse, ancora, il giorno dopo la marcia, la sua polemichetta, senza tenere alcun conto delle nuove, altissime espressioni di pacifismo.
VI
Allorché il pomeriggio del 13 arrivai ad Altamura e penetrai lentamente, attraverso una folla strabocchevole sino all'enorme piazza Zanardelli, la prima cosa che mi colpì, la voce dello speaker pregava un carabiniere di guardia di spostare alcuni plotoni, arrivati lì per lì, verso un certo punto. Dalla via di Montecalvario giungevano incalzandosi schiere su schiere di partecipanti alla marcia e loro grida di pace soverchiavano ogni rumore, come le loro scritte celavano la vista delle masse. Ma le colonne voltavano a destra per partecipare alla dimostrazione in città.

Erano venuti per la via di Santeramo migliaia di dimostranti, preceduti dai parlamentari comunisti, Assennato, Francavilla, Ada Del Vecchio, e il senatore Gramegna, ma poi vidi Reichlin e tanti altri. Ed erano passati sotto il naso delle installazioni missilistiche, americane naturalmente, ciò che giustificava ampiamente le grida della folla: «Via i missili dall'Italia». Più grosse le colonne arrivate dalla parte opposta, da Gravina, dove si erano radunate delegazioni di Minervino, Spinazzola, Melfi e Potenza, come, dalla parte orientale, da Taranto e da Lecce. E marciavano quasi in ordine questi giovani, braccianti e operai per lo più, con donne frammiste tra di loro, “inneggiavano alla pace, al disarmo, alla distensione internazionale ed allo smantellamento delle basi missilistiche. La loro aspirazione di pace era indubbiamente sincera, così come sincera è quella di tutti gli uomini di buona volontà...“. Così l'inviato della Gazzetta del Mezzogiorno la sera della marcia ormai storica su Altamura. Ma quella dimostrazione, quella adunata di popolo, quella fratellanza non vengono digerite da certa borghesia, che non sa fino a qual punto prendere la nuova strada, cui pure lo stesso Governo non si è dimostrato ostile. Larghissima parte dell'opinione pubblica rimane convinta che l'ansia e il diritto alla pace si possano far valere ben più efficacemente esprimendoli attraverso le forme e gli istituti democratici, che non servendosi di altre iniziative, come questa marcia della pace, che diavolo vuol dire questo richiamo alla democrazia? Brutto segno quando si guardano con sospetto le manifestazioni popolari. Nessun Parlamento può muoversi e vivere, se non è confortato dalla spinta dal basso. Ma quali cose gravide di pericoli per la democrazia e l'ordine sociale si dicevano o si facevano quella sera in piazza Zanardelli, malgrado che un freddo boreale ci impedisse quasi di stare in piedi?

Furono letti i messaggi esposti sopra, di Russell, del Levi e di Capitini; quest'ultimo per bocca del candido Pinna, amico e collaboratore di lui. Dal Comitato dei dodici giunse questo telegramma:
«Cari amici, gravi impedimenti ci vietano essere presenti al lancio della vostra civile importante iniziativa per disarmo e pace, tanto più urgente nel momento in cui si minaccia di aggiungere alle presenti basi di missili sul nostro territorio altri strumenti di sterminio, malgrado ribadita necessità di concrete misure per effettivo e autonomo disarmo. Imponente manifestazione teatro Adriano e continuo afflusso adesioni da tutta l'Italia all'appello di pace e disarmo, confermano che l'opinione pubblica è sensibile alla mobilitazione e comprende la necessità di azioni pacifiche continue e vivaci a tutti i livelli e con ogni forma per sollecitare e provocare iniziative di disarmo responsabili e tali da sottrarre il nostro paese al ricatto atomico ed all'equilibrio del terrore. Sicuri del successo della vostra azione nell'unità di intellettuali e popolo, auspichiamo che venga imitata in altre parti d'Italia e trovi sostegno e conforto in tutti gli uomini veramente amanti della pace e del progresso civile. Carlo Levi. Renato Guttuso. Alberto Carocci.
Sul palco dei manifestanti, oltre ai membri del Comitato promotore e dei comunisti già detti, fu notato il segretario della Federazione Socialista, insieme col dott. Laforgia, della stessa federazione, e poi il dott. Pinna, anzidetto, e il dott. Andrea Gaggero, venuto espressamente da Roma. La serie degli interventi fu aperta dal prof. Tommaso Fiore il quale ha auspicato che le due grandi potenze, così come hanno fatto per Cuba, raggiungano un accordo anche per Berlino e per gli altri problemi mondiali” (Gazzetta del Mezzogiorno 13 gennaio). Sì, al vecchio studioso di problemi politici, al socialista Fiore pare che una nuova epoca si sia schiusa il 28 ottobre, e per opera di Kruscev, e non mancò di esprimere vigorosamente questa salda speranza nell’avvenire.
Parlarono anche l’avv. Sorrentino e il dott. Mallardi, e costui confermò la propria posizione: “Il genere umano è in pericolo e di fronte a questo fatto ogni uomo ritrova nella sua coscienza la solidarietà e il desiderio di pace per ogni suo simile” (Gazzetta del Mezzogiorno 13 gennaio). Il prof. Canfora parlò alla fine della unitarietà della manifestazione, che è naturale si trovassero partecipi i partiti della classe popolare, secondo il tradizionale loro pacifismo. Anche il Gaggero pronunziò un breve discorso vibrante di gioia per l’alta manifestazione di pace fatta dal Mezzogiorno e di speranza nel prossimo avvenire.
Assicurò anche che gli intellettuali di questa parte d’Italia avrebbero continuato la loro azione, attraverso adatti organismi. Alla fine, a chiusura, venne letto il seguente manifesto: …
*Trascrizione tratta dalle minute dattiloscritte del resoconto con correzioni scritte a penna ai margini. Al momento non è possibile sapere su quale rivista furono pubblicate.
Fonti e riferimenti bibliografici
Archivio storico dell’Unità.
Archivio storico de La Gazzetta del Mezzogiorno .
Archivio Fiore - Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpi - Bari”.
Fondo Fiore Inventario - Biblioteca De Gemmis - Bari.
P. Castoro, La Murgia nella guerra fredda. Dai missili atomici agli itinerari di pace, Torre di Nebbia, Altamura, 2008.
Felice Blasi, Storia e attualità del pacifismo pugliese, in Quando si dice Pace , a cura di Antonia Rubini, Franco Angeli, 2023.

