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Manca il lavoro? Giochiamoci su, tanto passa tutto.

di Aldo Nove

NOEXPO2015

Com’è divertente la fine del lavoro retribuito, scientemente trasformato in un gioco (al massacro) dove tutti i parametri delle convenzioni sociali saltano! Lavorare gratis, in un’allucinazione collettiva che mescola volontariato e sfruttamento, tempo liberato e schiavismo, è l’ultima frontiera di un collasso ancor prima umano che economico, nel primato di un’economia sempre più fine a se stessa e ai suoi grigi ed efficienti sacerdoti. È recentemente uscito un volume collettaneo,Oltre il gioco – critica della ludicizzazione di massa, Edizione Unicopli, che contiene diversi, e tutti interessanti, contributi di Mathias Fuchs, Mark Nelson, Alberto Vanolo, Giuseppe Enrico Franchi, Paolo Ruffino e altri.

La “ludicizzazione di massa” è sotto gli occhi di tutti. L’idea (perversa) è quella di una sorta di prolungamento (questo sì a tempo indeterminato) dell’edonismo Anni Ottanta, ma non retribuito. Del resto, si tratta proprio di “giocare”. Giocare al lavoro, giocare alla società. Giocare al senso che sfugge. Il termine “ludicizzazione”, ci ricorda Daphne Dragona in Contro-Ludicizzazione: Tattiche e pratiche emergenti contro la legge dei numeri, risale al 1980, quando il designer Richard Bartle l’ha definita “il processo che consiste nel trasformare qualcosa che non è un gioco in gioco (…), inserendo introducendo una serie di strumenti di marketing ispirati alle dinamiche ludiche (…) per fini di business”.

RICORDIAMO tutti i “volontari” di Expo, probabilmente lo spartiacque storico, in Italia, tra il senso residuale dell’articolo 1 della costituzione e la sua abolizione di fatto. Una delle differenze fondamentali tra gioco e lavoro, e probabilmente la più insindacabile, è che il lavoro è retribuito, mentre il gioco (e il volontariato) no.

E senza entrare nelle disquisizioni intorno ai mutamenti antropologici e sociali che sono sotto gli occhi passivi di tutti noi, è sufficiente dare uno sguardo a come vengano oggi proposti i “lavori”: è sempre più frequente l’insistenza sull’ambiente lavorativo piacevole, sulle dinamiche di gioco fino alla creazione situazione logistiche che “mimano” la situazione ludica: dalla “sala ricreazione” a tutta una serie di espedienti ben calibrati per nascondere il più possibile quanto non c’è bisogno di avere letto Marx per capire. Vogliono farci lavorare gratis. Vogliono farci accettare che il lavoro salariato non esiste più ma esistono tante occasioni per passare piacevolmente il tempo “liberato”, questa volta, dal senso.

Adulti che mimano il lavoro sono bambini vecchi (e di conseguenza, nell’assoluta innaturalità della cosa, nevrotici quando non peggio, molto peggio) ridotti a “bamboccioni” obbligatori. Gira da qualche settimana, sui social network, la fotografia di due seriosi, lo si intuisce dal contesto, dirigenti d’azienda, che chiedono a un ragazzo, durante il colloquio, “Quali sono le motivazioni per cui lei è interessato a questo lavoro?”e la risposta, finalmente reale, è “Sa, ho il vizio di non morire di fame”. Ciò che sta dunque passando è da una parte l’oggettività di una crisi economica di cui volontariamente e colpevolmente si ignori quanto questa non sia caduta dal cielo ma corrisponda a un preciso disegno di svalutazione antropologica del lavoro; dall’altra è la supina condizione nostra di schiavi “divertiti” o quanto meno inconsapevoli. Se tutto esteriormente ci indica che i salari diminuiscono a livelli surreali, che il lavoro materiale sta letteralmente “scomparendo”, sta a noi escogitare forme di opposizione a questo rincretinimento generale.

IL VIDEOGIOCO in cui ci hanno inseriti è semplicemente l’effetto di un lavaggio del cervello che sta riuscendo bene, troppo bene. Abbiamo tutto il diritto di divertirci grazie al lavoro, e non per il lavoro. Se poi il lavoro è divertente ancora meglio, ma non è il suo scopo a meno di non sovvertire letteralmente i termini attraverso i quali si fondano tutti i diritti che l’uomo ha raggiunto nel corso dei secoli, la sua stessa dignità.

Dovremmo tutti rifiutare di “giocare a lavorare”. Il lavoro è dura emancipazione dall’indigenza che oggi sta diventando status quo. Status quo mascherato da altro. Da gioco collettivo. Purtroppo, i popoli si muovono quando sono le pance a spingerli. È la fame, quella vera, a spingere alle rivoluzioni. Non è ancora il nostro caso. Ne vediamo lo spettro nel suo incremento numerico, nei tanti “invsibili ”, extracomunitari e italiani, che giorno dopo giorno allungano le fila di chi né gioca né lavora né fa (o fa finta) di fare le due cose insieme. Gli anni della Grande Illusione sono finiti. Anche se stanno cercando di fare di tutto per dirci che non è così. Anche se ci riempiono di giocattoli psichici per ridurci a schiavi che hanno perso l’ultima cosa che resta a uno schiavo: la consapevolezza di esserlo. Smettiamo allora di giocare. Smettiamo davvero. Non c’è nulla di divertente nel riuscire a pagare un affitto. 

Il Fatto Quotidiano 19.06.2016