Dai missili Jupiter alla corsa agli armamenti la Puglia dice «no»
di Giuseppe Dambrosio*

Il 13 gennaio 1963, nel pieno della Guerra fredda e a pochi mesi dalla crisi di Cuba, diecimila persone confluirono ad Altamura per protestare contro i missili nucleari Jupiter installati sulla Murgia e in altre località pugliesi e lucane. Tommaso Fiore, Fabrizio Canfora e numerosi esponenti della cultura e della società civile contribuirono a promuovere una mobilitazione capace di superare le appartenenze politiche.
Il manifesto conteneva una richiesta destinata ad attraversare i decenni: «Noi pugliesi e lucani non vogliamo rampe di guerra sulle nostre terre; chiediamo industrie di pace». Non soltanto il rifiuto delle armi nucleari, dunque, ma la rivendicazione di un diverso futuro per il Mezzogiorno, fondato sul lavoro, sull'istruzione e sullo sviluppo civile.
Da allora la Murgia ha continuato a marciare: nel 1985, nel 1987 e negli anni Duemila, contro le servitù militari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Un lungo percorso di impegno civile che il 24 ottobre 2026 si è arricchito di una nuova, significativa mobilitazione: oltre 7.000 persone hanno partecipato alla Marcia per la Pace Gravina-Altamura, promossa da più di trecento realtà associative, sindacali, religiose e istituzionali della Puglia e della Basilicata, unite dall’appello «Prima di tutto la pace».
Ma che cosa resta, dopo la Marcia? Quali questioni attendono ancora risposte urgenti?
L'Alta Murgia, oggi Parco nazionale, continua a convivere con poligoni di tiro, esercitazioni e servitù militari. Una contraddizione che impone di interrogarsi sulla compatibilità tra attività militari, tutela ambientale e sviluppo del territorio.
Il problema investe l'intera Puglia, segnata dalla presenza di importanti infrastrutture militari: Amendola, Gioia del Colle, Galatina, Brindisi, Taranto. Una regione affacciata su due mari, ricca di risorse naturali e culturali, vede parte del proprio territorio condizionata da esigenze strategiche che richiedono un confronto pubblico sulle ricadute ambientali, economiche e sociali.
Restano aperte anche le questioni dell'inquinamento, del consumo di suolo, dell'abbandono delle aree interne e della possibile localizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
La Marcia ha richiamato inoltre il lavoro dignitoso, il contrasto al caporalato, i diritti dei migranti, le disuguaglianze e la necessità di investire nella scuola, nella ricerca e nelle opportunità per i giovani. Perché la pace non coincide semplicemente con l'assenza della guerra, ma richiede giustizia sociale, partecipazione democratica e rispetto della dignità umana.
È qui che l'articolo 11 della Costituzione, con il suo ripudio della guerra, torna a essere un riferimento essenziale.
La richiesta delle «industrie di pace», formulata nel 1963, conserva dunque una sorprendente attualità. Significa chiedere un modello di sviluppo che privilegi la conoscenza, l'agricoltura sostenibile, la cultura, il lavoro e la salvaguardia del paesaggio rispetto alla crescente e folle destinazione di risorse agli armamenti.
La Marcia del 24 ottobre non può esaurirsi nella testimonianza di una giornata. Deve diventare occasione di confronto con le istituzioni, di elaborazione di proposte concrete e di mobilitazione civile.
Sessantatré anni dopo, la domanda rimane la stessa: quale futuro vogliamo per la Murgia? Un territorio subordinato alle strategie militari o una terra capace di costruire pace, lavoro e dignità?
La risposta non può essere affidata soltanto agli slogan. Richiede scelte politiche, impegni
verificabili e una partecipazione che continui anche quando i marciatori hanno lasciato la strada.
*Comitato promotore della Marcia Gravina-Altamura 2026
